OCCUPAZIONE | 16 Gennaio 2019

Decreto dignità, meno lavoro per tutti

Il decreto dignità del vice premier Di Maio non solo non produce nuovi posti di lavoro ma non tutela gli esistenti. Le aziende non hanno la forza per stabilizzare i contratti a termine che si trasformano tragicamente in esuberi

di ROBERTO BETTINELLI

Il governo del cambiamento doveva garantire più lavoro e più contratti stabili. La realtà è che dopo il varo trionfale del decreto dignità le regioni italiane registrano sempre più episodi che evidenziano un risultato contrario alle attese del ministro Di Maio.

L’ultimo, in ordine di tempo, si è verificato in un call center di Crotone che ha annunciato 400 esuberi. Una riduzione draconiana del personale da parte dell’azienda Abramo Customer Care che, dicono le parti sociali, non ha potuto permettersi di ottemperare agli obblighi del decreto del governo Conte che impone il passaggio al contratto a tempo indeterminato dopo 24 mesi di assunzione a termine.

La stabilizzazione, ha spiegato il management del call center, non è stata possibile a causa degli oneri economici eccessivi. Da qui la decisione di ricorrere agli esuberi. A distanza di mesi iniziano dunque a verificarsi gli effetti negativi di una legge che, in assenza di incentivi per le aziende, appare sempre di più come il frutto di una visione ideologica del mondo del lavoro e che si dimostra incapace non solo di produrre nuova occupazione ma di tutelare l’esistente.

Il caso di Crotone dovrebbe far riflettere proprio chi, come il vice premier Di Maio, dovrebbe avere a cuore le sorti dell’occupazione nel sud Italia. In proporzione i 400 posti persi in Calabria, per quanto precari, equivalgono alle migliaia che si potrebbero perdere nel nord e nel centro Italia dove l’incontro tra domanda e offerta di lavoro beneficia di condizioni decisamente migliori e più appetibili.

Assolavoro, già lo scorso dicembre, aveva indicato come più di 50mila lavoratori non avrebbero ottenuto il rinnovo del contratto dopo i 24 mesi di assunzione a tempo determinato. Federmeccanica ha ufficializzato che il 30% delle imprese associate, a causa del decreto dignità, non confermerà i contratti a termine.

Se le cose continueranno ad andare in questo modo la promessa di abolire la povertà fatta dallo stato maggiore grillino e dal governo Conte risulterà vana e controproducente. Dentro un’economia che non cresce e che vede all’orizzonte uno scenario recessivo destinato ad impattare non solo sull’Italia ma su tutta l’Europa, le aziende non hanno la forza per effettuare la stabilizzazione. I lavoratori precari in questo contesto non solo non raggiungono il traguardo di un contratto più solido e duraturo, ma rischiano realmente di perdere l'unica chance di occupazione sulla quale possono contare.

Una 'punizione' di cui nessuno ha colpa, né il lavoratore né l’azienda, ma che una legge sbagliata come il decreto dignità di certo non contribuisce ad evitare obbligando al rispetto di vincoli che possono rispondere sulla carta ad esigenze di giustizia sociale ma che nella realtà peggiorano soltanto una situazione già di per sè critica e drammatica. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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