IL CASO | 26 Aprile 2016

Ecco la vera assenza di legalità

Nella piccola città di Soresina, in provincia di Cremona, l'ennesimo episodio da far-west tra nordafricani. Un caso che solleva il velo su un problema: la questione legalità non riguarda solo la corruzione, come crede la nostra schizofrenica magistratura

di ROSSANO SALINI

Non è un caso se a proposito di certi fatti di cronaca i giornali usano espressioni come «guerriglia urbana» o «far-west». Non sono semplici espressioni ad effetto per evocare la particolare violenza del fatto in questione, ad esempio una rissa, ma servono a definire una particolare situazione, e cioè l'assenza totale dell'ordine e della legge.

Il caso accaduto a Soresina la notte tra il 24 e il 25 aprile rientra esattamente in questa fattispecie. Non colpisce solo l'incredibile violenza delle immagini della rissa che ha visto protagonisti un gruppo di nordafricani, i quali hanno letteralmente invaso una strada cittadina picchiandosi ferocemente, sradicando cartelli stradali per usarli come armi, urlando e generando il panico tra gli inermi soresinesi residenti nella zona. Quello che più lascia sbalorditi è che da un episodio del genere traspare un totale senso di impunità, la sensazione di vivere in una giungla dove non vige nessuna regola, dove si può fare ciò che si vuole all'aperto, per strada, in pieno centro senza minimamente temere l'intervento e le sanzioni di chi deve mantenere l'ordine e garantire il rispetto della legge.

A Soresina, ormai da qualche anno, la situazione è questa. E sarebbe non solo ideologico, ma anche palesemente ridicolo far finta che questo fatto non sia legato all'alto tasso di immigrazione di cui la cittadina è stata protagonista, il tasso più alto in tutta la provincia di Cremona. Alcune scelte scellerate delle giunte di centrosinistra a cavallo tra la fine degli anni '90 e l'inizio del Duemila, prima con un forte sostegno assistenziale per gli immigrati e poi con la creazione di un gigantesco polo della logistica (che ha devastato urbanisticamente la cittadina e attratto manovalanza non qualificata), hanno creato le fondamenta per una situazione divenuta nel giro di pochi anni totalmente incontrollabile. Oggi, le forze dell'ordine non solo faticano a fare il loro dovere, ma risulta del tutto evidente che hanno anch'esse non dico timore, ma almeno una certa ritrosia a intervenire in ambiti che per carenza di mezzi e personale non sono in grado di fronteggiare a pieno. Nei casi in cui riescano ad intervenire, poi, la loro azione viene regolarmente vanificata e frustrata dalle successive decisioni della magistratura, che in alcuni casi non può, in molti altri non vuole intervenire in maniera decisa ed esemplare su casi di questo genere.

Tutto ciò apre a due ordini di riflessione: uno riguarda proprio la giustizia, l'altro l'aspetto politico-culturale sotteso a questa situazione.

Sul versante della giustizia, in questi giorni, dopo le pesanti dichiarazioni rilasciate dal presidente dell'Anm Piercamillo Davigo in un'intervista al Corriere, si è tornato con forza a parlare di moralizzazione del paese, nonché dell'importanza e dell'esigenza di un più diffuso rispetto della legalità. Ma ormai, proprio per diretta responsabilità della nostra magistratura, il concetto di legalità è relegato solo ed unicamente all'aspetto politico e amministrativo. C'è una sorta di dicotomia, che vede da una parte un inflessibile ed esemplare giustizialismo nell'ambito pubblico, e dall'altra un garantismo ai limiti del lassismo per quanto riguarda la delinquenza comune, quella cioè che rende più tangibilmente insicura e a rischio la vita quotidiana dei cittadini. Chi è sospettato di tangenti, abuso di ufficio e altri reati di tipo politico-amministrativo si vede spesso sbattuto in galera con un abuso palese della carcerazione preventiva e in assenza totale dei minimi requisiti di garanzia propri di uno stato di diritto; chi attenta alla nostra sicurezza quotidiana, nelle nostre case o nelle strade delle nostra città, gode nel migliore dei casi di una totale e assoluta garanzia, nel peggiore vive tranquillo in uno stato di impunità per assenza della legge. Si vogliono ''ripulire'' gli uffici pubblici, e lasciare le pubbliche strade sporche: questo sembra essere l'obiettivo della magistratura nostrana, nonché del mondo politico e culturale che la asseconda.

E proprio il mondo politico e culturale che va a braccetto con la magistratura e la sua parzialissima voglia di moralizzazione della società (a meno che a qualcuno non passi per la testa di sostenere che risse e furti non rientrino nella categoria dell'immoralità e dell'illegalità) respinge con forza, come frutto di ottusità razzista, quella che invece è una normale e realistica constatazione: l'irregolarità, la clandestinità e il disordine nella gestione dell'immigrazione ha portato a un evidente aumento della criminalità comune, del tipo di quella esplosa con particolare violenza a Soresina. Nei paesi e nelle piccole città questo dato è percepito in maniera evidente, e genera sconforto e amarezza nella gente, quei sentimenti cioè che diventano presto il brodo di coltura in cui si sviluppa e fa sempre più proseliti il tanto vituperato ''lepenismo'' in salsa nostrana. Proprio nel giorno in cui a Soresina si guardava con sgomento a quanto accaduto nella notte (ed era per altro l'ennesimo episodio di una lunga serie), a Milano il sindaco Pisapia propugnava la sua riedizione del 25 aprile, invitando a «combattere per una nuova Resistenza, contro chi dice no agli stranieri».

È proprio questo approccio ideologico che, assolutizzando e decontestualizzando l'accoglienza dello straniero senza mai minimamente fare i conti con i problemi sociali che un'immigrazione disordinata genera, va inevitabilmente a infoltire le schiere dell'elettorato di Matteo Salvini. Così come quello di tante destre populiste e anti-immigrazione in tutta Europa, ultima l'Austria.

Conviene a tutte le forze cosiddette moderate, sia di sinistra che di destra, fare più seriamente i conti con gli effetti devastanti che l'assenza di regole in fatto di immigrazione ha generato nella nostra società, per di più in un momento di crisi e di pesante affanno dal punto di vista economico. E soprattutto conviene a tutti che le istituzioni, dalla politica alla magistratura, non guardino con disprezzo al sentimento di insicurezza da cui i normali cittadini sono pervasi, come se fosse sintomo di null'altro che miope trogloditismo.

Il pregiudizio dello straniero brutto e cattivo è da rifiutare nella maniera più categorica; ma altrettanto da rifiutare è l'impostazione ideologica per cui il male da estirpare dalla società è solo quella della corruzione politica e amministrativa (con il sospetto di una battaglia morale finalizzata a null'altro che alla sostituzione di un potere con un altro, secondo il volere di organi istituzionali non democraticamente eletti), mentre i delinquenti comuni, specie se immigrati, sono sempre e comunque vittime di condizioni indipendenti dalla loro volontà, da tutelare e difendere come mascotte di quella politicizzazione del concetto di accoglienza, che è ormai assurta ad intoccabile schema ideologico.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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