NORMATIVE | 25 Maggio 2015

Falso in bilancio: una legge giusta, ma poco chiara

La nuova normativa rappresenta una svolta importante e necessaria per impedire agli “italici furbetti” di alterare i conti delle proprie società. Il testo presenta però molti dubbi applicativi

di MICHELE D'APOLITO

Una svolta netta, non c’è che dire. La legge anticorruzione approvata alcuni giorni fa alle Camere consegna al Paese una più rigida disciplina delle false comunicazioni sociali, meglio nota come “falso in bilancio”. Pene più severe, abolizione delle soglie di punibilità, procedibilità d’ufficio, sono tutti termini che consentono di inviare agli operatori economici ed ai cittadini un messaggio forte, ovvero che non vi sia più spazio per zone d’ombra nei bilanci delle imprese, che non vi siano più possibilità di inganno per coloro che abbiano un interesse nella lettura dei bilanci dei soggetti economici, che siano banche, fornitori, dipendenti od investitori potenziali. Fin qui, tutto bene, tutto chiaro.

Il falso in bilancio si concretizza, secondo la lettera della norma, con l’esposizione di fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero, oppure con l’omissione di fatti materiali rilevanti, attinenti alla situazione economica, patrimoniale o finanziaria dell’impresa, tali da indurre altri concretamente in errore. Tradotto: se mediante fantasiosi artifici renderò i miei conti più belli del reale, alterando in modo rilevante il risultato di bilancio, magari al fine di ottenere un finanziamento bancario, avrò commesso un falso in bilancio; la stessa cosa se non avrò dichiarato un importo consistente dei ricavi maturati dalle vendite della mia attività, risparmiando imposte ed apparendo con un bilancio meno florido. In entrambe le situazioni, avrò rappresentato una situazione molto differente dal reale, in meglio od in peggio, ed avrò commesso un reato.

La nuova legge prevede sanzioni differenziate per le società quotate in Borsa o che emettono strumenti finanziari destinati al pubblico risparmio (con pene da tre ad otto anni), e le non quotate (da uno a cinque anni); per entrambe le categorie, la perseguibilità del reato sarà sempre d’ufficio. Per la terza categoria di soggetti economici, quelli non assoggettabili al fallimento, cioè le imprese di minori dimensioni, il reato potrà essere perseguito solo a querela di parte. Vi potranno poi essere, per le società non quotate, riduzioni di pena (da sei mesi a tre anni) qualora i fatti siano di lieve entità, tenendo conto delle dimensioni della società in questione e degli effetti della condotta.

In generale, una sterzata non da poco, considerando che fino ad oggi, per le non quotate, si poteva parlare di falso in bilancio solo a seguito di azioni giudiziali da parte di terzi, danneggiati nei loro interessi dalle false comunicazioni sociali; e, oltretutto, il sistema precedente era regolato dalla presenza di soglie di non punibilità, che avevano trasmesso all’opinione pubblica un messaggio di impunità.

Pertanto, l’intento del legislatore diviene oggi quello di punire chi abbia concretamente indotto in errore il lettore di un bilancio. Tutto bene, dunque? Dopo una prima positiva impressione, iniziano a spuntare diversi dubbi applicativi: che cosa significa “concretamente”? Quando si può parlare di “violazioni di lieve entità”? Come si declinano, nella realtà operativa di tutti i giorni, questi termini? Come molto spesso succede, la legislazione italiana gravita intorno ad avverbi e perifrasi, su cui ci si innescano divergenze interpretative e controversie infinite; perché, se da un lato il precedente sistema era troppo morbido ed escludeva molti ambiti da fattispecie perseguibili, aveva il pregio di alcuni riferimenti oggettivi, essenziali per una corretta ed equa applicazione delle norme.

Dunque la risposta che metta luce alle zona d’ombra non può che essere affidata, ancora una volta, alla magistratura, con un potenziale nuovo e corposo filone di contenziosi per i Tribunali italiani, ed una discrezionalità interpretativa che una buona norma avrebbe potuto limitare.

L’impressione generale è che si potesse limare ancora qualcosa, per centrare in pieno l’obiettivo, ma le elezioni regionali incombono, e forte è stata la tentazione del Governo di uscire dall’impasse ed esibire un bicchiere mezzo pieno.

Da troppo tempo si rinviava un provvedimento che desse un segnale ad ampio raggio e, dentro questo perimetro, il falso in bilancio andava in qualche modo modificato. Meglio comunque qualcosa, piuttosto di nulla, per mettere un freno al proliferare dei tanti italici furbetti.


MICHELE D'APOLITO

Dottore Commercialista, Revisore Legale, consulente tecnico per il Tribunale di Cremona. Collabora con Il Sole 24 Ore – Norme e Tributi. È consulente di impresa in materia societaria, tributaria e fiscale, nonché relatore in convegni specialistici in ambito di procedure concorsuali e della ristrutturazione di impresa.

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