BOMBARDARE L'IRAQ | 07 Ottobre 2015

Così la sinistra manda l’Italia in guerra

Renzi tratta con la coalizione per bombardare l'Isis in Iraq. Quindici anni dopo D’Alema e il Kosovo calpestato di nuovo il ‘pacifismo’ della sinistra italiana senza che parlamento e cittadini sapessero nulla

di ROBERTO BETTINELLI

E così, a distanza di una quindicina d’anni, la sinistra riporta l’Italia in guerra. Allora c’era D’Alema alla guida di una maggioranza di governo che, nonostante il prevalere delle forze di sinistra tra Ds, Verdi, cattolici progressisti e Comunisti italiani, non si fece scrupoli ad accantonare il pacifismo dei propri elettori autorizzano i bombardamenti della Nato. Alle missioni aeree in Serbia e Kosovo parteciparono ben presto Tornado e Amx della nostra aeronatuca. Il nemico era la grande Serbia di Slobodan Milosevic spazzata via dalla potente reazione dell’alleanza atlantica. Una guerra che costò perdite militari e civili e alla quale l’Italia, nonostante al potere ci fosse una coalizione che per la prima volta nella storia repubblicana aveva incoronato presidente del Consiglio un esponente dell'ex Pci, diede il suo decisivo contributo. 

 

Oggi c’è Renzi a capo dell’esecutivo che sta per lanciare i nostri bombardieri nella guerra contro l’Isis in Iraq, dimostrando di non essere da meno di Hollande e Cameron, alla guida di due nazioni, Francia e Inghilterra, che fanno parte dell’Unione Europea e che hanno alle spalle una forte tradizione militare oltre che una vocazione interventista che noi non possiamo rivendicare. La sola e unica politica estera che la Repubblica italiana può vantare nel corso della sua giovane storia è da addebitare alle geniali intuizioni di Enrico Mattei e agli interessi specifici dell’Eni. L’Italia, nonostante la mutazione genica tentata invano da Benito Mussolini, non è mai stata una nazione guerriera. Ha sempre preferito il commercio e gli affari come dimostra la grande influenza che la principale industria di Stato ha saputo costruirsi in tutto il mondo. 

 

Stando a ciò che dichiarano gli esperti del Ministero della Difesa i pochi aerei che finora erano impegnati in Iraq potrebbero, a breve, essere impegnati non più in voli di ricognizione ma in vere e proprie missioni di aggressione contro le truppe dell’Isis. 

 

Una notizia che non è stata smentita né dal ministro Pinotti né dal premier Renzi che, al massimo, si sono i limitati a barcamenarsi con imbarazzo, dicendo che è in corso una valutazione sul da farsi all’interno del gruppo di Paesi che fanno parte della coalizione. Come a dire: la trattativa è molto più avanti di quello che si pensa. Anche perché se mai i nostri aerei dovessero alzarsi in volo per bombardare le postazioni dell’Isis nulla può essere lasciato al caso. Ciò di cui il parlamento e i cittadini verrebbero a conoscenza in un secondo momento richiede necessariamente un lavoro preliminare accurato e segreto. Questo è il punto: l’opinione pubblica e l’assemblea legislativa che nonostante la revisione renziana della Costituzione esercita la sovranità in quella che resta una repubblica parlamentare, a tempo debito saranno messe davanti al fatto compiuto. 

 

Non che la dichiarazione di guerra all’Isis dispiaccia a chi, come il sottoscritto, ritiene che il terrorismo islamico sia una minaccia da sradicare con ogni mezzo. Ma resta lo stupore davanti a un governo che seguita a descriversi come un governo di sinistra e che non solo è pronto a sostenere una guerra, ma è disposto a farlo senza coinvolgere preventivamente il parlamento. Un atto che sarebbe dovuto sia per rispetto verso le norme costituzionali sia per il forte discredito che oggi la politica vive agli occhi dei cittadini come dimostrano i tassi di astensione sempre più allarmanti che si registrano ad ogni turnazione elettorale. 

 

In più c’è da capire perché bombardare l’Isis in Iraq e non in Siria e soprattutto in Libia dove i nostri interessi sono chiaramente esposti a un pericolo che cresce giorno dopo giorno. Renzi ha sempre invocato il rispetto assoluto della vita umana, anche dei nemici, per evitare azioni militari nel Paese che dopo la caduta di Gheddafi è stato consegnato all’anarchia e ai terroristi. Un principio che, a quanto pare, non vale per l’Iraq. 

 

Ciò che si contesta al premier e al suo esecutivo è la mancanza di un disegno strategico che non sia quello di dare genericamente una mano soltanto perché ci hanno chiesto di fare qualcosa di più, ma senza ottenere in cambio ciò che ci preme sul serio: la pacificazione immediata della Libia e l’arresto degli sbarchi dei migranti sulle nostre coste. 

 

A questa grave omissione va aggiunta una contraddizione che non mancherà di far sentire il suo peso negli equilibri della maggioranza e dello stesso Pd: essere venuti meno al dogma della pace tanto caro alla sinistra italiana e averlo fatto nella più totale segretezza. Mentre l’Italia si prepara alla guerra nessuno sembra sapere nulla. Il parlamento, i cittadini e gli elettori di un Partito Democratico sempre meno legato ai propri valori e alla propria storia.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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