TAP & M5S | 29 Ottobre 2018

L'inevitabile tradimento di Di Maio

Da quando è al governo il M5S si rimangia tutto: Ilva, il gasdotto della Tap, a breve la Tav. Resta solo il reddito di cittadinanza che gli italiani hanno bocciato. Di Maio ha promesso troppo e ora raccoglie i frutti

di ROBERTO BETTINELLI

La resa dei 5 Stelle sul gasdotto della Tap è il segnale di una nuova fase destinata a pesare negativamente sia sul movimento grillino sia sul governo di Di Maio e Salvini.

In merito alla vita interna del partito che ha nel vice premier e ministro del lavoro il proprio capo politico, il via libera al gasdotto pugliese rappresenta una svolta traumatica. I 5 Stelle, e Di Maio in primis, hanno fatto incetta di voti nel meridione e in tutta Italia costruendo una campagna elettorale dai toni violentemente ambientalisti, opponendo un netto rifiuto alla realizzazione delle grandi opere. Ma dopo il cedimento sull’Ilva ora arriva quello nella battaglia contro la Tap, che aveva trasformato il M5S nel partito di riferimento dei comitati contrari all’opera, e a breve si materializzerà l’inevitabile sconfitta sulla partita altrettanto decisiva della Tav.

Via via che prosegue l’avventura grilla a Palazzo Chigi, Di Maio e seguaci sono costretti a rinunciare a pezzi importanti del loro programma elettorale. Una situazione davanti alla quale i dirigenti grillini non fanno altro che accampare scusanti che, di giorno in giorno, diventano sempre meno credibili. Ormai lo iato tra la fase elettorale e quella governativa ha raggiunto i livelli di allarme al punto che Di Maio è stato obbligato a ricompattare le fila disegnando i risibili scenari di un complotto, ordito non si sa bene da chi, ma che avrebbe l’obbiettivo di distruggere il movimento e l'esecutivo pentaleghista.

E’ normale che tra il momento della competizione elettorale e della partecipazione al governo si venga a definire una distanza, ma questa è parametrata sulla base del contenuto degli annunci e delle promesse che sono stati fatti in procinto del voto. Più si esagera con la fantasia e più si è costretti a subire il ridimensionamento una volta vinte le elezioni.

Frasi e impegni che prima del 4 marzo accendevano le speranze degli italiani, come i famosi 40 miliardi di sprechi della pubblica amministrazione che potevano essere tagliati in una sola seduta del consiglio dei ministri, appaiono ormai sparate prive di senso e finalizzate a reclutare consenso.

La medesima impressione viene oggi suscitata dalle dichiarazioni di Di Maio o del premier Conte quando, davanti alle proteste legittime degli elettori 5 Stelle che tutto si aspettavano dall’esecutivo tranne il sì alla Tap, si trovano nell'imbarazzante situazione di liquidare come miraggi le promesse elettorali. L'uno e l'altro, infatti, ripetono ossessivamente che non sapevano nulla delle multe che sarebbero state imposte al governo italiano qualora fosse stato interrotto il completamento del gasdotto.

La giustificazione, vera o no, esprime l’inadeguatezza a ricoprire ruoli di responsabilità da parte di una forza politica che finora è riuscita ed eccellere solamente nell’azione di distruzione degli avversari. Talento che, quando si lasciano i banchi dell’opposizione per entrare nella stanza dei bottoni, si dissolve rapidamente. Del programma elettorale dei 5 Stelle rimane il reddito di cittadinanza che, però, è stato bocciato dalla gran parte degli italiani come una misura iniqua e neo-assistenzialista.

Ora Di Maio tenterà, per non erodere il proprio consenso drammaticamente in calo a differenza di quello di Salvini, una strenua resistenza nella lotta contro la Tav. Una battaglia sterile dal momento che qui le penali ci sono davvero e sono note da tempo a tutti gli attori istituzionali. Inoltre la battaglia non può essere derubricata all’ennesimo braccio di ferro con l’Europa. Gli imprenditori e gli industriali piemontesi sono pronti ad azioni di forza per tutelare gli investimenti legati alla realizzazione di un’infrastruttura considerata crusiale. Un divorzio, quello tra mondo delle imprese e governo, che si è già consumato in Veneto con le proteste contro il decreto dignità e in Lombardia con le dure reazioni contro la manovra economica.

L’Italia che produce non crede più all’esecutivo, come peraltro il settore bancario in affanno a causa del rialzo continuo delle spread, e lo stesso Matteo Salvini non può illudersi di allontanare a lungo le conseguenze di una strategia economica che rischia di mettere in difficoltà il successo della Lega nei territori del Nord. Finora, infatti, è stato Di Maio a fare da scudo. Ma c'è da aspetarsi che il leader dei 5 Stelle riuscirà con sempre maggiore fatica a tenere le redini del movimento. Le contestazioni interne, visti i prossimi appuntamenti del governo e le decisioni forzate da prendere a partire dalla Tav, non potranno che aumentare.

Senza la fiducia delle imprese del Nord e senza l’aiuto dei sovranisti in Europa che, dall’ungherese Orban all’austriaco Kurz, non si fanno scrupoli ad additare l’Italia come una fonte inesauribile di problemi, Salvini non può sperare di andare molto lontano. E non ci andrà. Soprattutto se il suo principale alleato, nel frattempo, avrà sperperato tutto il suo carisma e la sua forza. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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