I CONTI DA PAGARE | 30 Gennaio 2017

Debito pubblico, quel ‘mostro’ in agguato

La lettera di Bruxelles all’Italia, il rischio di una procedura di infrazione e le riforme mancate del governo Renzi. Sullo sfondo il peso insostenibile del debito pubblico italiano, perenne minaccia alla stabilità del nostro Paese

di LUCA PIACENTINI

Gira e rigira, si torna sempre lì: al debito pubblico. Enorme e in crescita, minaccia perenne alla stabilità del Paese e inevitabile metafora del fallimento della classe politica. La sola esistenza del ‘mostro’ è un atto di accusa a chi ci ha guidato. Tra i leader, «last but not least», Matteo Renzi. Che se n’è andato a casa ma ha lasciato agli italiani il conto da pagare delle sue riforme sbagliate.

In questi giorni va di moda sui media annoiare lettori e telespettatori sul botta e risposta tra il premier Paolo Gentiloni e il commissario agli Affari economici Ue Pierre Moscovici. Oggetto del contendere, la correzione ai conti pubblici pari allo 0,2% auspicata da Bruxelles. A Palazzo Chigi il dilemma è il seguente: servirà una manovra oppure no? Non è una domanda oziosa visto che, qualunque sarà la risposta, avrà un impatto positivo o negativo sulle tasche degli italiani. 

Va da sé che mentre i partiti duellano sulla legge elettorale, nessuno, tantomeno il PD, vuole una manovra correttiva, che si tradurrebbe inevitabilmente nell’ennesima batosta sugli italiani. Le date che circolano sul possibile ritorno alle urne sono fine giugno o il 30 aprile. Anche se sono in molti a credere che si andrà al 2018 (scadenza naturale della legislatura), quel che è certo è che una stangata a ridosso del voto sarebbe punita dagli elettori. In che modo? Non è difficile prevedere una crescita ulteriore dell’astensione e del bottino elettorale del (non) partito della protesta (leggi: i grillini). 

A quanto è arrivato il debito? Al 133,1% in rapporto al Pil. I problemi sono due: altri paesi sembrano avere fatto i compiti a casa mentre l’Italia no; inoltre l’euro e l’Europa stanno diventando sempre meno popolari sotto il peso dei problemi irrisolti, anzitutto la disoccupazione alta e la ripresa economica che arranca, in secondo luogo l’emergenza terrorismo e l’immigrazione. Si tratta di nodi che Bruxelles non sembra capace di sciogliere. A farne le spese, oltre ai cittadini alle prese con l’economia asfittica, la stessa costruzione europea, sempre più in bilico. Tanto che non è più un tabù, dopo la Brexit, parlare di una possibile uscita di altri paesi dall’Ue nel caso in cui i partiti estremisti prendano piede alle prossime elezioni nazionali. 

In Italia gli analisti che esanimano gli scenari puntano il dito sullo spread - il differenziale tra Btp decennali e omologhi tedeschi che misura la nostra credibilità sui mercati finanziari - e sono in molti ad ipotizzare schizzerebbe all’in sù dopo l’apertura di una procedura di infrazione UE. 

La domanda è sempre quella: il nostro Paese riuscirà a sostenere gli interessi dell’enorme debito pubblico? Ecco che si torna al punto di partenza, ai 2,4 miliardi di dollari che lo Stato deve ripagare e che, secondo l’ultimo report del Fondo monetario internazionale, colloca l’Italia al terzo posto nella classifica mondiale, dietro a Stati Uniti e Giappone. 

Altri Paesi europei, si diceva, Germania in testa, hanno agito: Berlino ha portato il debito da oltre il 70% del 2015 a quota 66% (dati pubblicati dal Sole24 Ore). Ma l’Italia? L’impressione è che le riforme che contano siano ancora tutte da scrivere: cambiamenti strutturali per ridurre burocrazia e peso dello stato, per sgravare fiscalmente cittadini e imprese, rendere competitivo il sistema paese con una svolta nei tempi della giustizia civile a garanzia dei futuri investitori. 

Invece abbiamo assistito alla galoppata dell’ex premier Matteo Renzi verso il referendum del 4 dicembre, data che nelle intenzioni dell’ex sindaco di Firenze avrebbe dovuto segnare il rilancio del paese e che invece ha scritto la parola «fine» alla vicenda dell’esecutivo, una storia costellata da provvedimenti dal fiato corto, come le famose ‘mance’ elettorali (80 euro in primis) e non certo da provvedimenti strutturali. Mentre il debito è ancora lì. Ad ipotecare il futuro. Nostro e dei nostri figli.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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