LA SCHIZOFRENIA DEI MEDIA | 28 Novembre 2016

Due pesi e due misure

Giornali scatenati sui dietro front di Donald Trump dopo la vittoria ma commentatori ’smemorati’ sulle mancate promesse di Matteo Renzi. Quel vizietto dei media di impicciarsi degli affari altrui mentre si chiudono gli occhi sui problemi di casa nostra

di LUCA PIACENTINI

C’è un vizio tutto italiano di impicciarsi degli affari degli altri mentre si chiudono gli occhi sulla magagne di casa propria. Una mania nella quale gli organi di informazione, quando ci si mettono, sembra veri maestri (da non imitare). 

Ancora una volta l’atteggiamento partigiano dei media è reso evidente dalla vittoria dell’outsider Donald Trump. Che continua ad essere un personaggio poco prevedibile, nonostante l’approccio comprensibilmente conciliante con il mondo politico di Washington, un allineamento visibile nelle prime nomine e nel dialogo costante e aperto con i vertici del Partito Repubblicano, il cui appoggio e la cui sintonia sono indispensabili al magnate per governare senza che il Congresso gli metta i bastoni tra le ruote. 

C’è un tic paradossale è un po' schizofrenico nel modo in cui l'opinione pubblica italiana viene messa al corrente del fenomeno Trump. Lo spiego con una domanda: perché nessuno dei grandi giornali che oggi stanno facendo pelo e contro pelo al tycoon newyorkese con la storia che non rispetta le promesse elettorali, si occupa del presidente del consiglio Matteo Renzi che ha disatteso le grandi promesse di rinnovamento dell’Italia? 

Premetto: nessuno giustifica le mancate promesse, né da una parte né dall’altra. Perché se da un lato è vero che la differenza tra slogan dei candidati ed azioni dei governanti eletti è spiegabile con le dinamiche proprie della corsa alle urne, dall’altra parte la non sovrapponibilità tra promesse e opere non può essere rilevante. Pena la condanna ad essere bollati come ipocriti e la perdita di ogni credibilità agli occhi dei cittadini. 

La teoria spaziale del voto esemplifica efficacemente le modalità con cui le visioni del mondo di leader e partiti di fatto vengono rimodulate nel corso delle campagne elettorali per intercettare questo o quel bacino di voti, ponendo l’accento ora su un aspetto ora su un altro delle questioni di policy. Non solo. Gli schieramenti possono decidere di competere anche sui valori condivisi, come reputazione e competenza, cercando di screditare l’avversario, oltre che sugli ingredienti dell’ideologia che variano in funzione delle preferenze degli elettori. Ciò che accade è poi diverso se a sfidarsi sono due o più partiti. 

In ogni caso per conquistare la carica elettiva, il candidato mette in gioco ogni strumento lecito attraverso il quale aumentare l’efficacia del messaggio e intercettare il consenso. Per un candidato di partito c’è un limite che nessuno può superare, dettato dalle caratteristiche identitarie della formazione politica, che nella narrazione non si possono abbandonare se non rischiando la fedeltà dei militanti. 

Quel che qui interessa non è però l’analisi teorica, ma evidenziare che esistono di fatto dinamiche politico-elettorali diffuse, e che il cittadino sarebbe bene ne fosse consapevole per due ragioni: anzitutto per evitare illusioni nutrendo aspettative troppo alte, in secondo luogo allo scopo di attrezzarsi e giudicare in modo realistico le azioni politiche. Insomma: anche in politica serve un minimo di istruzioni per l’uso. 

Per comprendere il prima e il dopo senza cadere nella totale delusione che conduce all’antipolitica o nella fiducia cieca che è egualmente nociva, occorre che i cittadini sappiano dell’esistenza di un punto di vista dell’uomo politico che incide quasi inevitabilmente sulla campagna elettorale e sull’attività di governo. 

Tornando al parallelismo sul trattamento mediatico Trump-Renzi, in un caso vediamo che molti commentatori italiani fanno le pulci al presidente eletto per la repentina marcia indietro su parecchi punti; purtroppo, però, ad eccezione di alcuni organi di informazione le cui simpatie politiche sono note, non si vede la medesima premura verso il premier fiorentino, nonostantesiano ormai quasi tre anni che guida l’esecutivo e l'abbiamo abbondantemente visto all'opera. 

Si fa notare che mentre in campagna elettorale The Donald prometteva di usare il pugno di ferro con tutti clandestini, oggi si limita invece a parlare dell’espulsione dei criminali irregolari (la cosa più normale del mondo); l’incriminazione di Illary Clinton agitata dal candidato repubblicano diventa un ‘lasciamoci tutto alle spalle, i Clinton hanno sofferto abbastanza’; la guerra al mondo dell’informazione cede il posto ad un incontro dai toni sostanzialmente concilianti nella sede del New York Times, giornale che prima lo aveva attaccato moltissimo. Un inciso che mostra la distanza tra realtà e toni apocalittici usati dai media nel parlare di Trump: il famigerato ‘muro’ con il Messico, se verrà costruito, non sarà altro che il prolungamento della parziale recinzione realizzata a suo tempo da Bill Clinton. 

Ebbene, mentre si sprecano le sottolineature sulle promesse mancate del magnate americano, si contano sulle dita di una mano i ‘fact checking’ verso il premier italiano. Cosa non ha fatto Matteo Renzi? Ha disatteso ogni istanza di cambiamento, che è forse la critica più radicale gli si possa muovere. 

Predica la democrazia mentre governa da anni senza aver mai corso alle politiche; parla delle coalizioni e dei partitini come del male dell’Italia e fa passare una riforma costituzionale con lo schieramento parlamentare raffazzonato Alfano-Verdini-Cicchitto; prende le distanze dalla vecchia politica da rottamare e poi ripropone regolarmente leggi di stabilità zeppe di provvedimenti a pioggia varati per captare il consenso (per di più aumentando la spesa) nella peggiore tradizione della prima repubblica; dice di volere realizzare le riforme ma i problemi del paese sono ancora tutti lì a smentirlo, dall’enorme disoccupazione giovanile al debito pubblico stellare, dalla giungla burocratica mai sfoltita alla pressione fiscale sostanzialmente immutata (in alcuni casi cresciuta). 

L’elenco è lungo e potrebbe continuare. Ma sui giornali italiani, piuttosto che analisi sulle promesse di rinnovamento tradite dal premier-segretario, i lettori continueranno a trovare più facilmente titoloni sul tycoon che cambia idea. A meno che, forse, il 4 dicembre non suoni la sveglia e vinca il ‘no’. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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