TASSA & SPENDI | 05 Settembre 2016

Doccia fredda sulla spending review

La formidabile intervista dell’ex commissario Perotti sul Corriere svela il ‘gioco di prestigio’ del governo sulla spending review: 25 miliardi tagliati da una parte e spesi dall’altra. Nessuna sorpresa: è lo stile ‘tassa & spendi’ del centrosinistra

di LUCA PIACENTINI

Le partecipate? Il governo non sa neppure quante sono. La riforma Madia? Astratta e aggirabile. Tradotto: inefficace. E sembra scritta credendo che sia sufficiente scrivere la proibizione sulla legge per ottenerla nei fatti. La Rai? Costa troppo. E il paragone con la blasonata BBC è impietoso.  I 500 euro ai diciottenni? Mossa senza «alcuna ratio economica sociale». Sono solo alcuni dei passaggi più ghiotti dell’ottima intervista di Federico Fubini all’ex commissario alla spending review Roberto Perotti.

Ne esce un’analisi chilometrica, pubblicata sulle colonne del Corriere della Sera, zeppa di numeri, accompagnati da analisi di contesto e riflessioni intelligenti. Un elemento sugli altri, quello che inaugura il dialogo a tutto campo tra giornalista ed economista, riassume meglio di qualunque altra considerazione lo (scarso) spessore degli interventi del governo Renzi sul fronte della spesa pubblica: è il dato generale sulla spending review. 

E’ stata fatta? A quanto ammonta? E’ risolutiva? Se lo chiedono in molti. Almeno da quando è iniziato il sorprendete turn over dei commissari incaricati da Palazzo Chigi di stanare sacche improduttive, rami secchi e calare la mannaia sulla spesa pubblica inutile. 

Perotti va giù piatto. Alla domanda sull’ammontare complessivo calcolato dal governo, circa 25 miliardi dal 2014, l’esperto dà una risposta inequivocabile: «Questa non è un’affermazione inesatta - dice - ma è altamente ingannevole, nel senso i capitoli che sono stati ridotti, se si mettono insieme, lo sono stati per circa 25 miliardi. Poi ce ne sono stati altri che sono stati aumentati in maniera equivalente». Insomma: -25 miliardi, + 25 miliardi. Risultato: zero tagli. 

Ma la frase che forse svela meglio di altre la vacuità dell’azione del governo, è il giudizio di fondo sulla volontà politica che emerge ricostruendo i motivi che hanno spinto Perotti a lasciare l’incarico: «A me non interessava star lì a lavorare su come ridurre una detrazione da dieci milioni e aumentarne un’altra. A quel punto mi sono reso conto che non c’era la volontà di ridurre la spesa pubblica, e ho considerato il mio mandato inutile». 

Perotti lavorava accanto al parlamentare PD Yoram Gutgeld, attuale commissario alla revisione della spesa e consigliere del presidente del consiglio Matteo Renzi in materie economiche. Nella sua replica sul Corriere, Gutgeld spiega che il deficit è in calo, addirittura «al livello più basso degli ultimi dieci anni». Ma non tocca il nocciolo del problema, i 25 miliardi di spesa tagliati da una parte e rimessi dall’altra. 

E’ il punto cruciale della volontà politica, che manca a Renzi come è mancata ai suoi predecessori del centrosinistra, incapaci di ridurre il peso di una macchina pubblica inefficiente e poco produttiva. Sarà un caso che sotto l’ex sindaco di Firenze lo stock del debito è schizzato al nuovo record assoluto di 2.248,8 miliardi (oltre 140 miliardi in più da quando si è insediato)?


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.