SCENARIO | 08 Maggio 2018

Elezioni a luglio, chi ci rimette e chi ci guadagna

No al governo tecnico di Mattarella. Elezioni a luglio, chi ci rimette e chi ci guadagna. Sfida tra Salvini e Di Maio, Berlusconi e Renzi sullo sfondo. Centrodestra punta al 40%, M5S cannibalizza Pd

di ROBERTO BETTINELLI

Il voto si avvicina. Mattarella ha giocato l’ultima carta dopo il rimbalzo continuo e sterile che si è avvicendato nel corso delle consultazioni. Un governo neutrale che traghetti il Paese oltre la pausa estiva predisponendo il Def e scongiurando l’aumento dell’Iva, garantendo una giusta copertura in sede europea soprattutto in merito alle politiche migratorie, concertando con le forze politiche una nuova legge elettorale. I partiti, Lega e 5 Stelle in primis, hanno detto no.

Una bocciatura scontata e comprensibile: come ha fatto notare Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia non esistono governi neutrali. Inoltre dopo i disastri del governo Monti, un consiglio dei ministri formato da tecnici e da personalità non riconducibili direttamente all’esito delle elezioni non sarebbe gradito agli italiani.

Si consolida dunque il contesto di instabilità dove si inseriscono gli assurdi veti di Luigi Di Maio contro Berlusconi e l’apprezzabile caparbietà con la quale finora Matteo Salvini ha tutelato l’unità del centrodestra. Un contesto che, se dovesse scivolare come sembra verso l’appuntamento delle urne, non può che premiare il protagonismo e la visibilità dei leader che finora hanno dettato legge. Quindi Salvini e Di Maio.

Certo, il voto estivo sulla carta danneggia il centrodestra alle prese con un elettorato meno disciplinato rispetto a quello della sinistra. Ma il Pd di Renzi ha dimostrato di non avere più sacche di rendita se non, forse, nelle regioni dell’Italia centrale. E sono proprio i dem ad essere in maggiore difficoltà davanti ad una scadenza elettorale così ravvicinata. Il partito è spaccato, il reggente Martina ha dimostrato di non avere l’autorevolezza del leader e al tempo stesso il vero timoniere del Nazareno, che rimane Matteo Renzi, non può uscire allo scoperto perché palesemente inviso ad una parte del partito e al mondo della sinistra. I sondaggi lo danno perdente a priori in una competizione accanto a Salvini e Di Maio. Il nord Italia rifiuta il Pd, il centro tiene anche se le falle diventano sempre più estesi e frequenti, il sud è ormai una colonia dei 5 Stelle. Il radicamento, l’organizzazione e la rete di interessi nelle periferie del Paese è tale che lo spettro dell’estinzione, sbandierato da alcuni dirigenti dem, non è credibile. Ma un ulteriore contenimento invece sì e per il Pd sarebbe un colpo durissimo.

Forza Italia, che non sembra ragionevolmente propensa ad avviarsi lungo la strada di nuove elezioni, rischia di esternalizzare per intero la campagna elettorale alla Lega. Berlusconi, infatti, non è detto che abbia le forze per affrontare una gara che sarà certamente provante sul piano fisico e mentale. Salvini e Di Maio ribalteranno il Paese come un calzino. Solo un decennio fa il fondatore del partito azzurro avrebbe retto benissimo, ma oggi le cose sono cambiate a causa degli evidenti limiti anagrafici. Le rilevazioni dei sondaggisti non aiutano: mentre la Lega continua a crescere, Forza Italia è in calo a testimonianza di un effetto di cannibalizzazione che intacca anche il consenso di Fratelli d’Italia. Una campagna elettorale non farebbe che esaltare la leadership di Salvini e, strategicamente, può essere giudicata in modo positivo solo se il punto di caduta diventa la nascita di un partito unitario del dentrodestra. 

Un’alternativa secca fra Salvini e Di Maio. E' questo lo scenario di un voto a luglio. Che in termini di coalizioni e partiti significa una sfida fra il centrodestra guidato dal segretario della Lega e il Movimento 5 Stelle con a capo Di Maio, pronto ad abbandonare il profilo istituzionale inaugurato dopo il 4 marzo per rispolverare l’identità antisistema. Beppe Grillo, lanciando il referendum sull’euro e sull’Europa, sta già dando indicazioni molto chiare a riguardo. 

Al netto di una situazione in cui risulterebbe invariata la legge elettorale, il voto estivo non garantisce certezze di cambiamento. Il centrodestra è prossimo a sfiorare il 40%, toccando la soglia fisiologica per avere la maggioranza in parlamento, ma anche i grillini hanno acquisito un margine di miglioramento per quanto lieve. E se il quadro rimanesse immutato nonostante il ritorno alle urne? E’ una possibilità concreta e per nulla peregrina. In tal caso Salvini e Di Maio si ritroverebbero al punto di partenza. E, vista l’impossibilità di ricorrere alle urne per la terza volta in pochi mesi, dovrebbero chiudere. In un modo o nell’altro. Ma a quel punto gli italiani si domanderanno per quale motivo non l’hanno fatto prima. Una domanda da sacrosanta e legittima. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.