TERRORISMO | 15 Gennaio 2015

«Il vuoto della politica sui foreign fighters»

Secondo il magistrato e politico di Scelta Civica Stefano Dambruoso, nel nostro Paese urgono leggi che migliorino le attività di intelligence antiterrorista

di RICCARDO CHIARI

Erano nati e cresciuti in Francia i terroristi che lo scorso 7 gennaio hanno sconvolto Parigi e il mondo. Cittadini francesi che si arruolano fra le fila del fanatismo islamico per combattere la loro stessa patria. È un fenomeno purtroppo in crescita, quello dei “foreign fighters”. Un orrendo trend di cui si sta parlando molto in questi giorni, recentemente segnati dagli ennesimi episodi di quella guerra asimmetrica fra terrorismo islamico e Occidente che imperversa da ormai diversi decenni.

L’incubo che il “nemico” sia il proprio vicino di casa alimenta le paure e le angosce dei cittadini europei, lenti nell’aprire gli occhi su rischi e pericoli che da molto tempo diversi addetti ai lavori preconizzavano così come troppo repentini nel generare psicosi e ossessioni che spesso sfociano in ridicoli eccessi. Ma qual è l’autentico stato delle cose? Quali rischi reali corrono attualmente l’Europa e l’Italia? Per rispondere, almeno in parte, a queste domande e per tracciare un quadro quanto più realistico della situazione in atto, abbiamo rivolto qualche domanda a chi di terrorismo e di prevenzione se ne intende. Stefano Dambruoso, magistrato e deputato italiano, ha alle sue spalle una lunga carriera in ambito nazionale e internazionale dedicata alla lotta alle mafie e al crimine organizzato. Fra i vari meriti a lui attribuiti vi è l’arresto, nel 2001, di un gruppo di cinque islamici, in procinto di organizzare un clamorso attentato al Duomo di Strasburgo. Nel 2003 il Time lo ha inserito nella lista degli “eroi moderni” per le sue indagini relative alla rete di Al Qaida.

Stando alle ultime notizie è proprio Al Qaida ad aver rivendicato l’attentato di Parigi. Qual è il sua opinione in merito?

«A mio avviso occorre essere il più prudenti possibile anche riguardo informazioni come queste. La situazione è ancora molto confusa. Sì, le prime rivendicazioni provengono da Al Qaida, tuttavia si tratta di un’Al Qaida un po’ sui generis, che non risponde a un modello per così dire “tradizionale”. Sono dell’idea che invece di ascrivere subito questi episodi all’azione di Al Qaida sia meglio aspettare l’esito delle indagini che sono ancora in corso e i cui primi risultati arriveranno nel giro di breve tempo».

Sono state sollevate molte critiche nei confronti dell’intelligence francese per quanto è accaduto. Lei è d’accordo?

«Assolutamente d’accordo. La situazione è stata gestita nel peggiore dei modi da parte di un Paese civile e sviluppato come la Francia. C’erano avvisaglie di quanto sarebbe successo da molto tempo. Ciononostante non sono stati presi adeguati provvedimenti di tutela nei confronti degli obiettivi sensibili. Al verificarsi dell’attentato abbiamo assistito a un’impreparazione e disorganizzazione desolanti. Certo, è comprensibile che un evento così dirompente generi smarrimento anche fra le forze dell’ordine e fra le autorità, però con una più attenta attività preventiva si sarebbe potuto evitare lo sfacelo al quale tutti noi, purtroppo, abbiamo assistito».

Anche l’Italia corre il rischio di subire attentati di questo tipo?

«Da un punto di vista qualitativo sì. Nel senso che, con ogni probabilità, se il nostro Paese subisse un attacco terroristico, si svolgerebbe in modalità molto simili a quelle verificatesi in Francia. Da un punto di vista quantitativo invece direi che il rischio è ben minore. Basti pensare alla differenza numerica che c’è fra i foreign fighters francesi e quelli italiani. In Italia il numero è di circa una cinquantina di unità tenute facilmente sotto controllo dalla nostra polizia. Se andiamo a vedere in altri Paesi la situazione è ben peggiore. In Francia si stima, ad esempio, che il numero di foreign fighters oscilli fra le 1.200 e le 1.800 unità, il che rende le operazioni di prevenzione molto più complesse».

Non c’è però molta fiducia da parte degli italiani sulle capacità di difesa del nostro Paese

«Questo è dovuto anche a molti pregiudizi. La nostra polizia è bravissima. È fra le migliori in Europa e nel mondo. E questo è un dato di fatto che ci riconoscono anche gli altri Paesi. I problemi semmai sono altri, come la lentezza burocratica e politica».

Lei oggi è anche un deputato per Scelta Civica. Come deve agire la politica italiana?

«Deve operare nella consapevolezza che in questo particolare periodo tutto ciò che è migliorabile si deve migliorare il più in fretta possibile. Siamo l’unico Paese in Europa a non avere un ufficio di coordinamento unico delle attività di investigazione che possa dialogare in termini efficaci con tutte le unità investigative a livello di attività di prevenzione. A mio avviso urge un’immediata estensione dei compiti della Direzione Investigativa Antimafia anche al terrorismo, creando un dipartimento fatto da magistrati esperti in materia che nell’alveo dell’ufficio unico di Roma coordinino tutti gli uffici giudiziari italiani. Infine occorre introdurre al più presto nuovi reati».

Potrebbe chiarire quest’ultimo punto?

«In Italia, fatta eccezione per i mercenari, non è punita la partecipazione ai conflitti bellici. In altre parole l’italiano che va all’estero viene punito solo se si è fatto pagare. Se invece un italiano si unisce a un gruppo terroristico non c’è punibilità in quanto tale reato non è commesso nel territorio italiano. Questo è un vuoto normativo inaccettabile in un periodo come quello che stiamo vivendo. Bisogna introdurre un concetto giuridico per il quale partecipare alle attività di un gruppo terroristico, anche fuori dai confini nazionali, rappresenta un crimine contro l’Umanità».

Come giudica la situazione di intelligence a livello europeo invece?

«Sebbene sia buono, il livello di collaborazione fra i servizi di intelligence dei diversi Paesi Membri è migliorabile sotto molti aspetti. Fortunatamente i fatti avvenuti a Parigi hanno accelerato la riflessione e il confronto fra i vari attori responsabili perché questa cooperazione migliori. Mi auguro che risultati concreti arrivino in fretta».

 

 


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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