CONSULTAZIONI | 26 Aprile 2018

Di Maio e Renzi, uno scenario da vecchia DC

Di Maio corteggia Renzi che, da male assoluto, diventa il partner ideale mentre Salvini sarebbe 'ricattato' da Berlusconi contro il quale si rispolvera il conflitto d'interessi caro alla sinistra. Scenari da vecchia politica

di ROBERTO BETTINELLI

Il nemico di oggi è l’amico di domani. Si sa che la politica prevede mutamenti di scenari inaccettabili per la gente comune. Ma la politica è così che si manifesta. Da sempre. E Luigi Di Maio non fa eccezione. Dopo che il rozzo tentativo di spaccare il centrodestra è andato in fumo, tramite l’interposta persona del presidente della Camera Fico il leader dei 5 Stelle sta provando in ogni modo a chiudere con il Pd.

Neanche a dirlo. Il Pd di Matteo Renzi. Esattamente. Ossia il partito ed il leader che fino a ieri il delfino di Grillo e Casaleggio descriveva come il male assoluto. Il nemico assoluto. Che oggi però, sempre che Renzi decida di stare al gioco, è diventato l’amico più testato e affidabile. Una bella lezione di realismo politico. Degna della vecchia scuola democristiana.

Insomma, prima delle elezioni fare qualcosa di buono e di sensato con i dem per Di Maio era una missione impossibile. Allo stato attuale, invece, non si può fare altro. Anzi, è la soluzione migliore vista l’indisponibilità di Salvini a mollare Berlusconi. E contro il fondatore di Forza Italia, accusato di ricattare il segretario della Lega attraverso la forza persuasiva dell’impero mediatico-televisivo, Di Maio non esita a sfoderare l’argomento del conflitto di interessi per sedurre il mondo della sinistra che del berlusconismo ha fatto una malsana e lesiva ossessione.

Di Maio, dopo tante accuse, liscia il pelo a Renzi per dare vita ad un esecutivo che potrebbe rappresentare il preludio di un blocco di sinistra costituito dai dem e dai 5 Stelle. Un blocco che, se dimostrasse di poter durare, potrebbe sfidare il centrodestra anche nelle competizioni periferiche. Certamente Martina, Zingaretti, Emiliano e gli esuli di Leu, già pronti a dare il loro contributo alla grande alleanza, non sbagliano ad interpretare la via del governo come l’occasione per sminuire lo strapotere renziano. Che il Nazareno sia ormai una succursale del giglio magico è cosa nota a tutti. Renzi lo sa e preferirebbe sganciarsi. Ma un governo è un governo. Con tutto ciò che ne consegue in termini di influenza, nomine, decisioni. Tutti elementi che Matteo Renzi, poco abituato alla lontananza dal potere che appartiene a chi ha il compito di animare l’opposizione, non disdegna. E poi riportare il Pd a Palazzo Chigi, dopo la serie inesauribile di batoste elettorali, sarebbe il modo perfetto per togliersi di dosso la reputazione del perdente e imporre a tutti il messaggio ‘ve l’avevo detto, abbiamo vinto ancora noi’.

Ma l’operazione non può essere indolore. I vantaggi sono tanti. Ameno quanto i pericoli. Il rischio annessione è reale. Non solo per i numeri che vedono i 5 Stelle in maggioranza. Ma anche per i programmi. I grillini hanno scavalcato a sinistra il Pd troppo influenzato da figure esterne come il ministro Calenda o sbilanciato per raccogliere i voti berlusconiani indisponibili a finire nella pancia della Lega. Una strategia, questa, che Renzi non ha mai abbandonato e che rappresenta il vero motivo delle sue disfatte alle urne.

Se Di Maio dovesse davvero siglare il patto con il Pd,  Matteo Salvini non avrebbe comunque nulla da recriminarsi. E’ stato ai patti fino a quando ha potuto garantendo l’unità del centrodestra. I risultati sono dalla sua parte: ha vinto il 4 marzo, ha vinto in Molise e vincerà in Friuli. Chi non ha le idee chiare, si è rivelato poco attendibile nei negoziati e nelle rpove elettorali sta facendo la figura l’eterno secondo è il capo politico del Movimento 5 Stelle. Con il Pd spera di diventare presidente del Consiglio. Salvini e Berlusconi non gliel’hanno permesso.

Ma chi dovrà spiegare agli italiani che a breve potrebbe nascere un governo di sinistra, mentre il Paese va a destra, sarà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La contradizione è talmente evidente da non poter essere tollerata. Meglio la ‘pausa’ del governissimo per licenziare una legge elettorale che consenta di garantire la stabilità. E poi si vada al voto. Un traguardo tanto inesorabile quanto liberatorio.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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