COLPO DI STATO | 19 Luglio 2016

Erdogan alza la voce. E l’Europa balbetta

Epurazioni e arresti di massa dopo il golpe fallito in Turchia. Ma dall’Europa solo timidi appelli al rispetto dei diritti fondamentali. I rischi di una deriva anti democratica dalle conseguenze imprevedibili

di LUCA PIACENTINI

Altro che pena di morte. Di fronte alle immagini delle purghe ordinate da Erdogan, sono in molti oggi a pensare che dovrebbe bastare il buon senso a chiudere definitivamente l’iter per l’ingresso della Turchia in Europa. 

La foto di migliaia di soldati seminudi, faccia rivolta al muro, legati e ammassati dopo l’arresto sono lì a simboleggiare i rischi di una irrimedibile crisi dello stato di diritto ad Ankara e l’inconsistenza della politica occidentale. Due facce della stessa medaglia: le utilità diplomatiche e i tatticismi del governi europei ad oggi vincono ancora sui fatti, nonostante questi ultimi, nelle ore successive al colpo di stato fallito, mostrino una crescente incompatibilità tra il regime del presidente turco e l’Unione Europea. 

Il bilancio del golpe. Centinaia di morti. Soldati catturati e costretti a spogliarsi nelle strade. Anche la magistratura è entrata nel mirino. Sappiamo com’è finita: arresti di massa. Quasi tremila giudici in manette, così come migliaia di dipendenti pubblici. Le ferie all’estero sospese a milioni di statali. 

Una cosa mai vista nella storia recente alle porte dell’Europa. Le stesse porte che le tiepide reazioni diplomatiche occidentali lasciano ancora aperte, nonostante tutto. Non bastano i generici appelli alla democrazia e i moniti contro la reintroduzione della pena di morte evocata da Erdogan.

Più di un osservatore sospetta che il dopo golpe, per il presidente turco potrebbe essere l’occasione per islamizzare le istituzioni, aumentare il potere e spingere per la trasformazione della repubblica in senso presidenziale, accrescendo così anche il controllo sull’esercito. 

Il quadro dell’accaduto è confuso. Molti aspetti del tentativo di colpo di stato andranno chiariti. Erdogan accusa l’oppositore Fethullah Gulen, il capo religioso in esilio volontario negli Stati Uniti, di essere il grande manovratore dietro le quinte e ne invoca l’estradizione. 

Agli americani l’onere di gestire la presenza sempre più ingombrante della Turchia nella Nato, una partecipazione che oggi sembra tanto paradossale quanto Ankara appare lontana dal rispetto sostanziale delle garanzie costituzionali e delle prerogative dello stato di diritto, condizioni necessarie in un paese membro dell’Alleanza atlantica. 

Di certo leggendo le modeste dichiarazioni dei leader occidentali si è presi da smarrimento. A cominciare dall’Alto rappresentante per la politica estera Ue Federica Mogherini (no all’ingresso di un paese con pena di morte) per finire per la cancelliera tedesca Angela Merkel (idem). Non è certo con il richiamo ad aspetti scontati (l'incompatibilità tra UE e pena di morte) e con l’approccio attendista della diplomazia che si scioglieranno i nodi fondamentali del rapporto tra Unione Europea e Turchia.

Una linea di confronto che, nonostante i tentativi di mostrare risolutezza da parte dei governi europei, resta morbida ed evidenzia la debolezza di Bruxelles. Sotto molti punti di vista. A cominciare dall’accordo sull’emergenza profughi: ai paesi membri è già costato a miliardi di euro, e oggi l’inconsistenza delle reazioni occidentali alimenta la sensazione che sia ancora Erdogan a tenere il coltello dalla parte del manico. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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