POLITICA & PALAZZI | 26 Maggio 2016

Elezioni, boccata d’ossigeno per l’Italia

Le polemiche sulle riforme, la sintonia Renzi-Napolitano e la crisi di legittimità dei partiti. Lo spaccato di un paese verso le urne nel doppio appuntamento amministrative-referendum. Ma gli italiani risponderanno alla chiamata?

di LUCA PIACENTINI

L’Italia si sta avvicinando a due appuntamenti chiave della vita politica nazionale: le elezioni amministrative di giugno e il referendum costituzionale di ottobre. 

Alle comunali è agganciato il destino di molti attori di primo piano della scena pubblica. Milano sarà un test per la competitività della coalizione di centrodestra, al momento riunita sotto l’ombrello di Stefano Parisi, che tenterà di strappare Palazzo Marino al centrosinistra affidato a Giuseppe Sala. Roma sarà un banco di prova per saggiare la tenuta delle relazioni tra i leader interni che vede su fronti opposti Forza Italia-Silvio Berlusconi-Alfio Marchini da un lato e Giorgia Meloni-Fratelli d’Italia-Lega Nord-Matteo Salvini dall’altro. La capitale offrirà inoltre elementi importanti per valutare la forza dei Cinquestelle, in campo con Virginia Raggi, e costituirà un termometro interessante per la crisi del PD romano, che riparte da Roberto Giachetti. 

Il referendum confermativo sul ddl Boschi si terrà invece in autunno e da pochi giorni ha visto partire le rispettive campagne: quella per il sì guidata da Matteo Renzi, quella per il no promossa da Silvio Berlusconi, centrodestra, grillini e sinistra. Le urne referendarie sono cariche di significato soprattutto per l’ex sindaco di Firenze, che le vive come una prova personale: se perderà, stop al governo e ritorno al voto. 

E qui sta il punto. Dare finalmente la parola agli elettori, gli interlocutori fondamentali della politica. A giugno la sfida dei partiti in crisi di credibilità sarà anzitutto chiamare alle urne il maggior numero di cittadini, convincendo i troppi astenuti ad uscire di casa per esprimere una scelta. 

E’ innegabile il deficit di credibilità della classe politica, che negli ultimi anni è sembrata vivere con distacco, quasi arroccata nei palazzi, il proprio mandato. Le manovre consentite dalla Costituzione hanno portato al governo Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi, tre presidenti del consiglio ‘non eletti’. Certo, il sistema parlamentare non prevede l’elezione diretta bensì la nomina del premier da parte del capo dello stato, ma l’opportunità politica, e soprattutto le regole elettorali accettate di fatto da tutti i principali partiti negli ultimi vent’anni, vorrebbe una corrispondenza tra la volontà popolare a favore del leader dello schieramento vincente nella battaglia elettorale e la successiva guida dell’esecutivo.  

Per sintetizzare la situazione attuale Berlusconi utilizza un’espressione tagliente, parla di «democrazia sospesa» e di «governo abusivo e illegittimo che vuole cambiare la Carta». All’obiezione sul «premier non eletto» Matteo Renzi risponde in modo molto esplicito in una recente intervista a Radio 105

«Il punto vero è che sono andato a guidare il governo su richiesta di Giorgio Napolitano e su voto parlamentare - quindi a livello costituzionale è tutto perfetto - ma in una situazione di emergenza», dichiara il segretario del PD. «Napolitano mi ha detto - e il parlamento ha detto questo - Matteo, devi fare la riforma del lavoro, la riforma della pubblica amministrazione, la riforma della legge elettorale e la riforma costituzionale. Queste cose noi le stiamo facendo». 

In questi passaggi il presidente del consiglio conferma una sintonia con l’ex capo dello stato già segnalata da molti osservatori ed emersa - per citare solo i casi più evidenti - nell’endorsement di Napolitano sull’Italicum (la nuova legge elettorale), nella legittimazione dell’astensione al referendum abrogativo sulle trivelle (appoggiata da Renzi) ed ora nel sì alla riforma della Costituzione. 

Volendo riassumere il quadro con un’efficace classificazione in voga negli studi politologi sulla leadership, ci troviamo di fronte ad un allineamento nelle posizioni di un ‘leader di governo’ (Renzi) la cui caratteristica è la capacità di prendere decisioni mentre la sopravvivenza è legata alla maggioranza parlamentare, e di un ‘leader istituzionale’ (Napolitano, ormai ex leader), il cui potere è quello dell’autorità mentre la legittimazione è nella classe politica. Ebbene: dove stanno i cittadini? Chi li ha interpellati su riforma della pubblica amministrazione, legge elettorale, riforma della Costituzione e del lavoro? 

La dialettica che oggi conduce passo dopo passo al cambiamento appare tutta interna ai palazzi. Finora ai cittadini non è stata data la possibilità di pronunciarsi attraverso le urne sui quattro punti salienti indicati dal capo del governo. 

Di fatto Renzi è anche ‘leader di partito’, figura definita dal carisma ma anche dalla competizione elettorale, cosa che però ancora gli manca. Le primarie lo legittimano infatti tra i simpatizzanti del PD, non certo di fronte al popolo italiano. 

Oggi è l’ora della verità. Tra giugno e ottobre i cittadini-elettori riotterranno la parola. Saranno chiamati a pronunciarsi sulla riforma della carta fondamentale e sulla guida amministrativa nelle due più importanti città italiane. Si tratta di appuntamenti carichi di significato politico. E gli italiani non possono e non devono mancare. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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