L'INTERVISTA | 23 Giugno 2015

Fisichella: «Renzi? Non ha prospettiva»

La critica a Renzi e Salvini, la ‘miscellanea’ di Grillo, il declino della classe media, le riforme sbagliate e il futuro del centrodestra. L'intervista al politologo Domenico Fisichella: «Governo labile, Renzi senza prospettiva»

di ROBERTO BETTINELLI

Non solo un teorico che ha dato alle stampe il suo ultimo libro edito da Carocci, ‘Concetti e realtà della politica’, ma anche un uomo d’azione con alle spalle quattro legislature al Senato, la carica di ministro della Cultura nel primo governo Berlusconi, dieci anni come vice presidente di Palazzo Madama, ma soprattutto la partecipazione da protagonista alla nascita di Alleanza Nazionale.

Domenico Fisichella è stato ordinario di Dottrina dello Stato e di Scienza Politica alle Università di Firenze e Roma. Uno studioso che ha molto da dire nel dibattito nazionale dove ormai si è reso evidente un forte squilibrio nel panorama dei partiti. Al polo del centrosinistra che è rappresentato dal Partito Democratico e che è al momento alla guida del Paese, il centrodestra non ha saputo contrapporre un’alternativa. Una situazione che rischia di indebolire la democrazia che si fonda sulla regola dell’alternanza, soprattutto in presenza di un ‘governo delle riforme’ che ha l’ambizione di mettere mano ai fondamenti istituzionali del Paese. 

Professore, che rapporto c’è fra azione politica e scienza politica?
«La scienza politica fornisce la consapevolezza sia dei fini sia dei mezzi dell’azione politica. Ciò non significa però che la prassi perda la sua autonomia».

Lei è stato l’ispiratore del progetto politico di Alleanza Nazionale. Ci racconti questa esperienza…
«La formula di An risale ad alcuni articoli che ho scritto quando ero editorialista politico del quotidiano Il Tempo. Era il ’92 e in quella fase l’intero sistema partitico era ormai in dissesto. Fin dal secondo dopoguerra la destra era costituita da tre culture politiche. Una minoritaria e liberale, una monarchica, una missina. Nei primi anni ’50 era già chiaro che esisteva un serbatoio importante ma lo spazio si è aperto solo con la caduta del muro di Berlino e con il colpo di grazia di Tangentopoli». 

Il Popolo della Libertà sembrava poter diventare il grande partito della destra moderata. Ma le cose non sono andate così. Perché?
«La radicale divaricazione personalistica ha reso impraticabile una linea di coalizione. Inoltre l’ingresso di An dentro la nuova formazione è stata vissuta come aliena. E’ venuta meno l’idea di poter aspirare ad una propria identità civile e culturale». 

Oggi i partiti sono in grande difficoltà. Come giudica il modo in cui i leader tentano di riabilitarli agli occhi dell’opinione pubblica?
«La crisi è generale e non risparmia nessuno. Ciò ha suggerito l’idea che il sistema delle primarie potesse ridare legittimità quando invece ha accentuato il clima di disfacimento».

Il centrodestra è diviso. Vede i segnali di una possibile riunificazione? 
«L’unità non può prescindere dall’unico lavoro serio che consiste nel mettere la cultura al centro del progetto politico. Le vittorie in Liguria o a Venezia sono condizionate dall’astensionismo. Un dato che non fa chiarezza né per il recupero del centrodestra né per la resistenza del centrosinistra». 

Oggi può affermarsi una destra che non sia populista?
«Una cultura politica dell’ordine è assolutamente auspicabile. Ma viviamo tempi ostili. Il sistema mediatico rema decisamente contro e la stessa società civile si è profondamente indebolita. La famiglia, il matrimonio, un’idea responsabile di libertà, il cristianesimo, la concezione dello Stato e della nazione, la convinzione di un equilibrio europeo dove le autonomie nazionali sono rispettate. Tutti questi principi sono sotto attacco. E’ davvero arduo perseguire la ricostruzione di un tessuto di ragionevolezza che possa distinguere fra una libertà responsabile e la deriva anarchica o il libertarismo più sfrenato».

Renzi si dice a capo del ‘governo delle riforme’. Che cosa ne pensa dell’Italicum?
«Non tiene in giusto conto la logica di coalizione che resta, a mio avviso, meno dannosa dell’idea che il partito che ottiene il 40% dei consensi possa assicurarsi da solo il premio di maggioranza. Ma l’operazione è molto più ostica di quanto immaginasse Renzi. Per mettere in crisi l’Italicum è sufficiente far saltare il progetto di riforma del Senato».

Lei è favorevole al Senato non elettivo?
«Immaginare che il Senato della Repubblica diventi espressione dell’organo istituzionale più screditato, ovvero le regioni, è pura follia. Deputati e senatori agiscono senza il vincolo di mandato perché rappresentano l’intera nazione. Lo faranno ancora i nuovi senatori se dovesse andare in porto l’ipotesi di regionalizzazione della camera alta?». 

La democrazia ha dimostrato di poter fiorire nei Paesi dove è presente un forte ceto medio. Ma esiste ancora o è stato spazzato via dalla crisi?
«La classe media ha gravi responsabilità per il proprio declino. Ha abdicato alla missione civile e culturale che le era propria. Ha subito l’arrembaggio materialistico ed economicistico finendo in uno stato di subordinazione rispetto a culture che avrebbero dovuto rimanerle estranee come il marxismo e il libertarismo. E’ stata indebolita dalla crisi economica e da una politica fiscale che in larga parte l’ha punita, distorcendo una concezione sana del diritto di proprietà che vede nell’acquisizione della casa una conquista inviolabile. La democrazia vive un disagio molto grave». 

Come valuta il tentativo di Salvini di espandere la Lega al Sud?
«La lega nasce federalista con pulsioni secessioniste. Mi sembra incapace di strutturarsi stabilmente nel Sud. Il federalismo ha ben poco a che fare con la nostra tradizione più autentica, che è quella risorgimentale unitaria. E comunque nell’Italia repubblicana è stato interpretato secondo una logica di disaggregazione piuttosto che di aggregazione. Ma questo non vuol dire che va accettata una visione statalista della vita pubblica, il cui risultato è l’inefficienza. L’istituzione centrale si deve occupare di politica estera, difesa, sicurezza, giustizia e istruzione. Ma ci sono moltissime altre cose che possono essere progettate e sviluppate dalla società civile. Entrambe le culture devono convivere: nazionale e liberale». 

Il governo vede una forza di sinistra, il Pd, alleata con i centristi di Ncd/Area Popolare. Qual è il suo giudizio?
«Il Pd esercita un’egemonia pressoché totale. Non nascondo che all’inizio l’atteggiamento di Ncd poteva essere mosso da un sincero spirito costruttivo, ma quali sono i contributi che ha arrecato ai fini del temperamento di certe spinte del ‘renzismo’? Poco o nulla. La verità è che il partito di Alfano non possiede un sufficiente ‘potenziale di intimidazione’ per frenare e condizionare Renzi».

Forza Italia riuscirà a trovare il successore di Berlusconi? Grillo è di destra o di sinistra?
«Quando un leader declina, senza avere predisposto adeguatamente un meccanismo di successione, è evidente che nel partito si determinano le condizioni del conflitto. Questo è ciò che si registra anche all’interno di Forza Italia. Il Movimento 5 Stelle è una miscellanea. Non una proposta che per sua natura richiede organicità e coerenza, ma una protesta che invece è alimentata da frammenti e stati d’animo che sono presi in prestito a volte dalla sinistra a volte dalla destra». 

Quale profilo deve avere il nuovo leader del centrodestra?
«Ho forti perplessità nell’immaginare un manager che si improvvisa leader politico. Questo deve essere autonomo rispetto alla dimensione economica, deve conoscere il mercato ma anche e soprattutto la politica estera, la macchina dello Stato. Ciò premesso guai a chi pensa di poter crescere esclusivamente all’ombra delle segreterie dei partiti. Resto tuttavia convinto che un leader debba essere al di sopra delle compromissioni che spesso accompagnano il percorso degli uomini d’affari. E deve sapersi circondare di collaboratori validi. Persone che sanno dire no. Non camerieri…».

Chiunque sarà il leader dovrà vedersela con Matteo Renzi. Che cosa ne pensa del segretario del Pd?
«Chi parla troppo rischia di andare a sbattere. L’assetto governativo mi sembra molto labile e senza esperienza. La personalità del presidente del Consiglio mostra un eccesso di ottimismo con il risultato di aprire spazi di speranza che si chiudono però subito dopo se non vengono seguiti da risultati rapidi. Personalmente non vedo grandi prospettive. Ma riconosco che la crisi dei rivali, sebbene possa provocargli grossi problemi, forse è così profonda da non poter creare, almeno in tempi brevi, un’alternativa».

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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