L'OPINIONE | 20 Novembre 2015

Europa e terrorismo: fra presagi di sconfitta e segni di speranza

Come sta cambiando la la nostra vita questa “guerra asimmetrica” a noi sempre più vicina? Lo storico Alberto Leoni indica luminosi esempi e vizi da correggere in un Occidente sazio e disperato

di ALBERTO LEONI

Era, forse, sir Winston Churchill a dire che la gente, in tempo di pace, disprezza i militari e lascia deserte le chiese, mentre in tempo di guerra, ammira i militari e riempie le chiese. Il corollario a questo aforisma è che, probabilmente, è più facile che i militari possano fornire la risposta richiesta, piuttosto che il nostro clero possa dare risposte adeguate al dramma che stiamo vivendo. Ma c’è un ulteriore postulato di cui bisogna tener conto: e cioè che quanti non si sono mai occupati di questioni militari sentono sempre l’impellente necessità di dare pareri in proposito. Politici, giornalisti, privati cittadini reagiscono irati e bellicosi di fronte a ciò che li spaventa e li scuote dal torpore in cui sono sprofondati per anni.

Ma oggi, forse, qualcosa è cambiato in peggio. Non è così scontato che la gente si affolli in chiesa ed è chiaro il motivo: potrebbe essere il bersaglio di un attentato. Così l’udienza papale di mercoledì 18 novembre ha visto una Piazza San Pietro insolitamente deserta. No, caro Winston, non riempiamo più nemmeno le chiese e i militari, beh, in fondo è il loro lavoro, un lavoro come un altro. Perché si fanno i funerali di Stato a un alpino che salta su una mina in Afghanistan? In fondo era un volontario e anche pagato bene. Peccato che, in questo modo, il militare si senta staccato dal resto del Pese e non da questo sostenuto, con una perdita di motivazione compensata solo dall’appartenenza al reparto.

Ah, beninteso, che non si chieda a chicchessia di assumersi in proprio un rischio sia pur basso. Ad esempio, per evitare ondate migratorie ancora più rovinose sarebbe utile sostenere le economie dell’altra sponda del Mediterraneo nel modo più semplice e cioè facendo i turisti in Tunisia, in Marocco, in Egitto, in Giordania. Eppure sappiamo che proprio i turisti sono presi di mira dai terroristi in quanto bersagli prioritari. Sarebbe un gesto non del tutto scontato, ma estremamente utile all’interno di un conflitto globale. Ma sembra che chiedere un gesto simile a un popolo di monadi senza finestre verso l’esterno, che non siano i canali televisivi e le cuffie dell’iPad, sia del tutto vano.

Tutti abbiamo sperimentato l’indifferenza degli astanti verso una persona che si sente male per strada o in treno e questa indifferenza si nota di più negli uomini (più opportuno chiamarli soltanto “maschi”) che nelle donne. Quell’orgoglio virile un po’ ottocentesco per cui l’uomo era tenuto a difendere e ad aiutare il più debole sembra tramontato in via definitiva.

E così le stesse autorità religiose sembrano incapaci di ricordare che, “nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i propri amici” e ancora di più per semplici sconosciuti. Si stigmatizza il male ma non si indica la cura che passa dal sacrificio di sé. Esemplare, in questo senso, l’inno britannico I vow to thee my Country che definisce l’amore “che non fa domande, che sopporta la prova, che non viene meno e sa pagare il prezzo e depone davanti all’altre ciò che ha di più caro”. Forse è per questo che gli inglesi non perdono mai una guerra.

Un sacrificio che passa per mille forme, non necessariamente quella della lotta armata, anzi.

È proprio la testimonianza di una scampata gli attentati, Isobel Bowdery a suggerire l’oggettività di un bene che  resiste anche di fronte al male: «Essere sopravvissuta a questo orrore mi ha dato la possibilità di accendere i riflettori sui veri eroi. All’uomo che mi ha rassicurato mettendo a repentaglio la sua vita pur di proteggermi e coprirmi la testa; alla coppia le cui ultime parole d’amore mi hanno fatto riflettere su quello che c’è ancora di buono a questo mondo; alla polizia che è riuscita salvare centinaia di vite;  […] alla donna che ha aperto la porta di casa ai sopravvissuti; all’amico che mi ha offerto rifugio e si è preoccupato di andare a comprare dei nuovi vestiti così che non dovessi più indossare questo top sporco di sangue» e così conclude «La notte scorsa la vita di molte persone è cambiata per sempre e tocca a noi essere persone migliori».

È un punto da cui ricominciare o, come si diceva a Parigi quasi  mezzo secolo fa: Ce n’est qu’un debut. Le debut d’un combat.


ALBERTO LEONI

Alberto Leoni (Napoli 25/12/1957), una moglie, sei figli e un bimbo in affido, otto libri pubblicati. Campo di indagine la storia militare con tutto il suo terrorizzante fascino.

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.