CONFINDUSTRIA | 30 Agosto 2015

Ecco perché va rivisto il ‘patto’ con Renzi

Squinzi attacca a ragione i sindacati. Renzi ringrazia, ma crolla la fiducia delle imprese davanti all’immobilismo su fisco e burocrazia. Finora il 'patto’ fra il segretario del Pd e Confindustria ha prodotto ben poco per l’Italia che lavora

di ROBERTO BETTINELLI

L’intervento del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi alla festa del Pd di Milano, e soprattutto il giudizio impietoso verso i sindacati accusati di essere un «fattore importante di ritardo del Paese», non sono giustamente passati sotto traccia e sollevano una riflessione sul 'patto' che al momento sembra in essere fra il segretario del Pd e l’associazione degli Industriali. 

Prima di tutto una considerazione di merito: considerato il comportamento spesso irresponsabile tenuto dalle forze che rappresentano i lavoratori, a partire dalla Cgil, il giudizio di Squinzi appare del tutto condivisibile. Il fatto che nel 2015 si discuta ancora dell’articolo 18 e dell’impossibilità di licenziare i dipendenti pubblici a fronte di una macchina dello Stato pletorica e inefficiente, dimostra la bontà del pensiero e delle parole del presidente degli industriali. Ben sette anni dopo l’inizio della crisi economica più grave dopo il crollo del ’29 e che per gli effetti disastrosi sull’occupazione può essere paragonata solamente alla tragedia vissuta nel periodo della ricostruzione postbellica, l’Italia vanta come unici risultati validi la mini-riforma del Jobs Act e il ritocco estetico dello Statuto dei Lavoratori. Una situazione che testimonia la mancanza di tempestività di un potere politico fragile e incerto, frenato a lungo dall’azione dei sindacati, e che costringe il governo a fornire ciclicamente dati improbabili per dimostrare che le nuove tipologie contrattuali del Jobs Act funzionano da volano per la ripresa del mercato del lavoro. Il clamoroso dietrofront sui nuovi contratti stabili denunciati dal ministero del Lavoro, che non ha esitato a propagandare 630mila assunzioni prima di ammettere l'errore e ufficializzarne solo 327mila, è l’ultimo di una serie di episodi che certificano l’ansia da prestazione di Renzi e dei suoi ministri. 

Uno stato d’animo che sarebbe del tutto immotivato se le cose andassero davvero nella direzione ribadita insistentemente dal premier con il suo esasperato ottimismo. Renzi ha scommesso molto sul rapporto con Confindustria beneficiando dell’apertura di Squinzi che era alla disperata ricerca di un interlocutore che potesse garantire stabilità politica al Paese. Ma il contratto che è stato stipulato, allo stato attuale, sembra aver arrecato vantaggi per uno solo dei contraenti. Il premier, grazie all’asse con viale Astronomia, si è conquistato la reputazione di socialista-riformista, indispensabile per realizzare il progetto del Partito della Nazione che ha in mente da sempre. Un traguardo che è tutto politico e che riguarda secondariamente l’economia. Il posizionamento centrista che Renzi tenta di imporre al Pd è finalizzato a questo obbiettivo. Ma, come sempre accade con l’ex sindaco di Firenze, i pronunciamenti non combaciano con i fatti. Le politiche del governo, evidenziate da misure che vanno dall’ondata di assunzioni nella scuola all’assistenzialismo degli 80 euro fino alla manica larga verso le regioni che sono finite sull’orlo del baratro a causa dell’austerity, non hanno mai seriamente invertito il rapporto tra pubblico e privato. E’ sempre il primo polo a detenere il monopolio dei favori e delle risorse mentre l'altro va spremuto e spolpato fino all'osso. 

Certo, Renzi non ha esitato a ingaggiare un braccio di ferro con la Cgil di Susanna Camusso e la Fiom di Maurizio Landini, ma tutto questo non ha portato alla maturazione di una politica industriale del Paese che viene smentita dall’assoluto immobilismo sui due fronti strategici del fisco e della sburocratizzazione. 

Fronti sui quali l’esecutivo guidato dall’enfant prodige del Pd non ha prodotto alcuna novità di rilievo. Il tanto celebrato taglio dell’Irap è fumo negli occhi per gli imprenditori che si trovano a pagare tasse su tasse, scontando il peso di una burocrazia elefantiaca e degli oneri assurdi di un costo del lavoro che drena i consumi oltre a spaventare gli investitori. Quando il tasso di disoccupazione supera il 12%, la metà dei giovani non ha un posto di lavoro, la crescita è stimata intorno a un misero 0,3% dopo anni di caduta libera, la pubblica amministrazione ha un debito di 60 miliardi con le imprese e la deindustrializzazione ha provocato un perdita secca di cinque punti di Pil negli ultimi 13 anni, le misure per far ripartire il motore dell’economia devono essere forti, incisive e rapide. 

Tutti aggettivi che Renzi, con il suo stile comunicativo 2.0, rivendica continuamente ma che alla prova dei fatti brillano per la loro assenza. Il segretario del Pd ha bisogno di Confindustria per assecondare la «modalità 40%» delle europee così da trasformare la sua versione del Nazareno in un partito a vocazione maggioritaria e ottenere, in vista dell’approvazione dell’Italicum, la ragionevole certezza di un governo monocolore. Il premier è costantemente a caccia di voti del ceto medio come rivela l'incursione al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini e ha tutta la convenienza a siglare un accordo con Squinzi che è al vertice di un’organizzazione che rappresenta oltre 150mila imprese e che ha detto chiaramente di fare «il tifo spietato a chi dice che riduce le tasse». Frase che è suonata a molti, e non a torto, come un assist per Renzi. 

Ma il presidente di Consfindustria ha l’obbligo di dare risposte autentiche ai suoi associati che sono il fiore all’occhiello dell’Italia che lavora e che negli ultimi sondaggi dell’Istat hanno spiegato di aver perso la fiducia verso una ripresa inafferrabile. E se il presidente del Consiglio non è in grado, come non lo è stato finora, di offrire una garanzia concreta per modernizzare un Paese che deve scrollarsi di dosso rendite e fardelli, allora il «tifo» va revocato. Magari per essere indirizzato a breve in favore di qualcun altro. E se l’alternativa non c’è perché il polo delle destre non fornisce una una sponda altrettanto soddisfacente a causa delle intemperanze antieuropeiste di Salvini, è sempre possibile ripiegare su una vigorosa attività di critica mettendo alle strette un governo che non fa quello che dice di fare. Basterebbe questo per far vacillare chi, come Renzi, riunisce tutte le caratteristiche del liderismo populista e che si è ormai abituato a lavorare su un pericoloso doppio registro. Quello comunicativo, in cui eccelle, e quello della realtà in cui sopravvive a fatica. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.