DOPO L'ATTENTATO | 14 Novembre 2015

E chi prega per Parigi?

Siamo stati ipocriti nell'essere Charlie, e lo siamo oggi dicendo di voler pregare per Parigi. La debolezza dell'Europa è tutta in questa mancanza di autenticità, che ci infiacchisce e rende vulnerabili

di ROSSANO SALINI

Pochi mesi fa eravamo tutti Charlie. E non era vero. Oggi preghiamo tutti per Parigi. E anche questo non è vero.

Chi sta veramente pregando? Chi dei tanti che si fregiano di questo nuovo slogan (#prayforparis) nella postmoderna forma dell'hashtag con cancelletto si è veramente chiuso nel proprio silenzio interiore e ha innalzato a Dio una preghiera?

Per carità, nessun disprezzo per i buoni propositi che stanno dietro a queste reazioni sentimentali. Normale che ci si senta un pochino coccolati nel dire parole dolci, nell'issare sulle proprie pagine pubbliche le bandiere protettive dello slogan di turno.

D'altronde la medesima falsità potremmo attribuirla a chi invoca l'urgenza, politicamente sacrosanta, di una risposta militare, ma lo fa maldestramente al grido di «ammazziamoli tutti», mentre la personale ipotesi di un impegno militare in prima persona non l'ha mai nemmeno lontanamente considerata.

Gli attentati di Parigi ci rivelano ancora una volta che il nostro mondo vive una profondissima crisi che è innanzitutto di autenticità. Parliamo di preghiera, e non preghiamo nemmeno per idea, mai. Parliamo di guerre e attacchi militari, e l'ipotesi di una seria formazione militare e di un impegno in prima linea ci spaventa come nessun'altra cosa al mondo. Passiamo dal «pray for Paris» (imperativo emblematico, «prega tu, che a me non va») al vecchio motto ironico «armiamoci e partite».

Il grande problema è che in Europa regna l'ipocrisia: pronunciamo parole a cui non crediamo, alziamo bandiere che non ci appartengono. Siamo visceralmente staccati da noi stessi. E siamo vulnerabili proprio per questo.

La politica dell'Europa e di tutto l'Occidente è naturale conseguenza di questa strutturale mancanza di autenticità. Non stupisce il fatto che nessun capo di Stato perda l'occasione di fare una dichiarazione pubblica in queste situazioni, dichiarazione ovviamente formale e del tutto inconsistente dal punto di vista del contenuto (e speriamo che questa volta ci risparmino almeno la pagliacciata del corteo, limitandosi alle banalità istituzionali). Sono parole e gesti vuoti, come è evidente a tutti.

Perché i capi di Stato lo sanno benissimo che di fronte a realtà come l'Isis non si può far altro che mettere in campo una forte, totale e vincente azione militare. In cuor loro lo sanno benissimo. Politicamente non esiste altra via, non prendiamoci in giro. Sono obbligati dal protocollo a pronunciare formule, ma non sono fessi. Lo sanno bene che l'Isis lo puoi solo o spaventare o annientare militarmente. La pace come totale assenza di utilizzo dei mezzi militari, anche di difesa, è pura illusione, perché esiste solo in un mondo in cui tutti condividono il medesimo anelito di pace. E questo non è il nostro mondo, né mai lo sarà.

E se dunque sai che l'utilizzo dei militari non lo puoi evitare, allora è veramente folle rimanere in mezzo al guado, e fare mezze guerre, mezzi interventi subito abortiti. Lo Stato islamico va massicciamente bombardato, senza esitazione. Punto. Tutti lo sanno, da Obama a Hollande. E invece hanno paura di passare per guerrafondai, e lanciano qualche bombetta che non spaventa nessuno, e che genera solo reazioni come quelle di questa notte a Parigi.

Lo scenario purtroppo è questo: facciamo ridere se parliamo di preghiera, perché non sappiamo né vogliamo pregare; facciamo ridere quando ci atteggiamo a vendicatori, perché non sappiamo maneggiare nemmeno un taglierino; facciamo ridere quando facciamo le guerre, perché le facciamo a metà per paura di sporcare la nostra immagine politica.

Il dramma dell'uomo moderno che si auto-costringe a indossare maschere è diventata la misura della nostra inutilità, come Europa e come Occidente intero. Diciamocelo in faccia chiaramente, cosicché la presa di coscienza dell'ipocrisia collettiva in cui siamo avvolti ci permetta poi di non guardare con disprezzo a chi propone strade di umanità autentica per ripartire e ricostruire. Una ricostruzione che passa quanto meno dal desiderio di una preghiera sincera, diversa da quella ipocrita e farisaica sbandierata sui social network; e che al tempo stesso non ha paura di ammettere che la politica ha la responsabilità di mettere in campo azioni di forza, quando con azioni di forza il tuo paese viene attaccato.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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