IL DOMINIO DEI MARI | 20 Ottobre 2015

Ecco il sogno “militare” cinese. Mentre l’Ue sta a guardare

L’Economist: ecco perché Pechino non sopporta più la supremazia navale degli Stati Uniti nel Pacifico. Il «sogno militare cinese» sfida la potenza americana. Mentre gli Usa dislocano la flotta e l’Europa sta a guardare

di LUCA PIACENTINI

L'Europa resterà probabilmente ancora a lungo la zona più urbanizzata ed economicamente sviluppata del pianeta, dove la qualità della vita è migliore, le norme ambientali restrittive e il patrimonio culturale più vasto. Pur nella lentezza e nel caos decisionale che la contraddistinguono (i problemi legati all'emergenza immigrazione lo dimostrano) l’Unione Europea è paradossalmente anche un possibile modello di organizzazione politica per altri continenti, visto che con la sua governance multilivello, che coniuga le esigenze degli stati e degli enti locali con quelle di un assetto economico e commerciale unitario, è un esempio di come l’area sud americana o l’Asia orientale potrebbero integrare nazioni e lingue differenti grazie ad istituzioni organiche e funzionali (almeno in alcuni ambiti), formalizzando un assetto macro regionale. 

UE: LA BELLA ADDORMENTATA
Ebbene: se per molti analisti l'originalità e, per certi versi, la forza dell’Europa sono queste, rimane invece immutata la storica debolezza: quella militare. Da questo punto di vista è una «bella addormentata», ricca ma fragile. Gli stati che la compongono sono gli unici interlocutori in politica estera, che restano sostanzialmente dipendenti dalla Nato e dalla potenza statunitense, che ne ha finanziato la ricostruzione dalle macerie della Seconda guerra mondiale e che oggi ne garantisce la sicurezza. 

QUALI SONO I NEMICI?
Sicurezza da che cosa? Quali sono i nemici? Nonostante le minacce ai confini, e forse perché sostanzialmente in pace all’interno, in Europa molti ancora se lo chiedono immaginando forse una domanda retorica. Ma è proprio questo interrogativo ad evidenziare la miopia che oggi contraddistingue i politici europei, soprattutto di area socialista e dell’ala più estrema della sinistra europarlamentare: che abbia senso cioè la diplomazia senza l’esercito, il dialogo privo di deterrenza, gli accordi separati dalla capacità di farli rispettare. Insomma, non arrivando a scomodare i latini con l’antico adagio «Si vis pacem para bellum», la pace internazionale, dal punto di vista politico, è irrimediabilmente legata alla capacità militare di farla rispettare. Il mondo non rimane certo a guardare. Né aspetta che l’Unione Europea si dia un esercito e una politica estera coerente. 

L’ECONOMIST: «CHI GOVERNA I MARI?» 
Come spiega l’Economist in un articolato servizio, i movimenti principali da osservare sono quelli di Stati Uniti, la sola superpotenza globale rimasta sulla piazza dopo il crollo dell’Urss, e la potenza emergente dall’altra parte del mondo: la Cina. Il resoconto si intitola «Chi governa i mari?» e spiega bene come e perché Pechino non è più disposta ad accettare la supremazia navale di Washington nella regione Asia-Pacifico. «Bit e byte corrono in digitale - scrive il settimanale britannico - le persone con l’aereo, ma le merci si spostano ancora prevalentemente via mare: il 90% del commercio mondiale». E gli spostamenti negli oceani sono gestiti attraverso un sistema di regole che solo gli americani sono in grado di garantire con pseudo azioni di polizia, grazie alla potenza navale di cui dispongono. 

«VULNERABILITÀ’ CINESE AL BLOCCO NAVALE USA»
Se, come scriveva ne «La democrazia globale» Alberto Martinelli, preside emerito della facoltà di Scienza politica dell’Università statale di Milano, è chiaro che «la potenza americana non è in grado da sola di garantire la governance globale democratica», uno degli scenari citati nel volume e formulato da Brzezinski «sostiene che l’ascesa della Cina è pacifica», il conflitto non è inevitabile e «la leadership cinese non è incline a sfidare militarmente gli Stati Uniti, ma concentra i suoi sforzi sullo sviluppo economico e sul riconoscimento del suo ruolo di grande potenza». In particolare «la leadership cinese sembra valutare razionalmente sia i suoi punti di forza sia i suoi punti di debolezza, primo fra tutti la vulnerabilità a un blocco navale americano in caso di conflitto che arresterebbe sia le vitali importazioni di petrolio sia le ingenti esportazioni di merci cinesi». 

«THE CHINA DREAM» 
E’ lo scenario che viene in mente leggendo gli sforzi di Pechino, documentati dall’Economist, per alimentare «il sogno cinese» nel Pacifico. «La Cina è decisa a cambiare gli equibri», spiega il settimanale, almeno nell’Oceano Indiano, dove investe in missili anti nave, sottomarini, navi moderne e aeri da combattimento, per estendere la propria egemonia. E’ di pochi giorni fa la notizia della «cooperazione navale rafforzata» tra Usa e Australia per fronteggiare le tensioni nel Mar Cinese Meridionale, dove Pechino ha realizzato isole artificiali e avrebbe l’obiettivo di spostarvi attrezzature belliche in acque rivendicate anche da Vietnam e Filippine. 

SPESA MILITARE: PAESI UE AL PALO
Tre anni fa il Pentagono ha annunciato l’obiettivo entro il 2020: riequilibrare le forze Usa verso l’area Asia-Pacifico ridislocando il 60% delle risorse navali e aeree. Sul tavolo anche il progetto di aumentare la flotta. Lo scorso anno gli americani hanno speso oltre 600 miliardi di dollari (il 3,5% del Pil) nella difesa, la Cina 216 miliardi (poco oltre il 2% del Pil) mentre Italia, Spagna, Francia, e Germania hanno tagliato di 4 miliardi le già limitata spesa, in calo a 152 miliardi. 

Senza investimenti, senza esercito comune e senza politica estera condivisa l’Unione Europea non avrà mai la forza di perseguire obiettivi internazionali strategici o difendere in modo efficace i propri interessi nel mondo. E neppure quelli dei suoi concittadini.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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