TERRORISMO | 01 Agosto 2015

Ecco perché con Palmira l’Isis minaccia le nostre radici

Di quest’antica città s’è molto parlato negli ultimi mesi, indicandone genericamente il valore artistico. Alfredo Valvo, docente universitario di storia romana, ne svela l’importanza per la nostra storia

di ALFREDO VALVO

Palmira. La città carovaniera di Palmira ha una storia millenaria.

Il sito sul quale è sorta conserva tracce di una civiltà risalente approssimativamente al VII millennio a.C. Si tratta della storia singolare e ricca di eventi di una città vera e propria che si sviluppò intorno ad un’oasi, luogo d’incontro delle carovaniere dirette in tutte le direzioni e luogo di transito obbligato dei commerci fin dall’età più remota (Neolitico). Il luogo ha conservato tracce di un’antica civiltà chiamata Efqa. Diversi millenni dopo (intorno al 2000 a.C.), compare una comunità dal nome aramaico di Tadmor, nome che conserverà fino alla dominazione romana, che tuttavia faticò non poco a imporsi sulla gente di Tadmor, di origine semitica come rivela con certezza  il suo nome. Attraverso la difficile ricostruzione storica delle vicende di Tadmor sappiamo che furono frequenti i tentativi di predoni del deserto di imporre tasse e balzelli alla ricca città, resasi di fatto indipendente prima dell’avvento romano. Tali furono i popoli dei Tammorei e dei Sutei, ancora nomadi. Prima gli Assiri (1115-1077 a.C.) e poi, circa mezzo millennio più tardi, gli Arabi (645-644), presero la città e resero schiavi buona parte degli abitanti.

Lo sviluppo della città di Tadmor data dalla fine della dinastia seleucidica (64/63 a.C.) e accentuò le caratteristiche di dinamismo commerciale che ne furono alla base. Tadmor - non ancora Palmira - divenne centro di scambio fra Partia, Siria e gli insediamenti romani lungo la costa del Mediterraneo meridionale. Intanto la città cresceva di dimensioni e, grazie alle sue ricchezze, raggiunse un grande splendore culturale. Fu soprattutto grazie ad uno stile architettonico ibrido (soprattutto partico) e spettacolare che la caratterizzava, che la città divenne un esempio pressoché unico di novità costruttive miste e quasi “ecumeniche”, accogliendo ispirazione dall’architettura di tutte le civiltà del Mediterraneo.

Dal 44 a.C. in poi le nostre conoscenze migliorano grazie a testimonianze epigrafiche in aramaico con date di riferimento utili per la ricostruzione della storia della città. Marco Antonio cercò invano di sottometterla nel 41, ma la città continuò a godere di una sostanziale autonomia, quasi un’enclave all’interno del mondo romano per la sua posizione fortunata, l’importanza del mercato e degli scambi. Tutto questo durò fino al tempo dell’imperatore Tiberio (14-37 d.C.), che annetté la città alla provincia di Siria e ne completò la romanizzazione introducendo una amministrazione con criteri romani, strade, edifici monumentali, l’inserimento dei palmireni nei corpi armati dell’esercito come arcieri e cammellieri, e finalmente imponendo alla città il nome di Palmira (il territorio del quale Palmira era al centro fu la Siria Palmirene), alla quale seguì il sincretismo religioso, cioè l’identificazione delle divinità locali (probabilmente numerose data la frequentazione) con le divinità ufficiali di Roma.  

Nel 130 la città fu visitata dall’imperatore Adriano e mutò il suo nome in Palmyra Hadriana e nel 212, anno dell’Editto di Caracalla, ricevette lo statuto di colonia romana. Contemporaneamente alla progressiva romanizzazione e agli incentivi per il commercio la città assunse l’aspetto monumentale che ancora oggi si può ammirare nella sua quasi interezza: essa è tutelata da organismi internazionali (UNESCO) perché considerata “patrimonio dell’umanità”. Oggi il rischio che tutto vada perduto è reale, perché la città è minacciata da guerra, violenze di ogni genere e corre il rischio della distruzione; invece il sito archeologico di Palmira è da custodire anche per il significato di convivenza e di incontro fra appartenenti a diverse civiltà, che facilitò tra l’altro, in età cristiana, la predicazione del Vangelo. In particolare, esempi notissimi dell’architettura palmirena sono il colonnato sostenuto da statue (non molto dissimile da quelli di Gerasa, Afrodisia di Caria, ecc.) e il Tetrapylon (monumento a quattro porte, una su ciascun lato, forse ad imitazione del tempio di Giano, a Roma, e ripetuto innumerevoli volte nell’architettura romana soprattutto di età imperiale). Come in tutto l’impero anche a Palmira la committenza di arte funeraria era varia e le tombe erano riccamente adornate. Un incentivo all’abbellimento dei monumenti funerari veniva dalla ricchezza degli abitanti e dalle novità provenienti di solito da Oriente. Gran parte dei temi mitologici che arredavano i monumenti funerari rispondono ai canoni della bellezza ellenistica e furono spesso richiamati nei monumenti neo-classici europei.

Interessante è la storia di Palmira soprattutto nella II metà del III secolo d.C. Al tempo di Aurelieno (imperatore romano dal 270 al 275), la regina Zenobia, donna che lasciò traccia di sé nel ricordo dei contemporanei per la sua bellezza e la sua grande personalità e ancora al tempo dell’Umanesimo italiano, ad esempio dal Petrarca, tentò di instaurare un regno autonomo dal dominio romano ma venne sconfitta, condotta a Roma ed esiliata a Tivoli. Nei decenni e secoli successivi, al tempo di Diocleziano e di Giustiniano, Palmira ricevette mura, terme e un distaccamento romano che Diocleziano aveva voluto per prevenire eventuali tentativi autonomistici.

Infine, nel 634, Palmira fu presa dagli Arabi.

Si concluse così la parabola della grande città carovaniera. Le tristi vicende odierne (la minaccia di distruggere le grandiose rovine della città) fanno temere il peggio. La distruzione di esse cancellerebbe, almeno materialmente, una delle testimonianze più preziose del mondo antico romano-orientale.


ALFREDO VALVO

Docente di Storia romana ed Epigrafia latina nell’Università Cattolica di Milano

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