MACIGNO SUL FUTURO | 11 Maggio 2016

Debito pubblico, la BCE bacchetta il governo Renzi

Il debito italiano continua a gonfiarsi. Altolà della BCE: azioni strutturali insufficienti. Perché siamo così indebitati? Quali rischi? I dati preoccupanti dei conti pubblici, il governo Renzi e la sforbiciata che non arriva mai

di LUCA PIACENTINI

C’è preoccupazione per il recente allarme lanciato dalla BCE sul debito pubblico italiano. Anche se le voci sembrano escludere al momento una procedura di infrazione, i rilievi dell’istituto di Francoforte ripropongono seri interrogativi sulla capacità del governo Renzi di intervenire efficacemente. Il nodo da sciogliere rimane l’alto debito, insieme alla riduzione del deficit. 

La situazione generale europea, su cui grava lo spettro della deflazione, di certo non aiuta. Nell’ultimo bollettino mensile la BCE ritiene «probabile» un tasso d'inflazione «su valori lievemente negativi nei prossimi mesi», in possibile risalita nel secondo semestre dell’anno.   

IL DOSSIER: «AZIONI STRUTTURALI INSUFFICIENTI» 
Ma il mancato rispetto italiano della «regola del debito» è tutt’altro che trascurabile. «Gli scostamenti rispetto ai livelli richiesti dalla regola del debito si sono ampliati - si legge a pagina 62 del terzo Bollettino economico 2016 - specie nei paesi con un debito molto elevato. Sia per il Belgio sia per l’Italia l’aggiustamento lineare strutturale minimo è aumentato gradualmente nel periodo considerato (…) Al tempo stesso, gli altri paesi hanno migliorato il saldo strutturale più di quanto sarebbe stato richiesto per assicurare l’osservanza della regola del debito. Nel 2014 lo scostamento è stato rispettivamente pari allo 0,8 e all’1,2 per cento del PIL in Belgio e in Italia (in base alle previsioni per l’inverno 2016 della Commissione europea) e nel 2015 si ritiene che sia salito a circa il 2 per cento nel caso dell’Italia».

«Azioni di risanamento strutturale insufficienti - prosegue Francoforte - (…) assieme ai minori requisiti di aggiustamento conseguenti alle recenti disposizioni sulla flessibilità, hanno contribuito agli scostamenti dal parametro di riferimento per la riduzione del debito».

LONTANI ANNI LUCE DAL FISCAL COMPACT
Siamo lontani anni luce dagli obiettivi del Fiscal Compact, che impone di passare dall’attuale 132% al 60% del rapporto debito/Pil, tagliando il gap di un ventesimo ogni dodici mesi. Non solo non cala, ma il ‘mostro’ continua a ingrandirsi. Secondo Bankitalia, a febbraio il debito pubblico è arrivato a toccare i 2.215 miliardi di euro.

Storicamente il peccato originale che ha incrementato il debito pubblico risale gli anni Settanta e Ottanta, stagione segnata più che mai dal consociativismo, dalla rincorsa salariale e dalla riforma della sanità. 

NEL TUNNEL DAGLI ANNI SETTANTA
Sembra che lo stato ce l'abbia messa tutta per infilare il paese in un tunnel dal quale oggi è difficile uscire. «La spesa pubblica sale in modo quasi esponenziale durante gli anni Settanta e Ottanta - ricostruisce il Rapporto sulla sussidiarietà 2014-2015 della Fondazione sussidiarietà - L'aumento decennale negli anni Settanta è stato di circa il 1000%, quindi quasi un raddoppio (..) per ogni anno», mentre nel decennio successivo incremento è stato del 323%, «quindi un terzo in più per ogni anno».

I costi sono enormi. Ogni anno lo stato deve infatti trovare sui mercati finanziari qualcosa come 300 miliardi di euro «per rimborsare i prestiti ricevuti in passato». 

LE COLPE DELLA POLITICA
Se si è arrivati ai punti descritti periodicamente dai report delle istituzioni europee, la colpa è di chi ha tenuto le redini del paese. «La miopia della politica fiscale italiana - sottolinea ancora il Rapporto sussidiarietà - con governi che si sono sempre comportati da 'cicala', rinviando al futuro le politiche di rientro del debito, è la principale responsabile di un debito pubblico elevatissimo, primo in valore assoluto in Europa, grave fardello allo sviluppo dell'economia e al benessere delle giovani generazioni». 

Su come intervenire per ridurlo il dibattito è aperto. Per inciso citiamo le tre strade indicate dalla Fondazione sussidiarietà: politiche fiscali di austerità - che però riducono crescita o rendono più pesante la recessione; ristrutturazione del debito - esposta però alle tensioni dei mercati finanziari; e politiche solidaristiche di rientro, dove la BCE gioca un ruolo decisivo.

ZAVORRA SUL FUTURO 
Perché è così importante tagliarlo? Come emerso nel recente incontro con l'ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli all'Università cattolica di Milano, il debito compromette la crescita sul lungo periodo. Non solo. Cottarelli ricorda che l'Italia ha il terzo debito più elevato tra i paesi avanzati, dietro Giappone e Grecia, e si ritrova a gestire un problema enorme che la espone continuamente al rischio di crisi finanziarie. Il preside della facoltà di Scienze politiche Guido Merzoni sottolinea come il debito sia «il fattore di condizionamento principale delle politiche economiche del nostro paese». 

CON RENZI LE COSE PEGGIORANO
È cambiato qualcosa negli ultimi mesi? Soprattutto, ci sono stati mutamenti strutturali da quando Renzi è al governo? Guardando i bollettini delle istituzioni economiche che certificano la crescita pressoché costante del debito, e ascoltando le critiche dell'opposizione, sembrerebbe proprio di no. Anzi. Secondo Forza Italia da quando il sindaco di Firenze si è insediato a Palazzo Chigi l'incremento del debito pubblico è stato di quasi 84 miliardi. Nonostante Renzi e Padoan, sottolinea il capogruppo Renato Brunetta, dicano che va tutto bene.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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