L'OPINIONE | 20 Giugno 2015

Difendere la famiglia: la piazza non basta

La manifestazione delle famiglie può e dev’essere un’occasione di incontro e non di scontro. Ma, secondo lo storico militare Alberto Leoni, perché ciò avvenga lo spirito non dev’essere da “crociati”

di ALBERTO LEONI

Al termine di due settimane dove, nel mondo cattolico, è accaduto quasi di tutto, come ben rappresentato dall’articolo di Riccardo Chiari “La vera battaglia per i cattolici è ritrovare l’unità” vale la pena tirare le somme e pensare alla sera di oggi 20 giugno, quando genitori e figli lasceranno piazza San Giovanni, riprenderanno treni e auto e, stanchi ma felici di esserci stati, torneranno alle proprie case per ricominciare la quotidiana giusta battaglia. E sia detto subito, prima ancora di sapere gli esiti di questa grande mobilitazione: fare gli auguri che in piazza vi sia un milione di persone non basta. Già i 400.000 previsti potrebbero essere sufficienti. Chi crede preghi che tutto vada bene e che nel cuore di ognuno dei partecipanti vi sia serenità e anche un po’ di giusta fierezza per il gesto compiuto. Chi scrive ricorda perfettamente cosa provava nel Family Day del 2007  e l’asfalto di piazza San Giovanni, quasi fuso dal calore del sole.

La mattina del 21 giugno apriremo gli occhi e guarderemo ancora i figli che difendiamo, il consorte con cui battagliamo (ma, come diceva Chesterton “Il matrimonio è una sfida all’ultimo sangue che nessun uomo d’onore può permettersi di rifiutare”) e dovremo trovare pensieri, parole e azioni per farlo. E non solo: fin dal momento in cui saliremo su un treno o condivideremo un  luogo di lavoro dovremo guardare tutti coloro che incontreremo, uno per uno e pensare che Cristo lo ha amato e salvato.

In questi giorni ha fatto discutere il comunicato della segreteria di Comunione e Liberazione, dando il via alle più disparate interpretazioni, e a commenti che ne rimarcano l’opportunismo o la semplice incomprensibilità. Si è tratta di una presa di posizione netta e autorevole, così come lo sono state quelle del Forum delle Associazioni familiari e quelle ripetute, di Monsignor Galantino che, qualora siano ben lette, appaiono tutt’altra cosa rispetto a dichiarazioni di resa di fronte all’ideologia gender. Il nocciolo di tali posizioni può essere individuato in questa frase di don Giussani: «In una società come questa, non possiamo rivoluzionare niente con parole, associazioni, o istituzioni, ma solo con la vita, perché la vita è un grande fatto contro cui le derive ideologiche non riusciranno a vincere mai». Un esempio personale: nel giugno del 1981, all’indomani di una campagna referendaria combattuta senza risparmio, mentre diversi dei miei compagni d’università venivano sistematicamente picchiati quando andavano ad affiggere manifesti, dopo aver previsto che dopo la sconfitta sul divorzio con una percentuale del 40% non si poteva non vincere su una questione come quella dell’aborto, dovetti affrontare come tanti altri, lo schiaffo in faccia di quel 32 %. (Va fatto notare, per inciso, che il movimento di Comunione e Liberazione fin dal 1980 giudicava inadeguato lo strumento del referendum abrogativo ma che si impegnò a fondo in obbedienza ai vescovi: un’obbedienza che, come si può notare, non è mai venuta meno.) Proprio nel giugno del 1981 una mia giovanissima amica mi disse che era incinta e intendeva abortire. Ovviamente non ne aveva l’intenzione, altrimenti non me ne avrebbe parlato. Il bambino nacque e, oggi, ha 34 anni. Quella fu la mia personale, piccola vittoria. E, infatti «Si ricominciava da Uno», come disse Giussani, non da 32.

Ancora una volta quell’uomo ribaltava convinzioni e schemi mentali con una semplicità disarmante, affrancandoci dalla sconfitta e rilanciandoci nel mondo. «Ecco, questo è il momento in cui sarebbe bello essere solo in dodici in tutto il mondo. Vale a dire: è un momento in cui si ritorna all’inizio, perché è stato dimostrato che la mentalità non è più cristiana. Il cristianesimo come presenza stabile, consistente, e perciò capace di “tradere” (tradizione, comunicazione), non c’è più”» Il cristianesimo, infatti, continuava, «non si realizza mai nella storia come fissità di posizioni da difendere, che si rapportino al nuovo come pura antitesi; il cristianesimo è principio di redenzione, che assume il nuovo, salvandolo»

(Intendiamoci bene: se cito Giussani è per un’esperienza vissuta non per farmi scudo delle sue parole. La citazione di un grande è sempre un rischio perché può farci apparire come quei dotti musulmani che citano gli adith del Profeta, buoni per ogni occasione e ogni interpretazione. Una modalità di affronto che, nel mondo cattolico e, soprattutto, nei movimenti suscitati da personalità carismatiche è quanto mai ricorrente con effetti degni di “Brian di Nazareth”).

Il punto cruciale della questione è che la Chiesa cattolica, la sua tradizione e dottrina, qualora si declini in quello che è il sentire comune dei fedeli, si trova in una confusione, a volte disperante. Chi ha frequentato un corso prematrimoniale potrà testimoniare che la stragrande maggioranza dei partecipanti voterebbe ancora a favore sia del divorzio che dell’aborto con un semplice assunto “Io, personalmente, non lo farei mai ma non posso negare agli altri la libertà di farlo”. E se queste sono le premesse, ipotizzare una vittoria schiacciante in un eventuale referendum sul matrimonio omosessuale è, quanto meno, temerario, specie ove si consideri che razza di macchina da guerra verrebbe messa in moto contro di noi. Per questo motivo l’azione dei parlamentari cattolici, di tutti gli schieramenti, che stanno faticosamente tentando una strada di compromesso, è da sostenere. È ad essi che è stata data una delega e un compito e sta nel loro dovere non farsi beffare da voti a sorpresa e colpi di mano di fine estate. E sta qui la valutazione sull’opportunità di una manifestazione come quella del 20 giugno, pur sapendo che, in questo momento, nessuno può avere la certezza dell’esito finale di questo conflitto.

Posta tale incertezza, di questo rispetto per l’altrui opinione si è persa un po’ traccia in questi giorni, altrimenti mons. Galantino non avrebbe detto: «A volte – mi permetta di fare questa considerazione un po’ amara – la passione per il raggiungimento di obiettivi legittimi e condivisi gioca brutti scherzi e si trasforma in rabbia. Così si assiste a ingiustificate e dannose scomuniche reciproche che sono fuori posto; si assiste e si leggono dei blog che si nutrono di affermazioni e quindi di giudizi offensivi verso persone che hanno l’unico torto di voler difendere con la stessa passione e intensità gli stessi valori. Questa è una ricchezza: la diversità del modo di sentire anche nella Chiesa».

La prospettiva di una manifestazione con un grande successo non può non essere auspicata ma è bene che organizzatori e partecipanti siano vigili nello sfruttamento dell’eventuale successo. La sensazione è che, in questo grande movimento, stia prevalendo la logica del “duri e puri” con “apocalittici” che vedono questa battaglia come una specie di Armageddon, scatenati contro gli  “integrati”, arrendevoli e accusabili di alto tradimento degli ideali cristiani. In questo bailamme ci è toccato vedere citato il proclama di Aragorn prima della battaglia davanti al Cancello Nero (che Tolkien non ha mai scritto) e leggere su giornali prolife, frasi come questa: “Sarà un’armata pacifica e scalcagnata, come fu già quella che nel 1095, e a singhiozzi, rispose all’appello di Urbano II dal concilio di Clermont: uomini, donne e ragazzini che andando a Gerusalemme magari commisero errori. Ma ricordiamo che ‘la guerra santa dei pezzenti’ fu l’unica crociata vinta”. Una frase che sembra scritta da Luca Luciani, quello per cui Napoleone a Waterloo fece il suo capolavoro. La “crociata dei pezzenti”, osteggiata dalla Chiesa, seminò distruzione in mezza Europa trucidando centinaia di ebrei, venne falciata da ungheresi e bizantini perché saccheggiava le città e annientata dai turchi appena messo piede in Asia. Fu la crociata del 1096-1099, appoggiata dalla Chiesa e ben organizzata a conquistare Gerusalemme. Ora, perché spingersi a proferire una simile boiata se non per una crassa ignoranza o un bisogno di mentire a un popolo che non conosce nulla di questa storia?

Il problema è che è proprio il popolo cristiano a non conoscere la propria storia e a non trarre spunto dalle battaglie del passato. Sia detto da un storico militare ma, nelle guerre di religione e nella lotta contro le eresie ciò che ha avuto successo è stata la proposizione di una bellezza e non il mero contrasto dell’errore. Contro l’eresia catara (che oggi rivive in molti atteggiamenti culturali alla moda) ha avuto più impatto un Cantico delle creature di San Francesco dei roghi dell’Inquisizione, più la santità della vita e la preparazione dottrinaria delle confraternite cattoliche dei crociati di Simone di Monfort. L’Italia non ha avuto guerre di religione fra cattolici e protestanti soprattutto perché i santi della Controriforma erano tantissimi e comunicavano uno splendore della Fede a dir poco accecante. E basterebbe solo Giovanni Animuccia e il suo “Benedetto sia lo giorno” per far capire che impatto aveva la Chiesa del XVI secolo anche e soprattutto, sui cuori dei più semplici.

Non basta condannare l’omosessualità come peccato se ci si astrae dal volto concreto che incontriamo e che, a conti fatti, non possiamo che amare. Il gallismo e il libertinismo, per quanto eterosessuali, non possono essere meno esenti da critiche serrate qualora diventino ideologia e ragione di vita.

Non basta ostacolare l’istituzione di corsi di educazione sessuale: gli insegnanti che intendano proseguire la lotta devono farsi carico di organizzare corsi sulla bellezza del matrimonio e sull’affettività fra uomo e donna.

Non basta impedire l’adozione o l’affido di bambini a coppie omosessuali: stante il bisogno crescente di bambini che possano crescere in un ambiente sereno, è necessario che le stesse famiglie che andranno in piazza San Giovanni si rendano disponibili a un incontro come questo; un bambino nuovo, sconosciuto che allarga i confini del nostro cuore.

La difesa dei nostri figli ha per antemurale la Bellezza, comunicata da ognuno secondo le proprie capacità, ma senza provocare noia e ribellione. Certo, una manifestazione non è in contrasto con una diffusione della gioia di Cristo che duri nel tempo: purché certi contenuti cambino radicalmente e subito.

Ed è questa la rivoluzione, andare nelle periferie dell’umano che incontriamo ogni giorno, ogni minuto, a cui sono chiamati tutti indistintamente: quelli che non saranno a Roma e quelli che ci saranno. Se non sapremo cosa dire a chi vive un’esperienza diversa dalla nostra la sconfitta sarà certa. Ad alcuni tradizionalisti rimarrà la soddisfazione di essere “pochi ma buoni” e non si accorgeranno di vivere in una riserva naturale, protetti dal WWF e fotografati dai turisti in cerca di stravaganze, come Amish del XXI secolo.


ALBERTO LEONI

Alberto Leoni (Napoli 25/12/1957), una moglie, sei figli e un bimbo in affido, otto libri pubblicati. Campo di indagine la storia militare con tutto il suo terrorizzante fascino.

AUTORI

COMMENTI

caro Alberto, da amico carissimo quale sei per me, e da innamorato della matematica, scrivo solo: condividendo in pieno il fatto che la manifestazione da sola non basta non è sufficiente, non è però nello stesso tempo necessaria per favorire un risveglio delle coscienze? una nuova fiamma? faccio una provocazione: siamo sicuri che parleremmo di questa questione qui con tanta insistenza, aiutandoci in un recupero delle vere dimensioni del problema, SE non ci fosse stato qualcuno che promuoveva la manifestazione, SE non ci fosse stato qualcuno che candava e tanti ? cosi da provocare degli interrogativi, degli approfondimenti e degli interventi interventi come il tuo, preziosissimo? Finisco: questo non è in alternativa col parlare con la segretaria, oggi e dirle...sai cara Rosa certe volte per i figli non cè altro da fare che pregare e affidarli a Cristo....siamo nel nostro piccolo ambiente di lavoro, la manifestazione è lontana 1000 miglia, cè solo il rapporto di amicizia tra due persone...ma , in fondo, stiamo parlando della stessa cosa: la dimensione pubblica di una testimonianzaclaudio cristoni