GOVERNO | 16 Marzo 2015

Ddl Scuola: luci e ombre

Il disegno di legge presentato nell'ultimo Consiglio dei ministri, tra l'ennesima sanatoria per i precari e qualche timido passo verso una vera parità scolastica, mostra alcune novità importanti, in particolare su autonomia e chiamata diretta dei docenti

di GIOVANNI COMINELLI

Il Consiglio dei Ministri Renzi ha varato un Disegno di legge, che tenta di tradurre in decisioni le analisi e le promesse del documento “La Buona Scuola”. Il DDL è un sandwich, dove l’hamburger è l’art. 21 - la maxi-Delega articolata in ben 17 materie, riconducibili ai quattro pilastri del sistema: il curriculum, gli ordinamenti, la governance, le politiche del personale (formazione, reclutamento, carriera) - e le due fette di pane sono, da una parte, gli articoli dall’1 al 20 e, dall’altra, gli articoli dal 22 al 24. Ci limitiamo qui a sondare tre novità: la chiamata diretta dei docenti da parte del dirigente, l’immissione di circa 100 mila precari, il meccanismo di autofinanziamento dell’autonomia e la detrazione fiscale a beneficio delle paritarie.

1.

L’art. 7 prevede che, una volta che il dirigente abbia elaborato il Piano triennale dell’offerta formativa e gli sia stato approvato dall’USR e dal Ministero, può procedere a reclutare il personale che gli serve, attingendolo dagli Albi territoriali, nei quali confluiscono, senza essere gerarchizzati secondo dei punteggi, tutti coloro che provengono dalle Graduatorie ad esaurimento (GAE) e coloro che vogliono trasferirsi ad altra scuola. Gli Albi territoriali sono una vecchia proposta del Decreto legislativo n. 227/2005 di Letizia Moratti, che all’art. 5 prevedeva gli Albi regionali, articolati per ordini di scuola, cui si dovevano iscrivere tutti coloro che avessero conseguito il titolo per insegnare, pur non avendo vinto nessun concorso. Ma il timore che “senza concorso” significasse esporsi a sentenze negative della Corte costituzionale finì per bloccare il tutto. E poi il governo cadde. In questi Albi di oggi i candidati al posto hanno già superato il concorso. Ma, invece di mettersi in graduatoria e scegliere la scuola, quando arrivi il loro momento, qui devono attendere che il dirigente di una scuola li chiami. La novità è rivoluzionaria: sono le scuole che scelgono l’insegnante, non viceversa! Per il momento la nuova procedura riguarda i precari degli Albi e gli aspiranti a cambiare scuola, ne sono esclusi gli assunti a tempo indeterminato. Ma il principio affermato sul piano teorico e praticato apre un varco rivoluzionario alla pratica effettiva dell’autonomia scolastica.

2.

Il Piano assunzionale straordinario, previsto dall’art. 8, comprendeva originariamente l’immissione a tempo indeterminato di circa 150 mila precari. Dalle più recenti dichiarazioni del governo paiono scesi di un terzo, a 100 mila. L’escamotage fondativo di questa enorme sanatoria, la ventottesima dal 1947 secondo gli storici della Scuola, è il cosiddetto “organico funzionale”. Si tratta, cioè, di conteggiare nell’organico a disposizione della scuola non solo i posti corrispondenti biunivocamente alle singole cattedre, ma anche quelli cosiddetti “di potenziamento”. Si tratta di posti/persone a disposizione della scuola per i compiti quotidiani più diversi. Già nel 1982 era stato tentato qualcosa di analogo: le DOA, dotazioni di organico aggiuntive. La ratio non era affatto quella di garantire la buona scuola, ma, più prosaicamente, l’occupazione, mentre incominciava a diminuire la popolazione scolastica, passata dal 1971 al 2014 da 10 milioni di alunni a circa 8 milioni. Possono partecipare a questa lotteria i vincitori del concorso bandito nel 2012 e tutti gli iscritti alle Graduatorie ad esaurimento, ciascuna delle due categorie potendo occupare solo il 50% dei posti a disposizione. Tutti gli aspiranti debbono comunque riversarsi negli Albi territoriali. L’idea è di chiudere al 1° settembre tutte le graduatorie e di assumere di qui in avanti solo per concorsi pubblici nazionali. La soluzione appare largamente problematica, per molte ragioni: non si dà naturaliter la corrispondenza tra domanda della scuola e offerta di competenze formative presenti sul mercato; molti precari sono sconosciuti al sistema; da quando si libera un posto a quando si possa assumere chi lo occupa, passeranno comunque almeno due anni, anche nell’ipotesi di concorsi annuali. La soluzione sarebbe la chiamata diretta. L’art. 7 apre un varco, ma occorreranno parecchi anni perché si vada a regime con questo metodo.

3.

La politica finanziaria verso le paritarie continua a languire sul piano del finanziamento ordinario, ma fa un passo in avanti su quello “straordinario”. Il 5 per mille, (art. 15), lo school bonus (art. 16), la detraibilità fiscale delle spese sostenute per la frequenza scolastica dei figli (art. 17), sia pure escludendo le superiori, consentono di allargare le fonti di finanziamento della società civile alle scuole, senza distinzione tra statali e paritarie. Dal punto di vista delle paritarie, meglio di niente, meno di quanto sarebbe necessario e di quanto si fa nei maggiori Paesi europei, assai più laici dell’Italia. Tuttavia questi articoli sono un contributo psicologico e culturale ai fini di una percezione pubblica più matura dell’unitarietà del sistema di istruzione, rispetto al quale lo statale e il paritario sono soltanto dei segmenti.


GIOVANNI COMINELLI

Laurea in filosofia. Già membro dell’Invalsi e dell’Indire. Scrive di politica e di scuola.
Ha pubblicato: La caduta del vento leggero - Autobiografia di una generazione che voleva cambiare il mondo (2007) e La scuola è finita, forse (2009).

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