MEMORIA | 27 Gennaio 2015

Etty Hillesum: “Scoprire Dio quando tutti dicono che è morto”

Un incontro al Centro Culturale di Roma sull’intellettuale ebrea che approfondì il rapporto con il Mistero nonostante e (anche) attraverso l’orrore della Shoah

di ANNA MINGHETTI

«Abbiamo lasciato il campo cantando». Questa frase viene ritrovata nell’ultima lettera scritta da Etty Hillesum, una ragazza olandese ebrea, morta nel 1943 a 29 anni, nel campo di concentramento di Auschwitz insieme al padre, la madre e ad uno dei fratelli. Una figura non molto nota, di cui veniamo a conoscenza attraverso un diario, pubblicato per la prima volta in Olanda nel 1981, e alcune lettere che la Hillesum scrive nel periodo in cui si trova nel campo di lavoro di Westerbork, prima di essere mandata ad Auschwitz (in Italia entrambe le opere sono pubblicate da Adelphi). La lettera in questione si riferisce proprio al momento in cui Etty sta andando verso il campo di sterminio.

Ma chi è questa donna che canta mentre viene deportata?

Il 25 gennaio, a pochi giorni della Giornata della Memoria, il Centro Culturale Roma ha voluto guardare da vicino la vita di questa giovane, che le lettere e i diari ci presentano controversa, a tratti paradossale: un’esperienza spirituale intensa, che tocca vertici di misticismo, ma che allo stesso tempo non rinnega nulla di ogni domanda umana, umanissima, carnale, come potrebbe essere quella di una sua coetanea di oggi.

L’incontro che ha preso il titolo da una frase della stessa Hillesum, “In una vita c’è posto per tutto”,  ha visto gli interventi di persone che per strade diverse hanno avuto modo di imbattersi nella sua figura: Andrea Chiodi e Angela Dematté, rispettivamente regista e attrice di un’opera teatrale di cui la Hillesum è protagonista, la storica Lucetta Scaraffia e Gerrit Van Oord, del Centro Studi “Etty Hillesum”, che ha moderato l’incontro.

La diversità delle posizioni emerse all’interno del dibattito è stata la conferma di ciò che sia Lucetta Scaraffia sia Angela Demattè hanno riconosciuto durante l’incontro: ognuno ha la sua Etty. Nel senso che ci troviamo di fronte a un personaggio complesso, che è difficile racchiudere in una definizione.

Chi era Etty Hillesum? Com’era? Una volta esauriti i dati più immediati, è complicato rispondere a queste domande.

Perché Etty Hillesum sceglie di non rinnegare nulla di sé: è indefinibile perché è realmente umana. «È una donna che soffre molto» ha ricordato la Scaraffia «inquieta, ha una vita sentimentale caotica, da un punto di vista lavorativo ha delle aspirazioni intellettuali che non riesce a portare a termine. Se l’avessimo conosciuta probabilmente l’avremmo definita una poveretta».

Eppure, ha osservato ancora la storica, il percorso spirituale che intraprende è di una tale forza che la porterà a «conoscere Dio nel momento in cui tutti dicono che Dio è morto». E questo, ha continuato Angela Demattè, lo ha potuto fare non perché avesse rinnegato qualcosa di tutte le sue contraddizioni. Al contrario, proprio approfondendo tutto quello che in una vita normale sarebbe uno sbaglio da cancellare, diventerà la grande figura che è stata. Tant’è che sceglie volontariamente di andare nel campo di lavoro di Westerbork, per stare vicina a chi soffriva.

In una situazione in cui l’umano sembra completamente annientato, in lei emergono una forza e una positività sorprendenti. «È vero che ci sono momenti in cui uno pensa di non poter proprio andare avanti» scrive in una lettera del luglio del 1943 «eppure, la sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce - non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare - e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere». Come si legge in una lettera dell’anno precedente, Etty è infatti convinta che ciascuno possa continuare la propria strada in qualsiasi tipo di circostanza. «Da qualche parte c’è sempre un piccolo margine di manovra, dove potersi costruire la propria vita. Qui non è certo facile, ma perché dovrebbe essere sempre facile?» Il regista Andrea Chiodi ha invece sottolineato l’importanza dei rapporti nella vita della Hillesum: il rapporto con sé, il rapporto con gli altri e il rapporto con il Mistero.

Tre livelli di rapporto che si alimentano l’un l’altro e che generano la persona che Etty è stata. Determinante nella sua vita è stata certamente la figura di Julius Spier, chirologo – psicologo che studia le linee della mano – e allievo di Jung. Etty conosce Spier nel 1941, ne diventa paziente e poi una delle sue più intime amiche. Proprio attraverso questa relazione, dove non vengono meno tutte  le sua contraddittorietà, la giovane intraprende il percorso spirituale che la porterà alla conoscenza di sé e a quella di Dio, lei che veniva da una famiglia ebrea osservante, ma che della religione non aveva fatto un elemento determinante per la sua vita. La fede di Etty Hillesum, una sua eventuale conversione al Cristianesimo, sono punti che ancora rimangono oggetto di dibattito, perché nei suoi scritti non ci sono riferimenti precisi a questo. Ma, ancora una volta, ci troviamo di fronte ad un elemento che fa parte del percorso di Etty: proprio come la sua intera vita non si può racchiudere in una definizione, così lei non ha mai avuto l’esigenza di definirsi di una religione piuttosto che di un’altra. Etty Hillesum scopre Dio mentre andava alla scoperta di sé. Scopre Dio perché ne aveva bisogno, ed è ciò che rende questa un’autentica scoperta del mistero della sua vita.

ECCO IL VIDEO DELL'INCONTRO:


ANNA MINGHETTI

Laureata in Storia contemporanea all'Università "La Sapienza" di Roma, lavora presso la Fondazione Universitaria San Pellegrino dove si occupa di comunicazione e di organizzazione di eventi. Collabora con il Centro Culturale Roma.

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