REFERENDUM | 15 Marzo 2017

E ora Renzi rinnega i voucher

Renzi rinnega i voucher per evitare la probabile sconfitta del referendum. Nonostante i bagni di folla del Lingotto la sua leadership è sbiadita e il Pd ha subito l’umiliante sorpasso dei 5 Stelle. E la Cgil detta la linea al governo Gentiloni

di ROBERTO BETTINELLI

Educato dalla sconfitta epocale referendum del 4 dicembre, Matteo Renzi fa di tutto per evitare la prova elettorale sui voucher. Un segnale di paura che dimostra come anche l’ex enfant prodige del riformismo italiano, talmente geniale che in mille giorni ha smantellato il Pd portando al collasso un’esperienza di governo che sembrava inossidabile, sia disposto ad imparare dagli errori commessi. Un approccio che in altri momenti avrebbe fatto ben sperare sull’acume e sulla ragionevolezza del protagonista ma che oggi è rivelatore di una leadership sbiadita, incerta e tutt’altro che salda nonostante i bagni di folla della tre giorni del Lingotto.

La gara delle primarie è in corso, e anche se il favorito resta indubbiamente l’ex titolare della segreteria del Nazareno, il Pd non è mai stato così in difficoltà. La scissione che ha portato alla nascita del gruppo dei Democratici e Progressiti è stata dolorosa e trova proprio nella linea politica dell’ex segretario la causa scatenante.

I voucher, nel periodo in cui era a Palazzo Chigi, sono serviti a Renzi per dimostrare l’esistenza di una sinistra capace di superare gli steccati ideologici del posto fisso e dell’articolo 18. Una rottura rispetto alla tradizione del socialismo italiano che non ha dato certamente i frutti sperati: il piano di intercettare i consensi in fuga da un centrodestra sull’orlo del baratro è completamente fallito mentre la certezza del voto di appartenenza, che per il Pd non è affatto un fenomeno residuale, si è sgretolato. La proposta politica renziana, infatti, è stata lungamente e largamente vissuta come un tradimento verso un patrimonio ideale che, per quanto si tenti di camuffare la realtà, sono ancora fortemente radicati nell’elettorato che guarda al Pd.

Basterebbe questo per rifiutare l’arido e scontato ritorno di Renzi, ma ormai il partito non riesce più a immaginarsi autonomo, indipendente e libero dal personalismo martellante di un leader che, parole di Eugenio Scalfari, non è immune dalla demagogia.

Tutte ragioni per spiegare la crisi profonda in atto. Un declino dove ha giocato un peso non indifferente lo scandalo Consip con la magistratura costretta ad interessarsi di parenti e stretti collaboratori di Renzi e con l’ex presidente del consiglio che non sembra più essere in grado di entrare in contatto con gli elettori mentre il Pd ha subito l’umiliazione del sorpasso ad opera del Movimento 5 Stelle.

Furono Renzi e il ministro del Lavoro Poletti a volere a tutti i costi i voucher dando il via libera a quella che la Cgil ha definito una nuova forma di precarietà al punto da spingere Susanna Camusso ad innescare una mobilitazione di massa che ha superato le 3 milioni di adesioni. Una reazione imponente che ha sancito definitivamente il divorzio tra la ricetta economica del Pd per il rilancio dell’occupazione e i sindacati che hanno sempre contestato l’abuso di uno strumento che doveva essere limitato alle famiglie e ai pensionati e che invece, nel corso del tempo, ha dilagato in tutti i settori. Perfino nell’amministrazione pubblica.

Renzi ha sempre difeso i voucher trattandoli come una componente fondamentale di una strategia indirizzata a guarire il male della disoccupazione e del lavoro sommerso. Ma ora le cose sono cambiate. Non solo i voucher sono descritti come un’invenzione della sinistra Pd ma ora che la data del referendum abrogativo è stata fissata il 28 maggio, per evitare che tutti gli antagonisti si coalizzino di nuovo contro di lui, si è trasformato nel più convinto sostenitore della cancellazione.

Un colpo di spugna che Gentiloni, altro strenuo protettore dei voucher, dovrà ratificare a breve con un decreto che punta a risolvere i quesiti referendari. L’ennesimo coup de theatre di Renzi che, pur di rimanere in sella, è pronto a fare qualsiasi cosa. Anche smentire le azioni che ha promosso esplicitamente e che non ha mai smesso di comunicare come interventi di assoluto successo per il Pd e per il Paese. Ma ora che rischia di perdere entrambi rinnega tutto attribuendo ad altri la paternità delle leggi di cui è responsabile, rivelando ancora una volta l’opportunismo e la carenza ideale che lo contraddistinguono e che lo rendendolo drammaticamente inadatto al ruolo che si ostina ad occupare sulla scena politica. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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