POLITICA | 24 Marzo 2015

Destra, sinistra e l’arma 'spuntata' del governo

Ncd sempre più in difficoltà dopo il caso Lupi. Alfano rilancia la linea governativa. Ma lo schema 'politica contro antipolitica' non può cancellare del tutto l’alternativa destra-sinistra dopo 20 anni di bipolarismo

di ROBERTO BETTINELLI

Mentre Matteo Renzi deve difendersi dalle accuse di tirannia e dagli attacchi della minoranza del suo partito, un altro leader politico che gioca un ruolo cruciale nel governo è alle prese con un’aggressione interna dalle conseguenze imprevedibili. Il suo nome è Angelino Alfano. Il fondatore del Nuovo Centrodestra deve fare i conti con la spaccatura che sta minando l’unità della formazione politica nata dalla scissione da Forza Italia e che scaturisce da un forte malcontento verso l’alleanza con il Pd. Una contestazione che si annida in parlamento ma anche, e forse di più, nelle sedi periferiche. E’ dai territori e dalle città lontane dalla capitale, infatti, che si levano le critiche più dure. I rappresentanti locali sono sempre più spaventati dal calo di consenso nei sondaggi e dall’eccesso di potere di Renzi. 

Alfano ha sempre ribadito di voler guidare il Paese fino al 2018, giungendo al termine naturale della legislatura. Una promessa che risulta sempre più difficile mantenere. I motivi sono molti. I ripetuti flop che hanno caratterizzato gli appuntamenti elettorali e che nel nord hanno impedito l’ingresso di Ncd nei consigli regionali di Emilia-Romagna e Piemonte, i sondaggi sempre più negativi che sembrano mettere a rischio il risultato di raggiungere la soglia del 3% prevista dall’Italicum, l’assenza di un partito con un’ossatura vera a livello territoriale dove la rete dei circoli ha alimentato forti aspettative ma non ha attivato un effettivo coinvolgimento dei militanti, l’esito deludente della vicenda che ha visto al centro delle polemiche l’ex ministro Lupi e che si è conclusa con l’allontanamento dall’esecutivo dell’uomo che doveva presidiare la questione settentrionale. 

Le ragioni per essere insoddisfatti sono diverse, ma una in particolare ha avuto un effetto dirompente. Le dimissioni di Maurizio Lupi, costretto a lasciare il dicastero delle Infrastrutture pur non essendo indagato, vittima di una «gogna mediatica» alla quale Renzi ha assistito senza battere ciglio. Il silenzio del premier ha escluso ogni iniziativa di soccorso verso l'alleato, mettendo in risalto la poca considerazione e la debolezza del Nuovo Centrodestra all’interno dell’alleanza. Un atteggiamento che ha incrinato, come era prevedibile, la fiducia della membership del partito verso la strategia di Alfano che stabilisce come priorità assolta la partecipazione all'esecutivo e che seguita a individuare nella responsabilità di governo il cuore del messaggio politico. Il malessere si è ulteriormente aggravato dopo che Renzi ha deciso di non chiedere le dimissioni dei sottosegretari del Pd, questi sì indagati dalla magistratura, mostrando un atteggiamento del tutto diverso da quello rivelato nell'affaire Lupi. 

Agli occhi di non pochi esponenti di Ncd Renzi ha usato due pesi e due misure con il risultato di trasformare la minoranza politica di Ncd, legittima in democrazia, in una colpevole e poco dignitosa ‘minorità’. Una lettura che si è diffusa dentro e fuori il partito contagiando l’opinione pubblica dove è ormai dominante la percezione di una sudditanza che va ben oltre il divario numerico di deputati e senatori che separa Ncd dal Pd e che è a tutto vantaggio della formazione maggiore. 

I giornali hanno riportato gli sfoghi rabbiosi di Nunzia De Girolamo e quelli più ironici e sarcastici di Fabrizio Cicchitto. Ma anche i consiglieri regionali lombardi Luca del Gobbo e Stefano Carugo hanno sollevato pesanti critiche al punto da indicare come unica soluzione possibile l’uscita dal governo. Ciò che si rimprovera ad Alfano è un ‘appiattimento’ che non consente di marcare le differenze rispetto al Pd, cancellando il partito dalla mente degli elettori. Anche quando Ncd è riuscito ad arginare le tendenze conservatrici dei democratici, nessuno se n'è accorto. E non poteva essere diversamente dal momento che nè il segretario nè i ministri hanno alzato la voce per rivendicarne il merito o per sottolineare in modo incisivo la propria distanza rispetto al Pd. 

La risposta di Alfano non si è fatta attendere. Il ministro dell’inferno è intervenuto a un incontro della Fondazione Magna Carta in Abruzzo dicendo che «non si torna indietro» e ha escluso a priori una qualsiasi ipotesi di ritorno dentro Forza Italia. Ha sottolineato la necessità di restare al governo con il Partito Democratico per non lasciare a Renzi il merito della «ripresa economica che sta per arrivare». Se l’è anche presa con il mondo dei media che «si ricordano di essere liberi solo quando attaccano noi». 

Ancora una volta il leader di Ncd ha utilizzato l’argomento della responsabilità che deve rispondere a un’emergenza incombente e che si fonda sullo schema 'politica contro antipolitica'. Nell’ottica di Alfano stare al governo consente di rivendicare un ruolo nel processo politico che ha portato a costruire le condizioni per agganciare la ripresa che si staglia all’orizzonte, uscendo dalla secche mortali della recessione. In fondo non c’è molta differenza rispetto a quello che ha sempre sostenuto fin dall’inizio del governo Renzi quando l'urgenza era evitare il ritorno alle urne con il rischio di assesondare la salita al potere di Grillo. Un messaggio che peraltro lo stesso Renzi ha fatto proprio attraverso l’aut l’aut «o ce la facciamo, o si va a tutti a casa». 

E’ evidente che i due messaggi non sono pienamente sovrapponibili, ma rientrano entrambi nel ‘topos dell’emergenza’. E’ possibile riassumerli in questi termini: bisogna agire immediatamente, con determinazione, senza lasciarsi ostacolare dalle vecchie categorie della destra e della sinistra. Governare con Renzi, quindi, è l’unica soluzione per non consegnare il Paese al caos dell’antipolitica e far ripartire l’economia. Questo è lo scenario interpretativo che accoglie i messaggi di Alfano e che stanno alla base, al netto dei sospetti e delle accuse di opportunismo, della decisione di proseguire l'alleanza con il Pd. 

Che la situazione economica sia disperata, lo rivelano drammaticamente il tasso della disoccupazione e il calo della produzione industriale. Dati che sono così sconfortanti da mettere seriamente in dubbio la possibilità di un subitaneo rilancio dell’economia. Per quanto riguarda l’antipolitica di Grillo, il pericolo non sembra più attuale. E forse, a giudicare dall’incapacità del Movimento 5 Stelle di promuovere qualsiasi azione politica degna di questo nome, non lo è mai stato. 

La scelta di Alfano di sostituire la frattura destra-sinistra con quella che contrappone politica-antipolitica, almeno allo stato attuale, non sta dando buoni frutti. Gli elettori, privati di uno schema chiaro e collaudato dopo vent'anni di battaglie durissime condotte all'insegna bipolarismo, si sono trovati alle prese con categorie molto più incerte e confuse. Inoltre, per quanto il livello di gradimento del governo sia stabile, la situazione economica resta gravissima. L'impostazione statalista prevalente nel Pd non ha permesso di dare una svolta decisiva sul fronte della riduzione delle tasse, lasciando le imprese in balia di una pressione fiscale che non ha eguali in Europa e che pregiudica il rilancio dell’occupazione. Sul fronte politico è da considerare il fatto che Grillo non rappresenta più una minaccia mentre lo diventa ogni giorno di più il segretario della Lega Salvini. La sua azione comunicativa di stampo lepenista sta colonizzando il centrodestra anche grazie al fatto che non ci sono alternative: Forza Italia è divisa in mille rivoli e non riesce a trovare una linea univoca e coerente mentre Ncd ha una scarsa capacità di persuasione a causa dell’ambiguità che deriva dalla partecipazione al governo con la sinistra. 

Il punto cruciale è proprio questo: non è dato capire come sia possibile far rinascere il centrodestra, vecchio o nuovo che sia, come spesso ha sottolineato Alfano, puntando tutto sull’alleanza con Renzi e il Pd, tralasciando il dialogo con Forza Italia, rassegnandosi a subire il conflitto con la Lega Nord che a Roma rappresenta un avversario odioso e irriducibile, ma che in Lombardia è vista come un alleato sicuro.

Finora il presidente del Consiglio non ha mai mostrato alcuna sensibilità verso l’esigenza di Ncd di ritagliarsi spazi importanti di visibilità. Non l’ha fatto né sul Jobs Act né sulla legge di stabilità né sulle riforme costituzionali né su qualsiasi altro provvedimento che potesse garantirgli un quarto d’ora di celebrità. Renzi, da istrione e superegotista quale è, non ha mai resistito alla tentazione di prendersi tutta la scena. Ama presentarsi come il demiurgo chiamato a sanare i mali atavici della nazione. Alfano dovrebbe spiegare per quale motivo continua a fidarsi di un uomo dall’ambizione così smisurata che dovrebbe rinunciare ai suoi sogni di gloria per spartire con gli alleati il bottino della vittoria.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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