SONDAGGI OSTILI | 01 Dicembre 2014

E' suonata la sveglia anche per Renzi

Primo calo nei sondaggi e disoccupazione mai così alta, i numeri contro il premier

di ROBERTO BETTINELLI

Per Renzi è suonata la sveglia. Sembrava impossibile che accadesse anche a lui, lo sprinter imbattibile. Ma è successo. 

Stando al sondaggio di Paglioncelli sul Corriere della Sera il consenso del premier sta cedendo. Rispetto ad ottobre quando aveva toccato quota 54%, Renzi ha perso per strada ben cinque punti finendo al di sotto della soglia plebiscitaria del 50%. 

E’ la prima volta che il presidente del Consiglio indietreggia nei sondaggi. Ma doveva accadere prima o poi. Il segretario del Pd non poteva non scontrarsi con il gap che separa i suoi mirabili annunci da una realtà ben più amara e sconfortante. Sulle questioni importanti il governo fatica a varare politiche incisive e concrete. La vicenda dell’articolo 18 è paradigmatica: il conservatorismo che caratterizza una larga parte del Pd, insieme al gioco di sponda dei dissidenti Dem con la Cgil di Susanna Camusso e la Fiom di Maurizio Landini, ha bloccato un’azione virtuosa attesa da decenni dall'industria italiana. La debacle dell’affluenza in Emilia Romagna, e la vittoria di due candidati bersaniani, Oliverio alle elezioni regionali in Calabria, e la Moretti alle primarie in Veneto, sono altri segnali che la dicono lunga sul periodo non certo brillante che sta passando Renzi.

Qualch accenno sul resto della classifica del sondaggio di Paglioncelli: Salvini in continua crescita al 33%, l’exploit della Meloni di Fratelli d’Italia al 28%, Silvio Berlusconi con un onorevole 25%, a seguire Alfano, Vendola e Grillo che rimedia un misero 17% confermando un trend negativo che dovrebbe sollevare molti interrottativi nelle file dei Movimento 5 Stelle. Cosa che sta puntualmente avvenendo considerato l’aria asfissiante da purga staliniana che si respira dentro la formazione dei pentastellati. 

L’annuncite perenne e l’amore smodato per gli slogan di Renzi sembrano aver deluso soprattutto i ceti produttivi che più hanno a che fare con la durezza di una crisi che non accenna a mollare la sua presa mortale: imprenditori, lavoratori autonomi, artigiani, disoccupati. Ma c’è anche grande disaffezione nel popolo ‘originario’ della sinistra, abituato a vedere il Pd come il partito di riferimento ma che ora deve fare i conti con iniziative considerate inique e idealmente lontane come il Jobs Act, il tentativo maldestro di superare l'articolo 18, le stilettate contro il sindacato. 

Ma il vero dato che dovrebbe far preoccupare Renzi non è certo il punto percentuale che l’ha fatto scivolare sotto il fatidico 50%. La disoccupazione ha toccato un nuovo record a partire dal 1977, facendo registrare tre milioni e 410mila persone senza lavoro con una percentuale che supera il 13% e che si staglia come fra le più alte in Europa. Peggio dell’Italia fanno solo Spagna e Grecia, due nazioni che se la stanno vedendo davvero brutta. In Grecia gli effetti della crisi sono stati così dirompenti da provocare scene al limite della guerra civile. 

Luca Ricolfi, nella sua attenta ricostruzione sulla Stampa, dichiara che la disoccupazione in Italia non è mai stata così alta: né durante il periodo traumatico del secondo dopo guerra, né durante la crisi del ’39 ai tempi del fascismo, e neppure nelle fasi più critiche dell’Italia liberale. Anche nel 1977, quando è iniziata la serie storica presa in esame dall’Istat, la disoccupazione era al 7,2%, ben sei punti in meno rispetto a oggi. 

Ma al di là dei numeri, è la qualità della vita che non cambia nel nostro Paese. Anzi, seguita a peggiorare. E questo nonostante le promesse che Renzi ha disseminato giorno per giorno da quando ha dato l'assalto alla segreteria nazionale del Pd e al governo. Il Pd ha trionfato alle elezioni, ma la disoccupazione non ha mai smesso di crescere. Ben 286mila unità in più nel 2014 rispetto all’anno precedente secondo l’Istat. E l’ariete Renzi, con i ‘suoi’ 156 mila disoccupati, è riuscito a far meglio del ‘morbido’ Letta, fermo a 130mila. 

«Il legno storto del mercato del lavoro non si raddrizza in pochi mesi, e forse neppure in parecchi anni» dice Luca Ricolfi al termine del suo articolo, assolvendo il governo ma criticando fortemente una situazione in cui la sinistra demagogica del sindacato e la destra populista hanno pari e gravi responsabilità. 

Il sondaggio di Paglioncelli sul Corriere chiude con un commento che lascia aperta la possibilità di un pronto recupero del premier sul fronte del consenso qualora dovessero risolversi positivamente il Jobs Act e il braccio di ferro con l’Europa. 

Ognuno è libero di credere quello che vuole, ma i numeri parlano chiaro e dicono che l’Italia nonostante gli otto mesi di annunci di Renzi non sembra essersi spostata di molto dal punto in cui era prima. Insomma, il futuro radioso del corso renziano è ben lontano dal manifestarsi. La novità degli ultimi giorni è che gli italiani sembrano essersene accorti. 

La sveglia è suonata anche per Renzi. E se non vuole che si trasformi a breve in una campana a morto, il premier dovrebbe iniziare a domandarsi se è meglio tenere a freno la lingua cercando di dimostrare qualcosa di più con i fatti. Perchè con le parole, l’hanno capito tutti, ci sa fare. Ma con i numeri pare proprio un disastro.  

 

 

 

 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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