SOCIETA' | 25 Gennaio 2016

Family Day: perché ora vale la pena di partecipare

Lo storico Alberto Leoni spiega le ragioni per cui, rispetto alla manifestazione dello scorso 20 giugno, oggi ci siano ragioni più convincenti per andare in piazza a Roma a difendere i diritti delle famiglie

di ALBERTO LEONI

Il biglietto è prenotato da una settimana. Si va a Roma  e si torna in serata. Un’intera giornata, quella del 30 gennaio 2016 dedicata alla difesa della famiglia. Chi legge la firma di questo articolo potrà trasecolare, dato che l’autore è lo stesso che, la mattina del 20 giugno esprimeva un triplice “non basta la piazza”. E mi si permetta riprendere quelle affermazioni perché sono, oggi, valide più che mai.

1) “Non basta condannare l’omosessualità come peccato se ci si astrae dal volto concreto che incontriamo e che, a conti fatti, non possiamo che amare.

2)  Non basta ostacolare l’istituzione di corsi di educazione sessuale

3 ) Non basta impedire l’adozione o l’affido di bambini a coppie omosessuali.”

Cosa è cambiato dal 20 giugno? Tutto e niente. Il grande successo della manifestazione ha solo rinviato una battaglia decisiva. La nostra disponibilità a spendere parte del nostro tempo libero a educare, esercitare la misericordia e all’affido non è cresciuta di molto: per lo meno, dopo sette mesi, non si vedono grandi cambiamenti, come non se ne sono visti a distanza di otto anni dal Family Day del 2007. E ha perfettamente ragione De Palo, il neoeletto presidente del Forum delle associazioni familiari quando dice che il Family Day del 2007 è stato un fallimento perché, negli anni successivi si è ottenuto poco o nulla. Ma, forse, il problema principale è che non siamo cambiati noi.

Molto è invece cambiato, rispetto all’anno scorso, nell’atteggiamento della Chiesa. Il sinodo sulla famiglia ha riportato la cellula fondamentale della società al ruolo di protagonista che le compete. Per citare Spiderman «da grandi poteri, grandi responsabilità». Il cardinale Angelo Bagnasco è stato nettissimo nel delineare i contorni della sfida che si prepara in questi giorni.

E con questo chiedo ai miei quindici lettori di osservare come un fedele figlio della Chiesa cattolica dovrebbe seguire l’autorità, mantenendo il proprio giudizio, in ogni circostanza, sia quando è allineato ad essa sia quando non lo è. Sì, l’obbedienza è ancora una virtù; sì, la fiducia conferita al Papa e ai vescovi è ancora una virtù nonostante molti, troppi  cattolici “celoduristi” contestino l’autorità e, così facendo, compromettano l’unità dei movimenti cui appartengono e della Chiesa stessa. Cattolici conservatori à outrance che non si rendono conto come il proprio atteggiamento mini alla radice ciò che è più importante, anche più delle nozze gay e dell’utero in affitto: l’unità tra i cristiani.

Sulla manifestazione del 30 gennaio varrà la pena essere chiari perché la delusione non sia troppo cocente. La legge, molto probabilmente, passerà dato che Renzi si è premunito di arruolare nella maggioranza di governo frammenti di berlusconismo con sovrano sprezzo del ridicolo. Mettere una macchietta nazionale come l’on. Antonio Razzi segretario della Commissione Esteri del Senato non suscita commenti adeguati, ma solo afasìa, come essere colpiti in testa da una berta spaccablocchi.

La legge passerà, quindi, grazie anche a questo centrodestra che sconta tutte le proprie carenze morali e ideali. E’ possibile un immediato referendum abrogativo ma, anche su questo punto, conviene che ce ne facciamo una ragione; non troveremo mai metà degli italiani che vada a votare un referendum. Anche il mondo cattolico che già è minoranza, non è affatto compatto. Andate a chiedere nelle parrocchie cosa pensano del matrimonio omosessuale e le fantasmagoriche percentuali di contrari di cui tanti oggi favoleggiano si volatilizzeranno.

E allora è proprio per questo che la manifestazione del 30 gennaio deve essere imponente, ancor più di quella precedente. Perché è una battaglia disperata ed è, al momento è tutto quello che possiamo fare. In gioco non ci sono i valori tradizionali (possono cambiare) ma l’idea stessa di società. Il conflitto non è fra famiglie etero e famiglie omo ma fra chi costruisce, con fatica e senza aiuti da parte dello Stato, una speranza per la collettività intera, mettendo al mondo figli per la gioia di costruire esseri umani liberi e forti e chi vive libero e allegro, seguendo le proprie inclinazioni e passioni. Di qua, dalla parte delle famiglie abbiamo diritti sanciti dalla Costituzione e mai rispettati, come nella farsa degli assegni familiari, ridicolmente disgustosi rispetto a Stati veri come Francia e Germania, degni solo di un governo come quello attuale che si rifiuta di attuare politiche familiari che salvino il paese dall’inverno demografico e dal crollo del sistema pensionistico; di là dalla parte dell’ideologia gay, (non, si badi delle persone con tendenza omosessuale  e che di questa tendenza non fanno la ragione della propria vita perché sono molto più grandi e magnanimi) solo dei diritti inventatie il distacco dalla realtà. In una famosa intervista  di qualche anno fa su “Il Giornale” Nichi Vendola dichiarava di essere pronto a diventare padre perché sapeva comporre filastrocche. Vendola ignora che un padre, oggi, oltre a lavorare, se ci riesce, è docente dalla scuola primaria all’università, psicologo, cuoco, infermiere, poeta, attore, autista, meccanico, ragioniere, consulente legale e artistico, guida turistica e deve anche mantenersi in discreta forma fisica per poter giocare coi figli. Se avessi raccontato filastrocche ai miei ragazzi, questi mi avrebbero mandato in luoghi che non nominerò e avrebbero fatto solo bene.

La lotta è tra realtà e irrealtà e, per chiarire le idee ai più tonti mi permetto di incastonare questo link di un film “maudit” che blasfemo non è: il grande “Brian di Nazareth” dei Monty Pithon.

Ma c’è un’altra citazione che vorrei trasmettere ai miei compagni d’avventura del 30 gennaio pur nella consapevolezza che tutto ciò potrebbe non servire a nulla. Una poesia di Costantino Kavafis, un poeta omosessuale (certo non gay) che così scriveva dei 300 che morirono alle Termopili.

Onore a quanti in vita/ si ergono a difesa di Termopili./Mai che dal dovere essi recedano,/in ogni circostanza giusti e retti,/agendo con pietà con tenerezza,/generosi se ricchi, generosi/ugualmente quando possono se poveri,/conforme ai loro mezzi sempre sovvenendo/e sempre veritieri ma senz'astio/verso coloro che mentiscono./E un onore più grande gli é dovuto/se prevedono (e molti lo prevedono)/Che spunterà da ultimo un Efialte/e che i Medi finiranno per passare.

Perché vedete, siamo noi, padri, madri e figli, gli spartani di allora: noi che, come quei guerrieri, si allenavano conoscendo la dura fatica, il “ponos”, il lavoro della terra.

Cosa sarà di noi fra un mese, quando la legge sarà passata? Spero saremo cambiati tanto da intraprendere, ognuno di noi, la trasformazione della realtà come è avvenuta nel corso dell’impero romano. Quando Pietro e Paolo vennero a Roma e videro che razza di letamaio insanguinato fosse quel mondo non condannarono, l’aborto, i giochi dei gladiatori, il divorzio, la schiavitù e la corruzione devastante. Fecero il cristianesimo e, come loro, generazioni di cristiani che hanno costruito la nostra civiltà, attimo per attimo, incontro per incontro, volto per volto. Che è quello che ha ribadito, ancora una volta il presidente di Comunione e Liberazione Julian Carron sul “Corriere della sera” di domenica 24/01/2016. Signori, nel caso non l’abbiate capito, ora tocca a noi. A ognuno di noi. A partire dal 31 gennaio.

P.s. Una modesta proposta al movimento LGBT. Quando date i numeri delle vostre manifestazioni non sparatela troppo grossa. Leggo su Repubblica: “Siamo almeno un milione”. Ora, l’aritmetica ci dice che se la manifestazione si è svolta in 98 piazze(dati “Repubblica”)  bisognava essere in media 10.204,08 a piazza. Ora a Milano erano 9.000, a Roma 5.000 (dati da “Repubblica”), a Bologna 400 (ero lì sabato pomeriggio). Magar, però,i a Cuneo eravate in 50.000.  Più onestà e meno minchiate, please.

 


ALBERTO LEONI

Alberto Leoni (Napoli 25/12/1957), una moglie, sei figli e un bimbo in affido, otto libri pubblicati. Campo di indagine la storia militare con tutto il suo terrorizzante fascino.

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