UMANESIMO CRISTIANO | 09 Febbraio 2016

Europa, conosci te stessa

I saggi del filosofo Rémi Brague, contenuti nel volume ''Contro il cristianismo e l'umanismo. Il perdono dell'Occidente'' (R. Brague – E. Grimi, Cantagalli, 2015), tracciano i fondamenti della cultura europea, che non può non dirsi cristiana

di ROSSANO SALINI

Anticipando la sua imminente decisione di abbandonare la cultura di appartenenza, peraltro ormai ridotta a larva, e di optare per la nuova era dell'islam di stato attraverso una scelta di mera convenienza, il protagonista del romanzo Sottomissione di Michel Houellebecq liquida tutto ciò che sta per lasciarsi alle spalle con un'affermazione amaramente lapidaria: «Non avrei avuto niente da rimpiangere». Difficile trovare una frase che meglio di questa sappia rendere l'idea del relitto a cui è ridotta oggi la cultura europea, abbandonata sia dalla consapevolezza sia dall'affetto di coloro che ne dovrebbero essere i detentori.

Siamo dunque di fronte a un irreversibile processo, una lenta e inesorabile agonia? C'è chi non la pensa così, e che proprio dalla presa di coscienza degli strutturali problemi di cui soffre l'Europa di oggi trae spunto per un impegno nuovo, un rinnovato lavoro culturale con solide fondamenta. Uno slancio che si trova ad esempio nelle parole della giovane filosofa italiana Elisa Grimi: «Oggi più che ogni altro giorno è il momento dell'europeo, di colui al quale spetta il grave compito del recupero della propria identità, uno sforzo immane poiché sfiora la soglia del tempo e dello spazio, li supera, vede oltre».

Le parole sono tratte dal saggio introduttivo al volume Contro il cristianismo e l'umanismo. Il perdono dell'Occidente (R. Brague – E. Grimi, Cantagalli, 2015), contenente una selezione di interessantissimi e straordinariamente profondi interventi del filosofo francese Rémi Brague, nonché il citato saggio di Elisa Grimi, oltre a una breve biografia di Brague e un'intervista allo stesso curata sempre da Elisa Grimi. Un libro di fondamentale importanza per chi voglia riprendere il filo essenziale dell'identità europea, con la speranza di essere ancora in grado di tenerne un capo.

Il pensiero di Brague è di quelli capitali per comprendere cosa sia l'Europa. Ribaltando l'acuta osservazione di Ortega y Gasset per cui «Europa es el unico continente que tiene un contenido», Brague afferma che «il contenuto dell'Europa è di essere un contenente, di essere aperta all'universale». Perché questa vocazione all'apertura? Perché l'Europa intrinsecamente si fonda, secondo Brague, sull'idea di «secondarietà»: è una cultura seconda, rispetto agli antecedenti culturali e religiosi greci e giudaici. Ma, lungi dall'essere un di meno, tale secondarietà fonda la grandezza stessa dell'Europa, quella sua capacità cioè di apprendere tutto senza assorbire nulla, di fare proprio senza per forza annullare l'alterità culturale. Un processo che, se da una parte porta all'affermazione della latinità come elemento essenziale dello sviluppo culturale europeo (un po' come già rilevato, sia pure sul piano prettamente letterario, da Ernst Robert Curtius nel suo capitale volume Letteratura europea e Medioevo latino), dall'altra rende fin da subito evidente come il cristianesimo sia fondamento imprescindibile dell'identità europea: molte culture sono debitrici di altre, ma «l'Europa è forse la sola a fare di questa secondarietà un principio che sta al centro stesso del suo rapporto con l'Assoluto». Questo avviene perché «l'avvenimento del Cristo, pienezza della divinità, è la ricapitolazione di tutta la storia passata; però l'esplorazione delle ricchezze in essa contenute è un compito infinito che dura finché dura la storia». Tale idea di secondarietà come ricchezza non è possibile per le culture e le religioni non secondarie (si pensi al contrasto greci/barbari, o all'idea stessa di esclusività per gli ebrei), ma nemmeno per altre religioni secondarie come l'islam, che è «caratterizzato dall'atteggiamento dell'assorbimento: la verità di ebraismo e cristianesimo è contenuta nell'islam», che «non si sognerà mai di utilizzarle come strumento che gli permetta, attraverso un procedimento comparativo, di conoscere meglio se stesso rendendosi consapevole di quanto viene trascurato dalle proprie pratiche culturali». E allora capiamo perché, dice ancora Brague, «la cultura europea non potrà mai essere ''la mia''», dal momento che «non è altro che un cammino infinito che porta a una sorgente estranea. Proprio perché è secondaria, la cultura è una questione di assimilazione personale».

Il cristianesimo è inoltre sorgente unica e irriducibile di un'altra caratteristica centrale per l'Europa e per la sua cultura, grazie alla sua paradossale capacità di unire ciò che naturalmente l'uomo tiene distinto, e di distinguere al contrario ciò che l'uomo per desiderio di semplificazione vorrebbe far coincidere. Il cristianesimo ha insegnato all'Europa a unire cielo e terra, e a distinguere Dio da Cesare. «Per usare il linguaggio del mito», infatti, «Dio è in cielo, e l'uomo sulla terra». Al contrario, «il cristianesimo professa l'Incarnazione: un uomo, vissuto in un'epoca storica e in uno spazio geografico ben determinati, è Dio. […] L'uomo non è dominato da Dio dall'alto, è cambiato da Lui nel profondo: Dio non è sopra, ma dentro». E al tempo stesso il cristianesimo «rifiuta di essere, come l'Islam, religione e regime politico», poiché «fin dall'origine esso si colloca a livello dei princìpi, nelle parole di Cristo di rendere a Cesare quel che è di Cesare».

Ecco perché, ponendosi al livello dei princìpi, il cristianesimo non può essere ridotto a morale, e diventare così quel «cristianismo» evocato per contrapposizione dal titolo. Il «kit di sopravvivenza» morale, infatti, «lo troviamo nei dieci comandamenti», ma anche «nei pensatori pagani dell'antichità, in Cina, nelle Indie, a dire il vero un po' dappertutto». Quel che è pertanto fondamentale ricordare è che «non esistono regole morali prettamente cristiane. Come vivere lo sanno tutti, o possono saperlo. Ma perché vivere, perché scegliere la vita e, tanto per cominciare, perché dare la vita, sono interrogativi più complessi. È a essi che il cristianesimo dà risposta». Lo stesso fallimento a cui va incontro il cristianesimo ridotto a morale attende anche l'umanesimo nella sua ultima e degenerata forma di «umanesimo senza Dio». Come dice De Lubac, citato da Brague nell'ultimo saggio del volume dedicato proprio alla parabola dell'umanesimo, «non è vero che l'uomo, come sembra si dica talvolta, non possa organizzare la terra senza Dio. Quello che è vero è che, senza Dio, egli non può che organizzarla contro l'uomo». L'identità cristiana dell'Europa è dunque, ancor di più oggi, l'unica base su cui costruire una società che sia autenticamente «per l'uomo».


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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