VENTI DI CRISI | 14 Marzo 2017

E adesso l’Europa chiuda la porta alla Turchia

Lo scontro diplomatico tra Olanda e Turchia. Mentre i movimenti euroscettici minacciano l’edificio europeo, Bruxelles è incapace di una presa di posizione forte, sbarrando definitivamente ad Ankara la porta d'ingresso nell’UE

di LUCA PIACENTINI

La crisi diplomatica tra Olanda e Turchia evidenzia ancora una volta le criticità dell’Unione Europea, come la mancanza di un vero e proprio organo esecutivo che reagisca tempestivamente ai problemi reali dei Paesi membri, la sostanziale assenza di passi in avanti nel delineare una polizia estera comune e l’ostacolo non aggirabile delle dinamiche nazionali, che dettano i ritmi al Vecchio continente. Un aspetto, quest’ultimo, particolarmente evidente nell’anno delle tornate elettorali di tre importanti Stati fondatori: Olanda, Francia e Germania. 

Le tensioni sono esplose giorni fa quando Ankara si è vista negare i comizi a due suoi ministri in terra olandese. Il presidente Erdogan prima ha alzato i toni delle dichiarazioni contro Paesi Bassi e Unione Europea, poi ha vietato il rientro dell’ambasciatore olandese in Turchia, infine, per bocca del ministro ai rapporti con l’UE, è passato alle minacce, agitando lo stop all’accordo sui migranti, un patto costoso che all’UE ha consentito di bloccare i flussi lungo la rotta balcanica (a beneficio, in particolare, della Germania).  

Le mosse di entrambi i Paesi possono essere inquadrate nei rispettivi appuntamenti elettorali. Mercoledì 15 marzo l’Olanda va al voto per rinnovare il Parlamento, circa un mese dopo, il 17 aprile, i cittadini turchi sono chiamati ad esprimersi sul referendum con cui Erdogan tenta di restare al potere per un altro decennio, imprimendo al sistema politico una svolta presidenziale. 

I Paesi Bassi vedono un testa a testa tra il premier conservatore Mark Rutte e il leader del movimento anti euro e anti islam Geert Wilders. Anche se negli ultimi giorni Rutte ha recuperato terreno nei sondaggi, il Partito per la libertà di Wilders vedrebbe un’affermazione storica, diventando, se non la prima, la seconda formazione politica olandese. 

Esclusa praticamente da tutti gli osservatori l’ipotesi di un governo guidato dall’estremista, semplicemente a causa della mancanza di numeri: il sistema elettorale olandese infatti è proporzionale e, a meno di improbabili alleanze post voto, Wilders non avrebbe parlamentari sufficienti a sostenere un esecutivo. 

Per l’UE il problema, riproposto in modo rumoroso dallo scontro diplomatico tra Amsterdam e Ankara, è sempre stesso, e da mesi, insieme alla Brexit, tiene sulla graticola i governi dei Paesi membri: la crescita senza precedenti dei movimenti euroscettici, decisi ad affondare il colpo contro l’Unione Europea, quello di Wilders in Olanda, il Front national in Francia e l’Afd in Germania. 

La crisi Olanda-Turchia rischia inoltre di trasformarsi nell’ennesima occasione sprecata dell’Unione Europea, che non ha preso una posizione netta e non ha serrato i ranghi difendendo senza se e senza ma la decisione di un Paese fondatore come l’Olanda. 

Solo nelle ultime ore, a plenaria inoltrata e con le tensioni diplomatiche ormai alle stelle, il capogruppo del PPE all’europarlamento Manfred Weber è uscito con una dichiarazione: l’atteggiamento di Erdogan è inaccettabile, è il senso delle parole dell’eurodeputato tedesco, i negoziati di adesione della Turchia all’UE vanno congelati. 

«La Turchia si sta discostando dall'Europa, va nella direzione sbagliata», dichiara Weber, ragion per cui «i negoziati devono essere congelati finché la Turchia non capisce che strada vuole prendere». Il capogruppo dei Popolari cerca di tenere separate le due cose: l’accordo sui migranti va mantenuto, la via politica percorsa da Ankara va invece monitorata e, al momento, bocciata. 

Una dichiarazione che a molti è apparsa troppo timida. Ancora più equilibrista la dichiarazione del capogruppo S&D Gianni Pittella: «Mettiamo in risalto la necessità di sospendere i negoziati di adesione - dichiara il deputato PD - che non significa chiudere la porta alla Turchia, ma con questa leadership non c'è possibilità di manovrare sul terreno con l'adesione». 

Insomma: se Erdogan alza la voce non va bene, se sta buono buono i negoziati con Ankara, magari possono proseguire. Tradotto: nessuno esclude a priori che la Turchia un giorno possa entrare in Europa. 

Ci chiediamo, però, come possa l’UE anche solo ipotizzare l’ingresso di un Paese privo di democrazia liberale. Non è questa la sede per richiamare gli innumerevoli episodi (dai bavagli alla stampa alle incarcerazioni ‘facili’) in cui la Turchia ha mostrato di essere lontana anni luce dalle garanzie sostanziali dei diritti civili che fondano le democrazie occidentali. 

Inoltre: è compatibile la presenza di uno Stato quasi al 100% musulmano con l’identità degli europei? Insomma: la Turchia non trae origine dalle radici giudeo-cristiane, non è una nazione europea e nell’UE non dovrebbe entrarci. Punto. Chi lascia aperta la porta, evidentemente ha difficoltà a condividere questa riflessione. 

Come al solito, emerge il punto critico dell’intero edificio europeo: la fragilità e l’incertezza sul piano dell’identità culturale, senza la quale l’azione politica risulta priva di sostanza. E, sul lungo periodo, rischia solo di fare danni. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.