LA STRAGE DEGLI INNOCENTI | 10 Dicembre 2015

Fermare i migranti per fermare le morti in mare

Nel 2015 sono morti 700 bambini nel Mediterraneo. Gli sbarchi continuano durante l’inverno. Ue, Renzi e il governo greco piangono sui cadaveri ma non prendono l'unica decisione possibile: l'uso della forza alle frontiere

di ROBERTO BETTINELLI

Fermare i migranti per fermare le stragi. Non c’è un'altra soluzione contro le morti in mare che proseguono nonostante l’arrivo dell’inverno. I cinque bambini annegati al largo dell’isola greca di Farmakonisi si aggiungono ai 700 deceduti dall’inizio dell’anno.

Il Mediterraneo è una trappola mortale che ha inghiottito 3.200 persone nel 2015. E insieme al tratto che separa la Libia dall’Italia è proprio il Mare Egeo a provocare il numero maggiore di vittime. I barconi partono dalle coste della Turchia e puntano verso una delle tante isole greche se non direttamente verso il porto ateniese del Pireo. La Grecia, quest’anno, ha accolto 700mila migranti. 

Non si può continuare in questo modo. A poco vale il paternalismo dei governi europei, in primis quello italiano e greco, che si stracciano le vesti davanti alle stragi in mare. L’argomento utilizzato dai capi di Stato è che non si possono consegnare i bambini ai mercanti della guerra in Afganistan, Iraq, Nigeria, Siria. Non è accettabile che diventino bambini soldato. Nè che perdano la vita sotto i bombardamenti. Frasi corrette. Verità sacrosante. Chi le pronuncia non può che sentirsi a posto con sé stesso. Fermo nell'equiparare 'nativi' e stranieri. A tratti superiore per il fatto di nutrire interesse per la sorte di vite tanto lontane.

Intanto, però, i bambini muoiono nel Mediterraneo. E quelli che scampano alla morte saranno costretti a vivere da indigenti nelle società europee che non hanno più le risorse materiali e morali per consentire una piena integrazione.

I bambini annegati nel Mediterraneo non possono che pesare sulla coscienza di chi ci governa: le autorità italiane, greche e le istituzioni comunitarie. C’è un solo modo per impedire che alle stragi si aggiungano altre stragi. Proibire ai barconi di salpare. Un risultato che può essere raggiunto soltanto attraverso un’azione preventiva di polizia e, naturalmente, mediante l’uso insostituibile della forza. 

Una soluzione che finora è stata solo invocata e mai seriamente presa in considerazione. Il presidio dei mari da parte di Frontex è indispensabile, ma l’intelligence e le agenzie di sicurezza devono completare il lavoro. Individuare i responsabili, i canali, le organizzazioni. Smantellare la rete degli scafisti che alimenta i flussi immigratori. Colpire con ogni mezzo. Questo per ciò che riguarda le politiche ‘in entrata’. Per quelle ‘in uscita’ è necessario accelerare le procedure di riconoscimento facendo un ricorso massiccio ai rimpatri coatti. I migranti che si rifiutano di fornire i dati d’identità e il luogo di origine vanno rispediti immediatamente nel Paese dal quale sono partiti e, se ciò non è possibile, vanno imprigionati fino a quando non dicono chi sono e da dove vengono. 

Non è uno Stato che si rispetti uno Stato che consente a persone prive di una identità certa di circolare liberamente. Non lo sarebbe in tempi non sospetti. Ma non lo è sicuramente oggi che l’Europa è costretta a vivere sotto la minaccia del terrorismo. 

Il messaggio deve essere chiaro: «Qui non si passa». Un messaggio che l’Europa, ipocritamente, stenta a dare. Mentre a darlo quotidianamente e senza tanti drammi di coscienza sono le democrazie più avanzate e floride del pianeta. Due esempi su tutti: Usa e Australia. Paesi che al momento offrono più opportunità della gran parte delle nazioni che hanno aderito all’Unione Europea e che, sulle politiche migratorie, hanno deciso di comportarsi diversamente. 

Non perché americani e australiani siano umanamente peggiori degli europei, ma perché sanno che le poche opportunità di cui dispongono bastano a malapena a loro. Un realismo che contiene molta più giustizia del finto dolore dei nostri governanti, abituati a piangere sui cadaveri che galleggiano sempre più numerosi nelle acque del Mediterraneo senza cercare davvero un rimedio che è più alla portata di quanto si creda e che altri hanno già adottato con successo. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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