DOPO LE UNIONI CIVILI | 28 Febbraio 2016

Referendum, qui Renzi rischia grosso

Renzi è atteso alla prova delle amministrative. Ma è sul referendum che rischia grosso. Già è dura accettare l’esistenza di un governo guidato da un premier mai eletto. Farlo dopo la bocciatura di una riforma costituzionale è obiettivamente impossibile

di ROBERTO BETTINELLI

Una vittoria costata cara, ma sempre una vittoria. La fiducia al Senato sulle unioni civli, per quanto lacerante, ha garantito la tenuta della maggioranza davanti ad una prova difficile. Il patto Pd-Ncd ha retto beneficiando del supporto ormai strutturale dei verdiniani. Di più Renzi, come sottolinea Eugenio Scalfari su Repubblica, non poteva fare.

Ha silenziato la minoranza dem, ha ricomposto a suo vantaggio i frammenti di un centro che non ha alcun riscontro elettorale nel Paese e dà l’idea di essere interessato soltanto ad accumulare prebende, ha salvato la faccia dei cattolici della coalizione con l’escamotage dello stralcio della stepchild adopotion, infine si è preso una bella rivincita sul Movimento 5 Stelle che sulla partita ha preferito mostrare i muscoli invece di piegarsi ad un compromesso al ribasso. 

Renzi ha vinto. Ma ora, davanti a sé, ha due ostacoli che non possono essere sottovalutati. Il primo è costituito dalle elezioni amministrative. Si vota nelle due capitali d’Italia, Roma e Milano, dove finora il centrodestra ha faticato a trovare l’unità necessaria per essere davvero competitivo. Per la verità, nella città capitolina, la candidatura di Bertolaso non è ancora ufficiale e gli ultimi screzi fra Salvini e Meloni non fanno che indebolire il fronte degli anti renziani. Ma saranno chiamate alle urne città cruciali come Torino, Bologna e Napoli. Una mappa articolata, che va da nord a sud, e che difficilmente fa pensare alla possibilità di un trionfo totale o di una completa debacle. Unico caso, quest’ultimo, in cui sarebbe chiesta la testa del presidente del Consiglio. 

Il vero ostacolo per Renzi sarà il referendum istituzionale previsto per l’ottobre del 2016. La riforma che prevede il depotenziamento del Senato sarà sottoposta al vaglio degli elettori. Il premier ha già trasformato l’appuntamento in una sorta di plebiscito personale. Votare sì significa dare il proprio sostegno a Renzi e viceversa. «O passa il referendum o me ne vado» ha più volte dichiarato. Sarà una battaglia all'ultimo sangue con il segretario del Pd in veste di mattatore supremo. La discussione sui contenuti sarà ridotto al minimo indispensabile. E forse neanche quello. 

La strategia è chiara. Renzi sa che non potrà contare sull’appoggio dei partiti di centrodestra, a partire da Forza Italia, che ormai hanno ben capito quanto sia dannoso venire a patti con lui. La possibilità di un Nazareno bis è del tutto improponibile. Personalizzando il confronto Renzi tenta di richiamare all’unità tutto il Pd, compresa la minoranza che dovrebbe scegliere se far cadere l’esecutivo o no. Decisione sempre legittima, ma poco percorribile in un partito che nonostante tutto è caratterizzato da una forte disciplina interna.

Resta il fatto che il premier non è amatissimo nel Paese. Le percentuali bulgare del gradimento in merito alla sua persona sono definitivamente alle spalle. Il vento è cambiato. Nella classifica del consenso prevale ancora sugli altri leader. Ma i numeri sono sempre più esigui. Lo stesso Bersani ha recuperato posizioni importanti tornando a far parte del principale gruppo di inseguimento dove militano Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Luigi Di Maio. Il Pd, inoltre, è fermo al 32% dopo aver perso oltre 8 punti rispetto all’esordio folgorante delle elezioni europee di due anni fa. 

Insomma, Renzi nel Paese è minoritario. Focalizzare sulla sua persona il voto referendario significa legare le sorti della riforma della costituzione ad un leader che non ha dalla sua parte la maggioranza del consenso. Il rischio è grande. Ma non ci sono alternative. Già è dura accettare l’esistenza di un governo guidato da un premier mai eletto. Farlo dopo la bocciatura di un referendum che mette mano alla magna carta dello Stato è obiettivamente impossibile. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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