SINISTRA | 16 Dicembre 2014

Ecco perché Renzi non è un riformista

Maurizio Punzo, ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano e grande esperto di storia del socialismo italiano, analizza tutti gli aspetti della crisi della sinistra

di ROBERTO BETTINELLI

Fotografare la sinistra oggi in Italia significa inevitabilmente fare il punto sul Pd e su quello che sta accadendo all’interno del più grande partito italiano. Un’operazione che spinge subito a farsi delle domande. La prima, ovviamente, riguarda la leadership incarnata da Matteo Renzi. Il segretario del Pd è o no un uomo di sinistra? La rottamazione, il suo cavallo di battaglia, può essere equiparata in qualche modo al riformismo che ha accompagnato fin dagli albori il socialismo italiano? E ancora: il Pd è un partito di sinistra con un programma e un’identità chiaramente identificabili? E per concludere: nel panorama della sinistra odierna che ruolo hanno i dissidenti che contestano il primato renziano? E la Cgil di Susanna Camusso che ricorre allo sciopero generale in un momento in cui le fabbriche stanno chiudendo e il paese è in ginocchio?

Per rispondere a queste domande abbiamo intervistato Maurizio Punzo, ordinario di storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano, grande esperto di storia del socialismo italiano, curatore dell’opera in quattro volumi dell’epistolario di Filippo Turati.

Renzi è un riformista? C’è differenza tra rottamazione e riformismo?

«Rottamazione è una brutta parola anche se usata per le automobili. Eviterei di adoperarla in altri ambiti. Anche la lingua italiana merita rispetto. Renzi è riformista? Se riformista è chi propone riforme, tutti coloro che governano e propongono nuove leggi sono riformisti. Se per riformismo si intende un insieme di misure rivolte ad ottenere un cambiamento profondo per edificare una società più democratica e più giusta, direi di no».

Il braccio di ferro in corso fra il premier Renzi e la Cgil è un fatto inedito nella storia della sinistra italiana?

«Bisognerebbe intendersi sul concetto di ‘sinistra’. Questo vale per Renzi, ma anche per la Cgil. La sinistra è stata cose molto diverse nella storia d’Italia. Erano di sinistra Depretis, Zanardelli e Crispi. C’è stata una sinistra legata al marxismo e al movimento operaio e una sinistra democratica non marxista. C’è stata anche una sinistra cattolica. Bisognerebbe intendersi quando si usa quella parola oggi. A volte sembra che siano fattori non politici a portare le persone a definirsi di destra o di sinistra. Ma quali sono gli obiettivi? I programmi? I principi? La Cgil con il ricorso allo sciopero generale sembra voler rispolverare un’arma obsoleta e inefficace. Sembra voler rassicurare una propria base e forse progettare la nascita di un partito ‘a sinistra’ del Pd, ma non mi pare che sul piano delle proposte sia molto concreta. La capacità di una sinistra riformista, politica e sindacale, dovrebbe consistere nell’adeguare il proprio comportamento ad una situazione in continuo cambiamento. Non mi pare proprio che lo sciopero generale, e forse oggi neppure lo sciopero in quanto tale, vada in questa direzione».

Storicamente il socialismo italiano ha sempre visto una spaccatura fra riformisti e massimalisti. Sono categorie ancora attuali?

«La divisione in effetti c’è stata ed ha avuto conseguenze deleterie non tanto per il socialismo quanto per l’Italia. Oggi non esiste più in Italia un partito socialista, anche se qualcuno cerca di tenerlo in vita, ma con scarsi risultati e quindi non ha senso parlare di massimalisti e di riformisti. Oggi tutti si dicono riformisti e il termine è alquanto abusato. Il riformismo socialista era, appunto, socialista. Anzi, il sostantivo era socialismo e l’aggettivo era riformista. Si trattava della via individuata dai socialisti per raggiungere il loro scopo, la società senza classi, basata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Anche quando questo obiettivo si è un po’ sbiadito, le riforme erano intese come un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e, più in generale, dei cittadini. Oggi per riforma in genere si intende il contrario, una restrizione di diritti acquisiti: meno soldi ai pensionati, meno sanità pubblica, meno risorse per scuola e istruzione. Ora anche sistemi elettorali meno democratici, organismi non eletti direttamente dal popolo. Come il Senato e i consigli provinciali. Sarebbe più giusto parlare di controriforme».  

Quale è il rapporto che il Pci intratteneva con i sindacati?

«Il Pci ha sempre inteso il sindacato come una cinghia di trasmissione della politica del partito».

E il Psi?

«In epoca liberale la maggior parte del movimento sindacale era legato al Partito socialista. I vertici della Confederazione del Lavoro e della Federazione dei lavoratori della Terra erano socialisti, ma assolutamente autonomi dal partito. Esisteva un rapporto dialettico tra organizzazione politica e organizzazione sindacale, con momenti di grande sintonia e momenti di forte tensione. Nel secondo dopoguerra i socialisti si sono trovati un minoranza nella Cgil. Esisteva un rapporto stretto tra il partito e la corrente sindacale, ma certamente i sindacalisti socialisti erano più autonomi dal partito rispetto ai loro compagni comunisti. Inoltre vi era la Uil, nata come organizzazione sindacale socialdemocratica e repubblicana ma divenuta, con l’unificazione socialista del 1966, un sindacato a maggioranza socialista. La presenza dei socialisti in due diverse organizzazioni ha favorito l’autonomia e anche l’unità del movimento sindacale».

Renzi è un corpo estraneo nella storia della sinistra oppure è il frutto naturale dell’alleanza fra gli eredi del Pci, sinistra liberale e cattolici progressisti? E un partito che raccoglie tutte queste anime, che tipo di realtà politica è e quale leadership richiede?

«Al momento del crollo del sistema comunista in Russia e negli altri paesi dell’Europa centro-orientale il Pci ha fatto la sua scelta, quella di non aderire al socialismo democratico occidentale, che era rappresentato in Europa dai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti, ma di divenire un partito genericamente ‘di sinistra’. Giunto al governo ha fatto una politica favorevole ai grandi gruppi finanziari. Su questa strada ha incontrato quei gruppi cattolici che erano da tempo convinti di avviare il dialogo con i comunisti, ma non mi pare che si siano aggiunti eredi della sinistra liberale. L’etichetta di sinistra mi pare irrilevante, ammesso che il Pd ci tenga ad averla. Cos’è il partito della nazione? Qualcosa di inquietante, senza dubbio, ma che va al di là della differenza tra destra e sinistra. La vera domanda però non è se il Pd sia un partito di sinistra o no, ma se sia un partito o un insieme di gruppi che si muovono secondo fini propri, spesso di occupazione del potere, ma senza un progetto politico. Almeno, io non lo vedo».

Secondo lei qual è il leader della sinistra che ha avuto più importanza nell’Italia liberale e repubblicana?

«Più importanza o un ruolo positivo? Nell’Italia liberale ci sono stati i capi del liberalismo democratico, Depretis, Cavallotti, Giolitti, Nitti. Tra i socialisti Turati prima di tutti, ma anche Bissolati, Treves, Matteotti. Nel dopoguerra un grande leader è stato Togliatti, nel bene e nel male e, sempre tra i comunisti, Di Vittorio, Amendola. Per i socialisti Nenni, Saragat, Lombardi e, naturalmente, Bettino Craxi».

Il Pd è attraversato da un profondo malessere tanto che in parlamento è nata una forte corrente che non esita ad attaccare il governo sui provvedimenti principali. Quanto può resistere secondo lei la leadership di Renzi?

«Non ne ho idea, ma i suoi oppositori non mi paiono molto brillanti e non credo che siano in grado di esprimere una leadership». 

Di che cosa ha bisogno oggi la sinistra italiana?

«Di un partito socialista moderno che riparta dalle idee del socialismo riformista per adeguarle alla situazione di oggi».

Nella sua ultima intervista in Italia Tony Blair ha lanciato un forte endorsement al segretario del Pd. Renzi può essere il ‘Blair italiano’?

«Le opinioni di Blair sono oggi quelle di un signore in pensione. E con una ricca pensione. Non vedo che importanza possano avere».

Quali sono secondo lei gli errori che la sinistra italiana ha commesso, se li ha commessi, negli ultimi anni?

«Se si può chiamare errore l’avere smesso di esistere, questo è stato l’errore».

Quale è secondo lei il grande pregio della sinistra italiana rispetto alle altre tradizioni socialiste del vecchio continente? Quali sono le potenzialità da sfruttare e le principali sfide del futuro?

«Purtroppo il panorama del socialismo europeo non lascia ben sperare sul suo futuro. A volte vien fatto di pensare che l’Italia, avendo rinunciato ad avere un partito socialista, sia all’avanguardia in Europa, tracci la strada agli altri paesi. Ma quale strada? Spero che, dopo tutto, i vecchi partiti socialdemocratici, laburisti e socialisti, soprattutto quelli scandinavi, siano in grado di rinnovarsi senza tradire le proprie tradizioni. In Italia bisognerebbe ripartire dall’inizio, ricreare un partito. Mi sembra dura. Molto dura».


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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