PENSIERO UNICO | 09 Gennaio 2018

Fine vita, una legge inutile e dannosa

Approvata una legge che rompe definitivamente il rapporto fiduciario tra paziente e medico, ponendo quest’ultimo in una posizione in contrasto con il giuramento di Ippocrate. Una legge che impone il volere dello Stato

di GIUSEPPE ZOLA

Ogni tanto la Bonino piange di commozione. E’ sempre un brutto segno, perché significa che il Parlamento ha approvato una qualche legge che punisce la famiglia, oppure la vita, oppure qualcosa di essenziale per una degna esistenza umana. Immagino che abbia pianto a dirotto quando fu introdotto nel nostro Paese il divorzio, che, senza alcuna ombra di dubbio, ha contribuito ad indebolire fortemente l’istituto famigliare. Immagino che abbia pianto di commozione quando, nel 1981, il mortifero aborto ebbe la conferma dal voto referendario del popolo italiano. Poche settimane fa, l’abbiamo vista tutti  piangere di commozione quando il Senato ha approvato definitivamente (?) la legge sul fine vita, che forse sarebbe bene definire legge dell’inizio morte. Il suo pianto commosso, pubblicizzato da tutte le TV, ha salutato l’inizio di un’epoca in cui cambia totalmente il rapporto vita/morte, così come indotto dalla grande esperienza cristiana. Il 14 dicembre, insomma, la Bonino ha pianto di commozione ed una nuova legge disastrosa è entrata nel Bel Paese.

Tale legge è disastrosa per molti motivi, anche di carattere costituzionale, tanto è vero che l’Associazione NONNI2.0 ha scritto al Presidente Mattarella, invitandolo a rinviare, come è in suo potere, la legge al Parlamento, affinché vengano annullati gli aspetti contrari alla nostra Costituzione. Ed anche eminenti giuristi stanno per assumere la stessa iniziativa.

Con detta legge si rompe definitivamente il rapporto fiduciario tra medico e paziente. Il medico diventa un puro esecutore di una volontà che viene espressa normalmente quando si è sani e che, il più delle volte, non avrà alcuna valenza scientifica. La professione del medico, consacrata dal giuramento di Ippocrate, ha avuto, nei millenni, come base il dovere assoluto di salvare la vita del paziente e, comunque, di curarlo. Ora ha  il dovere di procurare la morte, anche quando non ne vedesse le condizioni. Solo in casi estremi, il medico potrebbe ricorrere al giudice, che ancora una volta diventa il vero arbitro della nostra vita. Sotto questo profilo, ancora una volta l’attuale pusillanime politica ha ceduto ai magistrati una funzione che la natura e la storia hanno sempre affidato alla coscienza del medico e del paziente. La situazione è ancora più grave se si pensa che al medico non viene neppure concessa la possibilità di ricorrere all’obiezione di coscienza, confermandosi così la tendenza a rendere sempre dittatoriali le idee dei portatori del pensiero unico.

Le situazioni più drammatiche si verificheranno nei pronti soccorsi, dove il primario dovere dei medici non sarà più quello di intervenire con rapidità per cercare di salvare una vita, ma sarà quello di andarsi ad accertare se il paziente ha sottoscritto o no una DAT e si perderanno così minuti preziosi.

Il legislatore, ancora una volta, ha scelto la via più breve e facile: invece di intervenire per rafforzare la capacità di intervento sanitario, il Parlamento ha preferito la strada breve ma drammatica di risolvere il problema con l’accelerazione della morte.

In questo contesto, il capogruppo PD al Senato ha avuto il coraggio di dire e ripetere più volte che quella approvata sarebbe una “legge di civiltà”. Si tratta, invece, di una legge barbara, che fa compiere alla nostra civiltà passi indietro di almeno due millenni. Si tratta anche di una legge inutile e superflua. Essa è l’indice di una mentalità statalista che vuole regolare per legge ogni aspetto della vita anche privata dei cittadini e non vi è nulla di più personale della vita e della morte.

Non posso tacere l’imbarazzo che provo per un aspetto che mi tocca in modo particolare, in quanto cattolico. Trasformo questo imbarazzo in una domanda molto serena e rispettosa: perché i vescovi italiani hanno dato un giudizio negativo circa le legge di cui parliamo solo dopo la sua approvazione? Non potevano muoversi prima, come hanno fatto molti laici cattolici e non solo?

Per questi laici la battaglia non finisce qui. L’esperienza cristiana non può rinchiudersi nei pianerottoli dei nostri condomini: deve guardare in faccia le sfide presenti, assicurando una presenza con il solido criterio di Cristo.


GIUSEPPE ZOLA

Giuseppe Zola svolge la professione di avvocato a Milano. E' stato vicesindaco e assessore a Palazzo Marino.

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