EMERGENZA MIGRANTI | 04 Luglio 2017

Frontiere chiuse, armi spianate: l'accoglienza alla prova dei fatti

L'Austria del social-democratico Van der Bellen, colui che rese l'Austria più aperta e inclusiva sconfiggendo il populista Hofer, mette i carri armati alle frontiere contro i migranti. L'ideologia «aperturista» ha i giorni contati

di ROSSANO SALINI

L'Italia del governo Gentiloni agita lo spauracchio della chiusura dei porti alle Ong straniere. L'Austria del verde e social-democratico Van der Bellen, colui che è stato acclamato come il salvatore in grado di contrastare l'ascesa del populista Hofer, vuol piazzare niente meno che i carri armati al Brennero per evitare l'ingresso di migranti dal nostro paese. Della Francia del socialista Hollande prima e del progressista Macron poi non vale nemmeno la pena di parlare.

Doveva per forza trasformarsi in un'emergenza incontrollabile quella dei migranti, perché tutti i sepolcri imbiancati del perfettismo solidale e progressista si rendessero conto che qui non si tratta di uno scontro tra rozzi ed evoluti, tra razzisti e accoglienti. La realtà è un'altra, e con qualche anno di ritardo anche i predicatori dell'accoglienza a tutti i costi se ne stanno rendendo conto: la situazione è ormai divenuta socialmente ed economicamente insostenibile, e la responsabilità prima della politica non è quella di fare prediche sulla solidarietà e sull'apertura delle braccia, ma quella di gestire le emergenze, trovando soluzioni concrete e percorribili nell'interesse di tutti.

Per un lungo ed insopportabile arco di tempo tutti coloro che, anche se ragionevolmente mossi da una semplice e moderata capacità di chiamare le cose col loro nome, hanno osato sollevare il problema che l'immigrazione di massa andava fermata o quanto meno contrastata, si sono dovuti sorbire il predicozzo dei sacerdoti, sia chierici che laici, dell'accoglienza a prescindere. Poco ha importato il fatto che fosse proprio la speranza di trovare un'accoglienza facile e immediata nel nostro paese a spingere tante persone a una traversata pericolosissima, in mano a quegli indicibili delinquenti che sono gli scafisti, a prezzi disumani e spesso pagando il tutto con la propria vita, con una tragica e disperata morte in mezzo al mare.

Tutte queste considerazioni per anni e anni non hanno avuto alcun valore. Bisognava accogliere. Non tanto per accogliere, ma perché – nella stragrande maggioranza dei casi – faceva chic dirlo. E dire il contrario significava entrare nella categoria dei paria del dibattito pubblico, i rozzi populisti dal cuore duro e dal cervello in salamoia.

I carri armati del verde Van der Bellen, del social-democratico, dell'uomo che – secondo le parole di un editoriale del Corriere della Sera il giorno della sua vittoria – ha fatto sì che vincesse «un'idea aperta e inclusiva dell'Austria», hanno forse spazzato via definitivamente il fumo ideologico che ha impedito un dibattito serio intorno all'emergenza migranti. Quei carri armati sono l'ultima e più palese testimonianza di quanto l'ideologia 'aperturista' sia stata una delle più cieche e inutili degli ultimi anni. Un paravento, uno specchietto per non guardare in faccia la realtà.

I carri armati non sono la soluzione. Sono semplicemente una spia. Se un politico vince le elezioni in nome della solidarietà, dell'apertura all'Europa, del contrasto al populismo della destra, e poi al momento di prendere decisioni attinge a piene mani al più estremo dei provvedimenti che potrebbe prendere la più estrema delle destre nazionaliste, significa che bisogna tutti fermarsi un attimo e riconsiderare la questione nel suo complesso.

Due le direttive in base alle quali tale generale riconsiderazione del problema deve muoversi: da una parte un nuovo indirizzo al dibattito pubblico, che abbandoni una volta per tutte la ricerca spasmodica di parole ed espressioni che siano il più possibile à la page, nel rispetto dei dettami della più accomodante delle ideologie (quelle parole, per intendersi, che aprono tante porte per le carriere di giornalisti, opinionisti, commentatori ben allineati al pensiero dominante) e che si concentri finalmente sullo sforzo di capire concretamente la reale entità del problema migrazione; dall'altra parte una nuova stagione politica fatta di decisioni da prendere, e non di prediche da sventolare.

Non è la paura del migrante e del diverso che sta alla base di questa riconsiderazione, ma l'esigenza di una svolta all'insegna della concretezza, con un salutare e liberatorio abbandono dell'ennesima ideologia che – al pari se non peggio di quella nazionalista e iper-protezionista – impedisce una limpida osservazione della realtà.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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