IL PASTICCIO DELLA RIFORMA | 19 Ottobre 2016

E non si torna più indietro

Il preoccupante paradosso del nuovo Senato, svuotato di funzioni ma col potere di votare leggi costituzionali. E per effetto combinato dei sistemi elettorali, c’è il rischio concreto di non riuscire più a cambiare la Costituzione. Per molto tempo

di LUCA PIACENTINI

Finisce in soffitta il bicameralismo paritario, le leggi vengono approvate in tempi più rapidi, i costi della politica subiscono una sforbiciata e si aumenta la rappresentanza degli enti locali in Parlamento. A questi cavalli di battaglia della campagna «bastaunsì» al referendum costituzionale del 4 dicembre, il fronte dei contrari risponde con argomentazioni di segno opposto: con la riforma i conflitti istituzionali si moltiplicano, i tagli ai costi sono risibili in quanto gli apparati burocratici rimangono e i senatori percepiscono rimborsi, gli enti locali vengono depotenziati dalla clausola di supremazia attivabile dallo Stato per scavalcare le Regioni. 

C’è però un punto della riforma Renzi-Boschi che normalmente resta in ombra. Si tratta di un elemento che spunta sotto forma di inciso qua e là nei dibattiti televisivi e radiofonici ma non viene sufficientemente evidenziato, se non da pochi studiosi. Tra questi c’è Luca Antonini, ordinario di Diritto Costituzionale alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Padova. 

Grande esperto di federalismo, Antonini sottolinea le enormi criticità del nuovo Senato. Non solo lo studioso mette in luce la preoccupante ricentralizzazione delle funzioni a Roma, che suscita parecchi timori a livello regionale per l’impatto potenzialmente devastante che avrebbe su settori chiave come la Sanità, dove, tra le regioni del Nord, Lombardia in testa, abbiamo eccellenze mondiali. Antonini argomenta in modo efficace anche su altro elemento chiave che potrebbe rivelarsi, in caso di vittoria del sì, il ‘problema dei problemi’: la grandissima difficoltà con cui, una volta in vigore le modifiche, potrà essere nuovamente cambiata la Costituzione. Detto con più enfasi: dopo il sì non si torna più indietro. Almeno per molto tempo. 

Il nodo sta nelle funzioni del futuro Senato, che se da un lato è svuotato di poteri al punto da ridursi ad una «suocera inascoltata che dà consigli non richiesti» (metafora usata da più studiosi), dall’altro condivide una funzione essenziale al funzionamento del sistema: la revisione costituzionale. 

La questione è stata affrontata in un seminario che si è tenuto a Milano nel mese di giugno e organizzato dalla Fondazione per la sussidiarietà. I contenuti sono diventati un dossier intitolato «La riforma costituzionale del governo Renzi: spunti e approfondimenti». Tra i relatori c’era appunto Antonini, che ha messo in evidenza, tra gli altri aspetti critici, il problema legato ai sistemi elettorali. 

«Le leggi costituzionali sono (…) bicamerali - è la riflessione dell’esperto di Diritto costituzionale - Quindi per tornare a cambiare la Costituzione occorrerà la maggioranza del Senato, che però è eletto in modo proporzionale e con una distribuzione dei seggi tra le Regioni tale che solo in caso di vittoria del PD ci sarà una maggioranza omogenea nelle due Camere». 

«Tuttavia, siccome nemmeno De Gasperi (che per rispetto dell’Assemblea Costituente non prendeva parte ai lavori), una volta vinte le prime elezioni diede spazio al pluralismo istituzionale (e le Regioni rimasero congelate sulla Carta per vent’anni), sembra difficile ipotizzare una maggiore nobiltà istituzionale nel nuovo vincitore».

Non è finita. Anche per la tanto decantata riforma che nelle intenzioni di Renzi accompagnerebbe l’Italia verso il rinnovamento, le Regioni a statuto speciale restano off limits, in grado cioè di mettere i bastoni fra le ruote. «Peraltro, anche volendo ipotizzare che si voglia cambiare - prosegue Antonini - rimane la questione del blocco delle Regioni speciali che, intoccate dalla riforma nei loro privilegi ingiusticati, sono in grado di far fallire ogni tentativo di riforma». 

«Il nuovo assetto quindi, con le sue verità impazzite, sembra proprio destinato, se verrà confermato a ottobre (la data del referendum è stata decisa dopo il seminario, ndr) a rimanere a lungo immutato». 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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