LEGGINE D'ESTATE | 06 Agosto 2015

«E queste Renzi le chiama riforme?»

Rai, Pa, liberalizzazioni. Massimiliano Salini (Ncd-Ppe), eurodeputato membro delle Commissioni Industria e Trasporti: «Renzi spaccia per riforme quelle che in altri Paesi sarebbero leggi di piccolo cabotaggio. Non c’è una vera rottura»

di REDAZIONE

Un paese che «zoppica» invece di «correre» con slancio verso il cambiamento come vorrebbe il premier Renzi. Un quadro che si evince dalla serie di liberalizzazioni mancate, dal poco coraggio nella riforma della pubblica amministrazione, da una politica autoreferenziale che pretende di occupare tutto, dall'economia alla tv pubblica. Secondo l'europarlamentare del Partito popolare europeo (Ncd-Ppe) Massimiliano Salini «non si avverte la scossa capace di spezzare i legami che soffocano l'Italia e le precludono la leadership che merita». Il governo arranca ed è per questo che l'eurodeputato, membro delle commissioni Industria e Trasporti del parlamento UE, è convinto che l’esperienza politica dell'ex rottamatore abbia fatto il suo tempo. «La sinistra ha fallito - dice Salini - E' ora di fissare un termine all'alleanza con il Partito democratico, ridando la parola ai cittadini. E all’appuntamento con le urne, il centrodestra deve farsi trovare forte, unito e preparato».

Che cosa ne pensa delle riforme di Renzi?
«Accordiamoci innanzi tutti sul lessico. Renzi usa a sproposito la parola riforma che deve segnare una situazione di evidente discontinuità rispetto al passato. Ma le leggi di Renzi non sono di rottura. Semplicemente sono leggi approvate dal parlamento. Questo, forse, è l’autentico elemento di stupore dei cittadini che si sono abituati a considerare i politici, e spesso non a torto, un branco di fannulloni. Complice la frammentazione e il personalismo dell’offerta partitica, il parlamento è caduto spesso in preda a un immobilismo che non esiste nella vita reale delle aziende e delle famiglie costrette ad affrontare ogni giorno sfide e problemi. Il governo guidato da Renzi, quanto meno, legifera. Ma da qui a dire che i provvedimenti cambieranno l’Italia e che sono degni di stare al passo con lo slogan fortunato della rottamazione ce ne vuole…».

Anche questa volta la discussione sul nuovo Cda Rai ha rischiato di degenerare in gazzarra politica. Qual è la sua riflessione sulla tv pubblica?
«Aldilà dei nomi, alcuni dei quali di indubbio valore, l'ennesima lite porta l'attenzione sui partiti invece che sulla realtà di un media così importante che, comunque la si pensi, ha contribuito a forgiare l’identità del nostro paese. E’ la prova dell'autoreferenzialità della politica. E il carosello dei nomi deve essere stato tanto più insopportabile per i cittadini quanto più è incomprensibile a molti il pagamento del canone Rai. Che è diventato una sorta di imposta da versare solo perché si presume il possesso del televisore. Del canone si è detto di tutto: che è indispensabile per garantire il servizio, un dovere dei cittadini, qualcuno è arrivato a dire che andrebbe agganciato alla bolletta. Il servizio pubblico è un bene prezioso se funziona. Altrimenti è meglio metterlo sul mercato e lasciare che vinca il migliore. In questo modo ci risparmieremmo, oltre a un tributo discutibile, il triste spettacolo delle beghe tra governo e parlamento sulle nomine. L’ideale? Rispondere a manager che seguono logiche di mercato e produrre contenuti di alta qualità, capaci di competere a livello internazionale. La Rai è in grado di fare questo?». 

Il provvedimento sulla PA la soddisfa?
«Non si fa un solo passo in avanti per mandare a casa gli scansafatiche che pullulano nel pubblico impiego. Quanto alla posizione dei dirigenti, non mi sembra che sia stato fatto granché. La revoca dell’incarico è legata a criteri di valutazione che nella macchina dello Stato, proprio perché si è in un regime dove non esistono sanzioni a causa della copertura dei sindacati e dove la concorrenza del mercato è stata espulsa all’origine, non possono essere applicati. Anche sul fronte della sicurezza si è voluto eliminare il Corpo Forestale dello Stato. Nulla di male, ma qui bisognava assumersi la responsabilità di unificare polizia e carabinieri. Questa sarebbe stata davvero una riforma». 

Perché l’Europa continua a rimproverare l’Italia sulle mancate liberalizzazioni? 
«Sono il cardine dell’ordinamento comunitario. Una priorità che si afferma già con il trattato della Comunità economica europea del 1957. Oltre alla garanzia della pace nel continente gli obbiettivi da raggiungere il prima possibile erano la libertà di circolazione di servizi, persone, merci e capitali. Si sanciva il ruolo cruciale della concorrenza e il divieto degli aiuti di Stato. Un processo che ha via via ha interessato servizi bancari, assicurativi, professioni e public utilities».

Eppure nonostante le pressioni di Bruxelles il nostro Paese non sembra fare passi avanti…
«L’Italia seguita ad essere caratterizzata da una forte presenza dello Stato nell’economia, soprattutto a livello locale, e mantiene in essere procedure amministrative opache e poco trasparenti». 

Insomma l’obbiettivo è realizzare uno spazio senza frontiere dove le imprese possano concorrere liberamente…
«Questo era la scopo della Cee e del mercato comune. Un traguardo iniziato con i Trattati del ’57 e che è stato confermato e rilanciato da Maastricht nel 1992. Anche la direttiva Bolkestein del 2006 andava in questa direzione». 

Torniamo alla scena nazionale. Il parlamento ha fatto slittare il disegno di legge sulla concorrenza a settembre. Qual è la sua valutazione?
«Non cambia molto per noi. Restiamo il paese meno liberalizzato d'Europa».

Altrove si comportano diversamente?
«Cameron ha varato un piano di privatizzazioni che supera di molto quanto fatto dalla Thatcher. Hanno una marcia in più. Il termine del mercato tutelato al 2018 è un orizzonte troppo lontano. Inoltre, se Renzi non dimostra di avere davvero coraggio sul fronte delle liberalizzazioni, dove andrà a trovare le risorse per abbassare le tasse?».

Ma perché è così importante liberalizzare?
«Più concorrenza equivale a più scelta per i cittadini. Sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico. Rimuovere i freni e le barriere all’entrata poste dallo Stato, anche e soprattutto nel settore dei servizi pubblici, significa incentivare la concorrenza. Significa mettere in moto denaro, fare investimenti, creare opportunità di lavoro per le nostre aziende, dare occupazione ai giovani, sviluppare competenze per il futuro, far risparmiare soldi ai cittadini erogando servizi migliori a prezzi competitivi. Bisogna attuare subito la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Il trasporto ferroviario regionale italiano è tra i peggiori di Europa, mentre l’alta velocità, che è stata liberalizzata e che prevede due competitors nazionali, è la migliore del continente. Faccio un altro esempio: il servizio idrico gestito dalle municipalizzate è disastroso, ci sono investimenti fermi per 60 miliardi di fronte a perdite medie degli acquedotti del 40%, con picchi drammatici del 60% al sud». 

Che cosa dovrebbe fare Renzi?
«Dovrebbe chiudere le municipalizzate e bloccare tutti gli affidamenti in house del servizio idrico locale. In questo modo ciò che è pubblico dovrebbe aprirsi ai privati. Ma a parte gli slogan, il premier è molto timido». 

Perché?
«Le società pubbliche, su scala nazionale e locale, sono bacini importanti di consenso politico. E’ qui che si collocano i ‘trombati’ ma anche i cosiddetti fiancheggiatori. E’ qui che i partiti creano le loro clientele.Renzi lo sa bene ed è questo il motivo per cui parla tanto ma agisce poco».

A settembre il premier ha annunciato un maxi taglio delle tasse. Ci crede?
«E’ la vera priorità. Famiglie, imprese, cittadini non ce la fanno più. Renzi finora non ha fatto nulla. Il fisco locale è letteralmente fuori controllo e a livello centrale è stata dimostrata una totale indisponibilità a intervenire per ridurre il carico insopportabile delle tasse. Il taglio dell’Irap è stato compensato da altri aumenti a carico delle aziende mentre il valore assoluto di ciò che viene tolto ai cittadini non è calato. Speriamo che non si comporti come al solito e questa volta mantenga la promessa». 

Il Sud è il grande malato d’Europa. Come risollevarlo?
«Servono gli investimenti, ma non solo gli 80 miliardi promessi dal ministro Guidi guarda caso a seguito della polemica fra Renzi e Saviano e dell’ufficializzazione del disastroso rapporto Svimez che ha assegnato alle regioni meridionali tassi di crescita inferiori a quelli della Grecia. Il mercato del lavoro va liberalizzato con più decisione. Il Jobs Act non deve essere l’approdo definitivo, ma un punto di partenza. Ha spostato le tipologie dei contratti, ma non ha creato nuovi posti di lavoro assestando un colpo decisivo alla disoccupazione. Agevoliamo le aziende: chi ha idee deve poter lavorare senza il freno a mano della burocrazia che ammazza sul nascere ogni genere di iniziativa privata. Bisogna fare in modo che l’Italia catalizzi risorse esogene. Ma perché i capitali dovrebbero essere investiti qui piuttosto che in un altro Paese? Questa è la grande domanda alla quale chi ha in mano le redini deve dare una riposta. Al Nord succede. La manifattura incontra la fiducia degli investitori. Ma siamo indietro. Il rapporto tra investimenti esteri e Pil era a quota 19,5% nel 2013. La metà della Unione Europea: 49,4%. Il Sud e parte del Centro non sono minimamente toccati dai processi di internazionalizzazione. E’ la Lombardia che da sola attrae quasi metà degli investitori».

E quindi?
«Il Sud ha una vocazione turistica che non è supportata da una strategia di rilancio. E’ finito il tempo delle rendite. Croazia, Spagna, Turchia, e la stessa Grecia, nonostante i grossi problemi che è costretta ad affrontare, stanno facendo molto. Anche nel settore dei beni culturali bisogna aprire ai privati, stimolare le opportunità di guadagno. C’è un’intera filiera che necessita di un focus calibrato sulle proprie esigenze per reggere un confronto spietato con i concorrenti. Occupiamoci del Sud, ma non scrivendo ‘basta piagnistei’ in un tweet. Servono misure concrete che non siano l’ennesima riedizione dell’assistenzialismo di Stato. Una tentazione alla quale Renzi e il Pd sono esposti di continuo. E non dimentichiamo dove il Paese crea la sua ricchezza. Il Nord. E’ qui che l’Italia più competitiva vince le sue sfide. E’ il Nord che traina il Paese. Il governo Renzi ha il dovere di aiutare il Nord e non lo sta facendo».


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L'Informatore - Quotidiano liberale

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