BRACCIO DI FERRO | 09 Giugno 2015

«Migranti, il conflitto che sgretola lo Stato»

Migranti, Renzi contro i governatori del Nord. Un conflitto generato dall'arroganza del premier, dal ‘federalismo all’italiana’ e dall'opportunismo dell'UE

di ROBERTO BETTINELLI

Non illudiamoci che la lotta all’ultimo sangue fra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e i governatori delle tre regioni del Nord Roberto Maroni, Luca Zaia e Giovanni Toti sia da ridurre esclusivamente al tema dell’immigrazione. Se così fosse sarebbe di facile risoluzione. Ma non lo è. 

Dietro il braccio di ferro fra l’esecutivo e le regioni c’è qualcosa di molto più grave di una contrapposizione partitica o di una frattura ideologica in merito alle politiche da attuare verso i migranti. C’è, a tutti gli effetti, un conflitto istituzionale che vede in campo come irriducibili avversari i poteri dello Stato. Uno scontro aperto fra le cariche centrali e quelle periferiche. Fra chi, come Renzi, ha l’urgenza di dare risposte davanti alla comunità internazionale avendo come platea privilegiata gli elettori del Pd e chi, come i tre governatori del Nord, è al vertice di entità già fortemente provate dalle ondate migratorie e affamate dalla spending review che ha scippato oltre 5 miliardi di euro solo nell’ultima finanziaria. 

La decisione del governo di imporre l’accoglienza di altri 3mila profughi mettendo a disposizione la potente rete delle prefetture ha incontrato una risposta durissima e inflessibile. Maroni ha minacciato di tagliare i contribuiti regionali ai comuni che si faranno carico degli stranieri. La tensione ha innescato una belligeranza con finale annunciato: la perdita di credibilità e di prestigio dell’autorità costituita agli occhi dei cittadini. Esattamente ciò di cui non ha bisogno un Paese dalle tendenze anarcoidi, irrispettoso delle regole e democraticamente immaturo come l’Italia. 

Renzi, in qualità di capo del governo, ne è il primo responsabile. Se non altro perché spetta a lui individuare soluzioni che possano mettere tutti d’accordo. Ha la forza e gli strumenti per farlo. Ma un atteggiamento di questo tipo implica la ricerca del compromesso. Una logica intrinsecamente indispensabile per il funzionamento della democrazia ma che è del tutto estranea alla personalità del segretario del Pd come mettono bene in evidenza le divisioni scoppiate all’interno del suo partito. 

L’impietosa situazione da ‘tutti contro tutti’ è il frutto di un federalismo all’italiana che da un lato ha illuso i cittadini di poter contare su un potere amico e vicino alle istanze dei territori, dall’altro non ha saputo imporre il simultaneo ridimensionamento dei poteri centrali creando una macchina pubblica ipertrofica che nello sviluppo dei livelli di governo ha visto l’imperdibile chance di ascesa da parte dei ranghi della burocrazia. 

L’Italia ospita 76.486 migranti nei centri di accoglienza. La Sicilia è la regione che, per ovvie ragioni geografiche, ne ospita il maggior numero: 15.357, una quota che vale circa il 22% del totale. Seguono il Lazio con 8.500 migranti, la Lombardia che ne ha oltre 6.800, quindi Puglia, Campania, Calabria. Dall’inizio dell’anno il numero dei migranti salvati dalla marina militare è salito a 55 mila. 

La classifica delle regioni potrebbe far passare l'idea che in fondo la reazione del Nord sia esagerata e immotivata. Ma la lettura da dare è un'altra. Secondo fonti britanniche circa mezzo milione di stranieri sono pronti a partire dalla Libia. Una marea umana che l’Italia, è quasi inutile dirlo, non è in grado di ricevere. Un dato di fatto che però non sembra impensierire Renzi, intenzionato a usare tutte le armi del potere centrale per imporre l’ennesimo sacrificio alla periferia. Uno sforzo che diventa inaccettabile proprio a ragione di ciò che è accaduto e che potrebbe ancora accadere: la riduzione esponenziale delle risorse trasferite alle regioni e la previsione certa di un'escalation degli sbarchi. Se i colleghi di Maroni che militano nelle fila dei democratici non hanno avuto la medesima reazione è soltanto per fedeltà alla causa del partito. 

Ma al conflitto fra Stato e regioni bisogna aggiungere quello con l’Europa che, nonostante le promesse di collaborazione sbandierate a più riprese da Renzi, seguita nella sua imperdonabile latitanza. Il sistema delle quote è ancora al vaglio degli organi di Bruxelles e c’è un numero rilevante dei Paesi membri che non è disposto a cedere di un millimetro davanti alle richieste italiane. Un muro contro muro che è il segnale inequivocabile del peso irrisorio dell’Italia al cospetto delle altre nazioni e che Renzi, con i suoi isterismi anti Merkel, non ha fatto altro che aggravare. Un handicap che non penalizza però i suoi contendenti: Zaia e Toti sono stati appena eletti a spese del Pd mentre Maroni è da considerare, insieme a Salvini, l’uomo simbolo di una Lega che ha messo a segno un risultato storico con il voto proprio cavalcando la battaglia della lotta all'immigrazione e dell'uscita dall'eurozona. I governatori del Nord hanno le spalle coperte e, a differenza di Renzi, non hanno nulla da perdere. 

 

 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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