FORMAZIENDA | 11 Gennaio 2017

Formazione, l'Italia ci crede ancora?

Il governo taglia ormai da anni le risorse per la formazione continua. Rossella Spada, direttore del Fondo Formazienda: «Sono le imprese che pagano le conseguenze più significative di tutto ciò, in particolare le micro e le piccole»

di REDAZIONE

È ormai dall'agenda di Lisbona del 2000 che il nostro continente si trova a vivere nella cosiddetta «economia della conoscenza». Centralità del capitale umano, educazione e formazione continua sono alcuni dei pilastri su cui si fonda questa prospettiva. Ma naturalmente tutto questo è nulla se non ci sono le adeguate risorse finanziarie per sostenere un processo così articolato e complesso. Anche alla luce del fatto che l'agenda è stata poi aggiornata con il progetto «Europa 2020», sempre più ambizioso e sfidante.

Per quanto riguarda la situazione italiana le notizie non sono buone. Ormai da anni. Il governo è dal 2013 che applica prelievi sui fondi destinati ai Fondi interprofessionali per la formazione continua. Le modalità e le conseguenze di questa azione le spiega Rossella Spada, direttore del Fondo Formazienda, uno dei più dinamici e in crescita nel panorama nazionale: «I prelievi sono stati fatti in un primo momento nel 2013 e nel 2014: si trattava però in questi casi di prelievi che andavano a reperire dall’Inps sia risorse optate – quelle che gravano sulle quote destinate ai fondi interprofessionali – sia risorse inoptate – quelle che convergono all’Inps se un’azienda non aderisce a nessun fondo interprofessionale».

Tutto questo è poi cambiato con la legge Finanziaria 2015, introducendo un elemento che poi è entrato a regime, e confermato ogni anno: «Nel caso delle leggi di stabilità successive, invece, l’intento normativo prevede l’aggravio solo sui fondi interprofessionali, e questo a partire dal 2015 in poi. Una scelta mirata piuttosto discutibile, dopo che per anni si è cercato di sensibilizzare le imprese ad aderire a un fondo per non precludersi la possibilità di utilizzare i contributi versati per formare i propri dipendenti. Oggi, purtroppo, abbiamo la netta percezione che si voglia fare un passo indietro. Non dimentichiamo, poi, che l’Europa va nella direzione di favorire la specializzazione delle competenze dei lavoratori al fine di garantire loro una maggiore spendibilità nel mercato del lavoro. Con questo intervento l’Italia, fuori dal coro, non sembra muoversi in modo armonico con le direttive comunitarie».

Ma Rossella Spada non parla solo a nome dei Fondi interprofessionali. Il problema non va certo a ripercuotersi solo su questi soggetti: «Sono le imprese che pagano le conseguenze più significative di tutto ciò, in modo particolare le micro e le piccole. Sono loro a vedersi negata una chance in più per investire in competitività, poiché, di fatto, è nelle piccole realtà che corsi di formazione e di aggiornamento innovativi possono fare la differenza in un mercato del lavoro così specializzato e dinamico».

Come si vede, è dunque lunga la strada che porta a un vero investimento in formazione e capitale umano. Se è il governo in primis a vedere in queste realtà non un'occasione per dare competitività alle imprese, ma un salvadanaio a cui attingere, saremo costretti a rimanere nel mondo delle pure intenzione, senza che vengano prese decisioni che fattivamente favoriscano la formazione del capitale umano.


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L'Informatore - Quotidiano liberale

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