NORD OVEST | 30 Dicembre 2014

«Lasciateci lavorare e l'Italia uscirà dalla crisi»

Giovanni Brugnoli, imprenditore e presidente dell'Unione Industriali di Varese: «La politica faccia le due cose che servono davvero: meno tasse e meno burocrazia. Poi ci penseranno gli imprenditori a risollevare il Paese»

di ROBERTO BETTINELLI

Il Nord Ovest è il cuore dell'Italia che lavora. Qui è nato il triangolo industriale e queste sono le regioni che continuano ad essere in cima alle classifiche europee e mondiali per la ricchezza prodotta. Un sistema che finora ha tenuto ma che si indebolisce ogni giorno di più a causa dei limiti strutturali di uno Stato che blocca l'iniziativa privata ostacolando le imprese con una tassazione folle e una burocrazia che complica tutto, paralizzando le decisioni e diminuendo la competitività.

A Varese l’industria ha una storia illustre: il tessile con il cotonifici Cantoni e dell’Acqua, la meccanica con marchi storici come Isotta Fraschini, Caproni, Augusta, il made in Italy con una produzione calzaturiera di eccellenza. Un’economia forte che ha accusato il colpo della crisi ma che sta cercando di reagire mettendo in campo ogni risorsa disponibile. Ne paliamo con Giovanni Brugnoli, classe 1970, imprenditore nel settore tessile, sposato con tre figli. Presidente di Univa, l’Unione Industriali della Provincia di Varese, vicepresidente della Giunta di Confindustria Lombardia, è a capo della Tiba Tricot Srl di Castellanza, azienda leader nella produzione di tessuti all’avanguardia per l’abbigliamento sportivo, l’industria e l’arredamento. Un uomo che conosce bene i riti e le responsabilità della vita associativa, ma anche un vero imprenditore che ogni giorno si alza con il pensiero fisso di trovare nuovi mercati e che ama descriversi in questi termini: «Qual è il mio metodo di lavoro? Quello che fanno tutte le altre persone che portano avanti un’azienda. Prendo la mia bella valigetta e vado in giro per il mondo a cercare i clienti…».

La crisi ha colpito duramente il territorio varesino. Come stanno andando le cose?
«Abbiamo una storia di oltre 150 anni di manifattura. L’industria aeronautica italiana è nata qui, come il tessile d’altronde. Abbiamo la fortuna di poter contare su una cultura d’impresa radicata. Ma è evidente che dal 2007 ad oggi lo scenario economico è cambiato. I dati del nostro territorio sono drammatici: hanno cessato l’attività 2mila imprese e abbiamo perduto 12mila addetti. Storicamente la provincia di Varese ha sempre avuto un tasso di disoccupazione al di sotto del 4%, ora siamo all’8,7% mentre a livello nazionale abbiamo toccato quota 13%. Siamo in difficoltà, ma non chiniamo la testa. Gli imprenditori dell’area varesina, nonostante le grandi difficoltà, continuano a vendere i loro prodotti in tutto il mondo. La nostra provincia ha un Pil e livelli occupazionali che si collocano al quarto posto in Lombardia dopo Milano, Brescia e Bergamo».

Qui sono nate le grandi industrie italiane che hanno trasformato l’asse pedemontano in una delle regioni più ricche d’Italia e d’Europa. Se ci sono territori poco abituati alla povertà sono proprio questi…
«E’ vero, non si è mai visto un numero di occupati così basso. Anche solo dieci o quindici anni fa se uno si metteva a cercare il lavoro non doveva aspettare molto per trovarlo. Ma negli ultimi anni fare impresa è diventato sempre più difficile. E quando diventa difficile fare impresa, diventa difficile trovare lavoro…».

Quale è il principale ostacolo?
«La crisi ha colpito duro, ma il nostro sistema paese si è lasciato cogliere impreparato. Lo stato, con la sua burocrazia, non aiuta. Siamo il paese delle scartoffie. E’ possibile che le pratiche che le aziende devono presentare sono diverse a Milano, Torino, Genova o Crotone? Le regole devono essere chiare e uguali per tutti. E basta con questo andazzo per cui una volta si ha a che fare con un funzionario, poi con un altro, poi con un altro ancora. E tutti che dicono una cosa diversa. In Italia non c’è mai la certezza di essere a posto con la legge a causa di questa schizofrenia burocratica. Il risultato è che l’imprenditore deve investire risorse perdendo un sacco di tempo che dovrebbe essere impiegato per allacciare nuove relazioni commerciali. A ciò si soggiunge la diffidenza verso l’azione di chi fa impresa. Ci vogliono mesi e anni per ottenere il permesso per costruire un capannone. E anche quando le cose sembrano andare nel verso giusto compare qualche comitato del no a bloccare tutto. Legittimo protestare ma la classe politica deve individuare delle priorità ed essere coerente nel sostenere ciò che serve per creare i posti di lavoro e il benessere per le comunità».

La disoccupazione ha toccato quota 13,2%. Non è mai stata così alta in Italia…
«La nostra manifattura non ha eguali nel mondo. Primeggiamo in tantissimi campi, ma non basta il lavoro egregio fatto dalle singole aziende. Le istituzioni dovrebbero ascoltare il grido di allarme che arriva dagli imprenditori e attivarsi per promuovere un cambiamento. In provincia di Varese conosco casi di imprese che hanno chiuso non perché messe alle strette dalla concorrenza o dalla crisi, ma perché i titolari erano stanchi di lavorare in un contesto così ostile. Si sono detti: ‘Pago tutti i fornitori e me ne vado’. Così hanno fatto e se le cose non cambiano credo che di questi episodi ne dovremo vedere altri…».

Le aziende sono tassate oltre il 60%. Siete soddisfatti della legge di stabilità?
«Confindustria ha dato un giudizio sostanzialmente positivo. Bene l’azione del governo contro l’Irap. Ci hanno ascoltati e questo è decisamente un punto a nostro favore. Per il resto non ho visto un granché. Poco sulla ricerca e anche sugli sgravi per chi investe e crea occupazione. Soprattutto in merito alla spending review si poteva incidere maggiormente. La spesa pubblica ammonta a 800 miliardi. Credo che sia possibile tagliarla di qualche punto percentuale. Almeno un 5%. E’ una cifra che potrebbe dare un contributo rilevante per rigenerare il settore industriale e manifatturiero».

Le liberalizzazioni sono ferme al palo. Ma il pubblico è sempre più spesso una fonte di inefficienza e di scandali giudiziari…
«Il nostro paese deve voltare pagina: il pubblico deve essere una risorsa del cittadino, non una causa continua di disservizi come sempre più spesso viene interpretato. Serve più efficienza. E se ciò non accade, liberalizziamo e privatizziamo. Facciamo fare ai privati ciò che prima faceva lo stato. Non credo sia un dramma. Ma una soluzione obbligata quando il pubblico non è all’altezza delle attese dei cittadini. Il conforto con il mercato non può che avere un effetto benefico. Quanto agli episodi di corruzione, la magistratura e l’opinione pubblica devono essere inflessibili. La politica deve fare altrettanto prendendo misure tali che le mele marce siano eliminate nel presente e nel futuro».

Come valuta la decisione dello sciopero generale indetto dalla Cgil?
«Ognuno ha la facoltà di prendere le decisioni che ritiene più opportune. Fa specie che in un momento congiunturale così grave, si decida di far chiudere le fabbriche. Una soluzione come questa mi sembra il frutto di una schermaglia politica. Ma non mi stupisco. E credo che in fondo faccia parte del gioco. Ma voglio sottolineare che anche in questi anni di crisi nera, se si escludono poche eccezioni, non si è mai interrotto il dialogo fra imprenditori e collaboratori. Nelle imprese esiste una pace sociale. Che è salda e resiste. L’imprenditore sa di avere bisogno dei collaboratori per raggiungere i suoi scopi e i dipendenti sono a conoscenza che fare impresa oggi, nello scenario della globalizzazione, è davvero difficile».

Qual è il sentimento più diffuso fra gli imprenditori?
«Chi ha a cuore la sua azienda sa che deve correre molto di più per raggiungere gli stessi risultati di un tempo. Come si comportano i miei colleghi? Si alzano il mattino, prendono la valigetta con il campionario dei prodotti e se ne vanno in giro per il mondo a cercare di venderli…».

Il prezzo del petrolio ha toccato i minimi storici. E’ un buon segno per le nostre aziende?
«E’ una decisione storica, ma vorrei vedere un cambiamento di prezzo alla pompa di benzina. Tre anni fa il greggio era a 150 dollari al barile, oggi è sotto 70 euro. Ma la benzina costa sempre uguale».

Le imprese varesine sono fortemente penalizzate dall’embargo deciso dall’Unione Europea contro la Russia. Che cosa ne pensa?
«Il nostro territorio ha perso il 25% dell’export in sette mesi. Esportazioni di primo e di secondo livello. Le nostre aziende sono fornitrici di aziende estere, soprattutto tedesche, che hanno visto sbarrata la strada verso il mercato russo. La politica alta deve tornare a dialogare. Mi metto nei panni degli imprenditori che hanno speso un sacco soldi per aprire canali commerciali in Russia e che ora, pur non avendo nessuna colpa, si trovano a pagare il prezzo di una crisi che non offre via d’uscita. Chi li risarcirà di quanto hanno perso e continuano a perdere?».

L’Europa è un’opportunità o un fardello?
«E’ un mercato che offre grandi potenzialità anche se con la politica del rigore l’Unione Europea è diventato il grande malato del mondo. Gli Usa hanno un tasso di crescita del 4%, la Cina è all’8%, ovvero ai nostri livelli degli anni ’60. Noi siamo fermi. Va bene tenere i conti in ordine come ci ha sempre chiesto la Germania, ma così non si può andare avanti. Basta con il mantra dell’austerità. Ma serve un accordo fra i Paesi del Sud e del Nord Europa. Dobbiamo rimanere uniti e trovare una soluzione condivisa, a costo di autorizzare un’economia a due velocità. Ma non ci deve essere un solo vincitore. Serve un’omogeneità di trattamento nel sistema bancario e fiscale. Questa è la sfida del nuovo parlamento europeo e della commissione Juncker».

Secondo lei gli imprenditori italiani possono dirsi soddisfatti dell’operato di Mario Draghi e della Bce?
«Draghi ha tenuto ferma la barra del timone. La Bce ha saputo esercitare al meglio la sua funzione di vigilanza sulla politica monetaria comune, ma ora deve dimostrare di fare altrettanto sul fronte della crescita. Credo che questa sia la linea di Draghi ed è per questo motivo che ritengo che mai miglior persona sia stata nel miglior posto. E’ suo il merito di aver difeso l’Italia dagli attacchi speculativi. Ricordo quando di fronte alla tempesta che si era abbattuta sul nostro Paese disse che la Bce era pronta a fare di tutto per salvare l’euro. Ci ha salvato».

Lei crede nell’euro?
«Sono convinto che non è più possibile andare avanti a colpi di svalutazione come eravamo abituati a fare negli anni ’80. Allora l’inflazione era a due cifre e tutti investivano nei titoli di stato. Ora ci troveremmo in un Paese molto più povero, con un divario intollerabile fra i territori e le classi sociali. E’ cambiato il panorama internazionale: il costo della manodopera nei paesi emergenti è così basso che si porterebbe via gran parte del vantaggio ottenuto con la valuta più debole. Inoltre il nostro sottosuolo non è ricco di risorse naturali. L’unico modo che abbiamo per sopperire a questa mancanza è una moneta migliore della vecchia lira. Non tornerei mai indietro».

Vede la luce alla fine del tunnel?
«La politica faccia le due cose che servono davvero: meno tasse e meno burocrazia. Poi ci penseranno gli imprenditori a venirne fuori da questa situazione. Ma devono essere messi nelle condizioni di poter lavorare ed esprimere il loro talento».


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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