ECONOMIA & LAVORO | 12 Luglio 2016

Dopo due anni le balle di Renzi non reggono più

Governo Renzi: disattesi i traguardi su crescita, occupazione, semplificazione dello Stato. Anche il Fmi rivede al ribasso le stime del Pil italiano. Doveva essere una legislatura rivoluzionaria, ma passerà alla storia come un'avventura inconcludente

di ROBERTO BETTINELLI

Tanto si allontana la ripresa economica quanto si avvicina la fine dell’avventura di Matteo Renzi alla guida del governo e del Paese. 

Avventura è il termine più appropriato per definire una leadership che, in virtù della sua carica giovanilistica e della sua dirompenza comunicativa, doveva rappresentare una rottura rispetto al grigiore di Letta e Monti. Ma invece di porsi obbiettivi ragionevoli e perseguirli con fermezza, il premier ha fatto esattamente il contrario. Da esperto e disinvolto mercante del consenso quale è, Renzi ha elargito promesse inattuabili su crescita economica, occupazione, semplificazione dello Stato non mancando di correggere il tiro davanti alle ripetute smentite della quotidianità. Un procedere indisciplinato, confuso e incoerente. 

La netta bocciatura del Fondo monetario internazionale che ha rivisto pesantemente al ribasso le stime sul Pil italiano, ridimensionato a meno dell’1% nel 2016 e all’1% nel 2017, dimostra che l’Italia è ancora nel mezzo della crisi. E, se proprio non nel mezzo, di certo non può dirsi fuori dalle secche della recessione. Non basta il segno più, paragonato alla sconfortante sequela dei meno accumulati nel recente passato, a giustificare i roboanti proclami della propaganda renziana. 

La frenataè da addebitare indubbiamente all’impatto della Brexit. Ma non solo. L’Istat ha certificato che la produzione industriale, a maggio, è calata dello 0,6% in un anno facendo emergere un trend negativo che rimanda ad una tempistica estranea allo sganciamento della Gran Bretagna dall’Unione Europea. 

Uno scenario negativo che fa tremare Renzi, costretto a fronteggiare la pletora di accuse contro la cura salvifica del Jobs Act. I 400mila posti di lavoro a tempo indeterminato recuperati nel biennio, sempre che la cifra sia veritiera vista la tendenza del premier a leggere i numeri in base all’esigenza di incrementare il proprio consenso, sono per la grandissima parte il frutto di una modifica contrattuale. Non si tratta, cioè, di nuova occupazione. Ma si tratta di una stabilizzazione che purtroppo, a seguito del taglio ordinato dal governo di oltre la metà degli sgravi contributivi alle imprese, si è già arrestata. L’Italia è uno dei Paesi che fa peggio in Europa sul fronte del lavoro. Il nostro tasso di disoccupazione è più alto degli altri e raggiunge livelli drammatici fra i giovani. Nè è venuta meno, come invece seguita a dichiarare il segretario del Pd, la precarietà. Permangono decine di tipologie contrattuali che permettono le assunzioni a tempo mentre il fenomeno dei voucher è esploso oltre ogni previsione. 

C’è poi la questione istituzionale. Renzi ha garantito una legislatura costituente. Peccato però che all’attuale governo manchino le due proprietà fondanti di un mandato che possa legittimamente mettere mano alla magna carta dello Stato. La compagine a guida Pd, sostenuta dai centristi che hanno voltato le spalle al centrodestra come Alfano e Verdini, non può ritenersi inoppugnabile dal punto di vista procedurale né sostanziale. Il premier, infatti, non è stato eletto e lo stesso parlamento è il risultato di una legge bocciata dalla Consulta. Un esito, questo, che si reputa peraltro scontato anche per l’Italicum, giudicato incapace di garantire profili di liceità sulle preferenze e sul premio di maggioranza. Per ciò che riguarda il merito, inoltre, il referendum è visibilmente in difetto perché, pur riscrivendo le regole del gioco, non ha raccolto la condivisione delle opposizioni. Una forzatura che fa tabula rasa del doppio binario del costituzionalismo moderno. Un modello che prevede una felice dualità fra leggi parlamentari e regole basilari che definiscono il funzionamento della democrazia. Tutti elementi che costringono Renzi non solo a superare la prova referendaria, un risultato che lascerebbe il Paese nella lacerazione, ma a stravincerla. Obbiettivo che, stando ai sondaggi dove finora è da registrarsi una parità fra i sì e i no, appare molto remoto. 

Vinte le primarie del Pd e grazie ai buoni uffici dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Renzi è entrato a Palazzo Chigi con l’ambizioso programma di avviare la ripresa economica, rilanciare l’occupazione e ammodernare la struttura dello Stato. Dopo due anni nessuno dei traguardi  è stato raggiunto nella misura che possa risultare accettabile agli occhi di un comune cittadino. Nè all’orizzonte si intravedono credibili segnali di miglioramento. Basterebbe questo per chiedere e ottenere, in piena legittimità, le dimissioni di un premier in carica.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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