CUL DE SAC | 03 Maggio 2018

Di Maio non è capace, grillini cambiate leader

Prigioniero dei suoi stessi veti, al vertice di una struttura oligarchica poco radicata nei territori, Di Maio passa agli insulti e invoca elezioni impossibili. Tutti gli errori di un presunto leader

di ROBERTO BETTINELLI

Politiche, Molise e Friuli Venezia Giulia. Una sequenza che descrive tre competizioni che vanno dal nazionale al locale. Una sequenza che ha visto il centrodestra guidato da Salvini crescere inesorabilmente a spese del Movimento 5 Stelle. Un motivo c’è, soprattutto dopo il voto del 4 marzo. Salvini, agli occhi degli italiani, si è comportato bene bene. Di Maio, invece, ha commesso molti errori.

Il primo: non ha vinto le elezioni politiche ma fin dal giorno successivo alla chiusura delle urne si è presentato come il grande trionfatore. E’ salito sul pulpito e ha iniziato a tuonare contro gli avversari, lanciando nel frattempo segnali di umiltà e di collaborazionismo al Capo dello Stato e all'Unione Europea. Un'ingenuità. E' vero che Sergio Mattarella ha un ruolo chiave nel corso delle consultazioni proprio perché spetta a lui dare avvio alla fase costituente del governo con la scelta del premier. E' vero che, da lontano, Bruxelles, vigila sugli affari interni italiani. Ma è vero che la maggioranza si costruisce in parlamento trattando con gli altri leader e gli altri partiti. Un elemento irrinunciabile di cui Di Maio, pur di lisciare il pelo al ‘movimentismo’ dei 5 Stelle, si è completamente dimenticato. Se si esclude la partita della presidenze delle Camere, per il resto, non ha fatto altro che proseguire con l’atteggiamento di chi sta all’opposizione. Il colmo è stato raggiunto quando ha tentato di spingere Salvini alla rottura con Berlusconi o quando, consapevole dei problemi interni del Pd, ha provato a forzare la mano infilandosi come un coltello nel burro fra Renzi e Martina.

Veniamo al secondo grave errore: la politica dei due forni. Trattare simultaneamente con Lega e Pd ha rappresentato un eccesso di tatticismo che ha nauseato perfino gli aderenti al movimento pentastellato. Innanzitutto Lega e Pd non sono la stessa cosa ma due forze politiche che provengono da culture profondamente differenti con valori e programmi agli antipodi. Una distinzione che l’egotismo di Luigi Di Maio non ha colto e anzi ha negato durante i negoziati, creando un’artificiosa equivalenza che di fatto sviliva gli interlocutori e autocelebra la presunta alterità dei grillini rispetto ad un sistema politico da condannare in toto. Alterità smentita dalla furbizia democristiana di andare a braccetto con l'uno e con l'altro. Cinicamente. 

Altro errore: lanciare un contratto di governo alla tedesca senza sapere di che cosa si tratti veramente. Se il focus della discussione cade sui contenuti, infati, sono questi a dover prendere il sopravvento. E’ sul confronto in merito alle azioni da fare, e sui principi che le animano, che si deve spostare la riflessione degli attori politici. Ma per arrivare a questo punto tutti gli interlocutori devono sentirsi invitati al tavolo della trattativa. Cosa che Di Maio non ha fatto ponendo veti a tutti, indiscriminatamente, e perdendo così una grande occasione che poteva essere mesa a punto solo in un regime di ascolto e di scambio. 

Isolato dai propri fallimenti, il capo politico dei 5 Stelle è passato così agli insulti. Prima contro il Pd e poi contro Salvini, accusato di avere debiti con Berlusconi al punto da non essere autonomo. Invece di avviare l’autocritica, necessaria per porre rimedio alle trappole che lui stesso aveva sistemato durante il cammino, Di Maio ha addossato ad altri la responsabilità dello stallo. Non solo, ha cominciato ad offendere nonostante Salvini abbia tenuto aperta la porta del dialogo e lo stesso Renzi non abbia precluso la possibilità di un governo delle riforme super partes.

Elezioni subito, dunque, è questo il messaggio di Di Maio. La sola possibilità che gli rimane nonostante in molti all’interno del movimento, soprattutto fra gli eletti in parlamento, non ne vogliano sentir parlare. E nonostante, agli occhi di tutti ed in primis del presidente Mattarella, la soluzione sia tutto tranne che utile al Paese dal momento che il giorno dopo il voto si ripeterebbe esattamente la situazione in cui siamo ora.

Ma Di Maio seguita nel capriccio di voler dettare legge ala politica italiana senza dimostrare di padroneggiarne la grammatica più elementare. Spaventato dall’ascesa del presidente della Camera Fico, colpito dai malumori che stanno crescendo all’interno del movimento, e al vertice di una struttura decisionale oligarchica che fatica a radicarsi con efficacia sui territori, il delfino di Grillo e Casaleggio è finito in un cul de sac dal quale, paradossalmente, possono salvarlo solo Salvini e Renzi. Altrimenti è destinato all’inattività, ingabbiato nello schema di un’opposizione futile e perpetua. Se si applicase il criterio del merito che tanto piace allo stesso Di Maio, visti i magri risultati raggiunti, i grillini dovrebbero rimuoverlo. E dovrebbero cercarsi in fretta un altro timoniere. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.