BUONI E CATTIVI CONSIGLI | 07 Luglio 2016

Forza Italia, mollare Renzi e rifare il partito

I consigli di Confalonieri: uno cattivo e uno buono. Il Nazareno bis è una trappola dalla quale tenersi alla larga se non si vuole fare la fine di Alfano. Ma rilanciare Forza Italia «per far emergere i più capaci» è possibile. Ed è la cosa da fare

di ROBERTO BETTINELLI

Forza Italia è al bivio: o si va con Renzi e si rilancia il Patto del Nazareno come vorrebbe il numero uno della corrente aziendalista Fedele Confalonieri o si sta nel centrodestra e si fa la guerra al Pd e al suo segretario. In attesa della decisione del leader che sembra più propenso verso la seconda opzione avendo già sperimentato i danni che derivano da un accordo con Matteo Renzi, il partito azzurro è costretto a rimanere in standby. 

Che il Cavaliere non abbandoni il campo nonostante le difficili condizioni di salute, non c’è dubbio. Nell’elettorato esiste uno zoccolo duro, misurato intorno al 10%, che non vuole rinunciare alla sigla che nel ’94 ha fatto il suo trionfale ingresso nel mercato dei partiti. Ma, al netto degli irriducibili, è evidente che Berlusconi non ha più la forza né l’energia per affrontare una campagna imminente come è quella del referendum e tantomeno una successiva competizione elettorale. I limiti anagrafici sono oggettivi e sarebbe folle, oltre che profondamente egoistico verso l’ex premier, non tenerne conto.

Ma questo non significa che il Cavaliere possa sottrarsi all’interrogativo se stare con o contro Matteo Renzi. E noto che nel suo entourage più stretto alcune figure, a partire dal presidente di Mediaset, hanno sollecitato una riedizione del Patto del Nazareno. Ma una simile scelta non può che avere come terreno di manovra il campo della politica. L’analisi e il giudizio non devono essere inquinate da valutazioni inerenti il futuro dell’impero economico e finanziario di Silvio Berlusconi.  

E’ legittima la preoccupazione di chi, come Confalonieri, misura obbiettivi e strategie sulla base del progetto aziendale. Ma il destino di Forza Italia e del suo leader è e deve essere di altra natura, specificamente politica, finalizzata a capire in che modo il partito possa interrompere la spirale negativa in cui si è avvitato svolgendo appieno il suo ruolo nel processo di rinascita del centrodestra e del Paese. 

Quello stesso centrodestra che oggi è agonizzante e quello stesso Paese che, ed è il punto più importante, ha voltato le spalle al renzismo. 

Renzi deve le fortune al Pd che, nonostante gli ingenti sforzi del segretario di cambiarne i connotati, resta un partito di sinistra. Il presidente del Consiglio è in difficoltà proprio perché ha scientemente voluto fare tabula rasa della storia e dell’identità del contenitore politico che ha il compito di guidare. Una colpa che dalle élite può essere tollerata soltanto in presenza di una crescita del consenso. Esattamente ciò che è mancato nelle ultime turnazioni elettorali dove, anzi, il Pd ha accusato sconfitte pesantissime. 

Abbandonato da una fetta importante dei propri elettori e fallito il tentativo di sfondare al centro per fare incetta dei voti berlusconiani, Renzi non è stato in grado di respingere l’assalto dei 5 Stelle e ha rimediato un umiliante insuccesso. La sorprendente tenuta di un centrodestra, per quanto diviso e rissoso, la dice lunga su quanto gli italiani giudichino credibile Pd in versione Leopolda. 

Le identità culturali, in politica, sono fondanti. Sono, cioè, inevitabili e ineluttabili. Non si possono calpestarle impunemente come ha ben sperimentato Renzi che si è impossessato del principale partito della sinistra limitandosi a competere con la destra sul fronte delle detassazioni e rompendo rovinosamente con i sindacati. Che si voglia o no le categorie di destra e sinistra resistono alle mode dei linguaggi e ai cambiamenti della globalizzazione. 

Accettare un secondo Nazareno da parte di Berlusconi farebbe scomparire Forza Italia nel giro di un anno o poco più. Si ripeterebbe ciò che è accaduto con Alfano e l’Ncd che, dopo aver rubato l’argenteria di famiglia al Pdl-Forza Italia, hanno accumulato una debacle dopo l’altra proprio perché responsabili di un cambio di fronte inatteso e incompressibile. Una strategia che ha pagato in termini di poltrone, incarichi e prebende ma che è stata severamente punita alle urne. I cittadini, svincolati dalla stabilità del voto, si sono fatti più esigenti come rilevano ampiamente il dilagare dell’antipolitica e l'ascesa del Movimento 5 Stelle. 

Nè il Nazareno bis  farebbe bene allo stesso Renzi che è sotto 'attacco interno’ proprio perché il suo governo ha deluso dal punto di vista delle politiche economiche e sociali, per nulla finalizzate a temperare le forti e inique disuguaglianze che attraversano il Paese. Il premier, stando alla base del Pd, avrebbe concesso troppo alla destra e troppo poco alla sinistra. 

Renzi, per tornare alla scelta di Forza Italia, è tutto tranne che un alleato vincente ed è, al contrario, debolissimo nel momento in cui deve affrontare la prova delle prove: il referendum costituzionale. Un altro, clamoroso episodio in cui ha consapevolmente tradito una delle più radicate convinzioni della sinistra. 

Gli elettori del Pd, che hanno sopportato l’alleanza indegna con Verdini, devono fare i conti con lo scandalo delle nomine nelle società pubbliche portato alla luce dall’indagine Labirinto che colpisce, direttamente, il ministro dell’Interno Angelino Alfano. Tutti sanno che Renzi, ai tempi in cui si spacciava come il rottamatore della politica italiana e viveva la sua luna di miele con la pancia del Paese, non avrebbe soprasseduto per questioni di tattica governativa e avrebbe imposto le dimissioni al responsabile del dicastero degli Interni. Una soluzione che però, allo stato attuale, non può essere attuata dal momento che cadrebbe, e nell’immediato, l’esecutivo. 

Senza Alfano e Area Popolare che ha unito in un solo gruppo parlamentare Ncd e Udc, infatti, il premier non avrebbe i numeri per restare a Palazzo Chigi. Ed è questo il solo motivo per cui Renzi tollera figure come Verdini e Alfano, che sono chiaramente invise al popolo della sinistra e che lo espongono agli attacchi dei 5 Stelle sul fronte delicatissimo della trasparenza e dell’etica pubblica. 

Il presidente del Consiglio più giovane della storia repubblicana rischia di essere anche uno dei più volatili. Uno, insomma, dal quale è meglio tenersi alla larga. In quest’ottica risulta più utile e veritiero il secondo consiglio partorito da Fedele Confalonieri che ha auspicato un possibile rilancio di Forza Italia soltanto attraverso un rinnovamento che libera finalmente le posizioni di vertice, adottando il metodo della competizione «per far emergere i più capaci». 

Questo è ciò che chiedono i cittadini che non ne vogliono sapere del Pd e dei 5 Stelle. E che, nonostante tutto, ci sono ancora. E non sono pochi.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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