L’ATOMO IRANIANO | 28 Luglio 2015

Futuro nucleare: cosa farà l’Iran?

Nucleare iraniano, Obama minaccia veto al Congresso. L’Iran rispetterà i patti? Alcaro (Istituto Affari Internazionali): «Intesa disinnesca crisi». Vero problema tra 15 anni, «quando l'Iran potrà sviluppare senza limiti l'industria atomica civile»

di LUCA PIACENTINI

A settembre l’accordo sul nucleare iraniano passerà al vaglio del Congresso americano, saldamente in mano ai repubblicani. I parlamentari del Gop hanno annunciato battaglia mentre i candidati alle primarie Marco Rubio, Jeb Bush e Scott Walker hanno alzato i toni criticando aspramente la decisione della Casa bianca. Nell’audizione parlamentare di alcuni giorni fa il segretario di Stato John Kerry ha avvertito i senatori: è l’occasione storica per impedire all’Iran di costruire la bomba atomica. Da parte sua il presidente Barack Obama è pronto a difendere quella che considera una vittoria diplomatica, ponendo il veto all’eventuale “no” della maggioranza repubblicana all’accordo raggiunto dall’Iran con i 5+1, i paesi membri del Consiglio di sicurezza Onu, Usa, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, e Germania. Il patto prevede l'eliminazione progressiva delle sanzioni economiche all'Iran, che accetta di limitare il programma nucleare per un periodo di dieci o quindici anni e acconsente ad un regime di ispezioni molto intrusivo. 

Se come credono i più ottimisti, è probabile che l'Iran rispetterà l'accordo, per repubblicani la strada sarà tutta in salita. Senatori e deputati del Grand old party devono infatti evitare l'effetto boomerang legato ad un atteggiamento troppo intransigente sulla partita, che potrebbe anche rivelarsi una trappola politica. 

Il mancato rispetto delle condizioni da parte dell'Iran porterebbe alla riattivazione delle sanzioni, accrescerebbe la tensione internazionale e potrebbe dare legittimità internazionale ad un’eventuale azione di forza degli Stati Uniti o di Israele sulle installazioni nucleari. Per gli americani, però, «la vera questione aperta è cosa accadrà tra 10 o 15 anni, una volta estinti i termini dell’accordo, quando avrà cioè il diritto di sviluppare un’industria militare civile», spiega Riccardo Alcaro, responsabile di ricerca presso il Programma transatlantico dell'Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma. 

Esperto di Iran e Nato, l’analista è associato alla Brookings Institution di Washington, tra i più antichi e autorevoli think tank d’oltreoceano. Alcaro segue da anni gli sviluppi del braccio di ferro sul nucleare. Giudica positivamente l’accordo e, a chi gli chiede quali siano, al di là delle polemiche della politica interna statunitense, gli elementi critici, non ha dubbi: «Per quindici anni l’Iran non avrà la capacità di avviare un programma nucleare. Ma se rispetterà gli impegni, sarà poi difficile impedirgli gli sviluppare un’industria atomica civile, precondizione di qualunque programma militare». Insomma: se tutto andrà “bene”, la Repubblica islamica tra poco più di quindici anni, se lo vorrà, avrà le capacità necessarie per costruire la bomba atomica. E questo è lo scenario più temuto da Israele.

Resta però il fatto, secondo l’esperto dell’IAI, che attualmente l’accordo ha il pregio di «disinnescare una crisi potenziale ma realistica tra l'Iran e gli Stati Uniti, che a sua volta potrebbe condurre ad un intervento militare contro le installazioni nucleari. L’azione avrebbe effetti dubbi sulle ambizioni iraniane, mentre destabilizzerebbe la regione. Disinnescare una crisi potenziale è il principale contributo dell'accordo».

C'è una road map da seguire?
«Si tratta di una timeline, più che di una road map aperta. Il calendario prevede la revisione dell'accordo da parte del Congresso americano e del Parlamento iraniano. Se nessuno dei due opporrà ostacoli, partirà il processo. E l'Iran darà attuazione agli impegni. L’Agenzia internazionale dell'energia atomica (AIEA) certificherà i passi compiuti. A quel punto si riunirà il Consiglio di sicurezza Onu per votare la sospensione condizionata delle sanzioni. Parallelamente Stati Uniti ed Unione europea dovranno revocare le proprie». 

L'aspetto critico, dunque, resta la possibile bocciatura del Congresso Usa controllato dai repubblicani, fortemente contrari all’accordo.
«Penso che il Congresso non abbia alcuna intenzione di votare una legge che revochi le sanzioni. Il presidente ha però il potere di veto, può sospendere le sanzioni un numero indefinito di volte. Tutto questo dovrebbe accadere nella prima parte del 2016. Questo nel caso in cui le parti adempissero all'accordo». 

Uno dei candidati alla nomination repubblicana, Marco Rubio, sostiene che l’intesa non sopravviverà al dopo Obama. 
«A settembre il Congresso sarà chiamato a votare sull'accordo. Qualunque cosa farà, sono convinto che gli Stati Uniti non metteranno a repentaglio il negoziato. Obama ha annunciato che opporrà il veto, e per invalidarlo servirebbe una maggioranza di due terzi al Senato e alla Camera. I repubblicani avrebbero bisogno del sostegno di 13 senatori e 45 deputati democratici, forze che difficilmente troverebbero. Finché Obama sarà incarica, l'accordo dovrebbe quindi essere al sicuro». 

È possibile che l’intesa diventi oggetto di campagna elettorale?
«Un candidato repubblicano alla Casa bianca dice che lo cancellerebbe il primo giorno di presidenza, mentre l’intero lotto dei candidati alla nomination del Gop si è espressa in toni quasi apocalittici. Ma se uno di loro sarà eletto presidente, non è detto che possa fare marcia indietro tanto facilmente. Se nel 2017 si trovasse di fronte un Iran che ha adempiuto agli obblighi, se l’AIEA e gli altri 5+1 continuassero a sostenere l’accordo, anche per un repubblicano sarebbe molto difficile rompere l’intesa. Certo si tratta di una questione tecnica, che presenta aree grigie. E in un contesto, come quello americano, altamente politicizzato sull’argomento, immagino sarà possibile per un presidente repubblicano aggrapparsi a qualche ambiguità per tirarsi fuori. Ma senza un supporto chiaro dell'agenzia di Vienna e il consenso dei propri alleati, ci penserebbe comunque due volte prima di fare saltare il banco. Un conto sono le promesse elettorali, un altro decisioni di questa portata». 

Israele ha usato toni forti contro l'accordo. In particolare teme che Teheran possa ostacolare le ispezioni. Ci sono garanzie a che questo non avvenga? 
«In base a questi accordi l'Iran verrà sottoposto a ispezioni senza precedenti. L’unico scenario migliore per il lavoro degli ispettori sarebbe uno stato occupato militarmente. È successo in Iraq nel 2003 dopo la caduta di Saddam, quando gli americani cercarono le armi di distruzione di massa. Il caso dell'Iran è particolare: il paese accetta, senza rinunciare alla sovranità, di subire ispezioni molto intrusive nei siti nucleari». 

Come si svolgono i controlli? 
«Gli ispettori dell'Aiea hanno accesso rapido e a sorpresa. Gli americani hanno voluto che l'AIEA ispezionasse anche i siti non nucleari, inclusi quelli militari. Gli ispettori possono entrarvi sulla base del sospetto di attività non autorizzate. E’ una procedura molto complessa che prevede un massimo di 24 giorni: o l'Iran apre il sito oppure la questione torna al Consiglio di sicurezza, che deve votare se mantenere o meno la sospensione delle sanzioni. Nel caso poi in cui gli iraniani volessero nascondere qualcosa, ci sarebbero oggettive complicazioni tecniche. Non è né una garanzia assoluta, né ottimale, ma un buon compromesso: impatta sul calcolo ddi violare o meno l'accordo, per il rischio di essere scoperti. Nel 2003 gli ispettori individuarono tracce di uranio arricchito sei mesi dopo il supposto smantellamento delle installazioni iraniane».

Perché ci sono accordi riservati tra l'Iran e l’Agenzia atomica?
«L’Iran si è impegnato a fare luce anche sulle cosiddette “possibili dimensioni militari” del programma nucleare (nei documenti PMD, ‘Possible Military Dimensions'), che secondo informazioni concordi dell'intelligence occidentale l'Iran avrebbe quasi certamente sviluppato fino al 2003. La clausola è stata voluta dagli Stati Uniti per fare chiarezza su eventuali attività avvenute in passato. Il problema è che l'Iran ha sempre sostenuto gli scopi civili e pacifici del proprio programma e non ha alcuna intenzione di consegnare eventuali informazioni di segno opposto agli americani. Da un lato una dichiarazione pubblica equivarrebbe ad un'ammissione di colpa, strada impraticabile, dall'altro però l'Iran non può consegnare agli Usa le prove della propria colpevolezza. Una prassi dell'agenzia di Vienna prevede un accordo confidenziale con il paese colpevole di proliferazione nucleare ma che si vuole ravvedere. Nel 1990 il Sudafrica dichiarò di possedere armi nucleari. Voleva disfarsene. Strinse un accordo confidenziale con l’AIEA. E’ una prassi consolidata. Gli americani non possono dichiarare di aver letto l’accordo, ma ciò non significa che non ne conoscano i contenuti. Immagino che l'intelligence ne sia informata: trovo inverosimile che gli esperti Usa non abbiano una contezza di fondo di questo 'inside agreement’»  

Nel quadro generale, dunque, qual è l'elemento di rischio?
«L’aspetto di vera incertezza è il reale “commitment”, l'impegno dell’Iran a rispettare i patti. Certo, molto dipenderà da quanto accadrà fino a gennaio 2017, quando si insedierà il nuovo presidente degli Stati Uniti. Ma, come detto, se l’Iran avrà le carte in regola certificate dall’Agenzia nucleare e gli alleati saranno soddisfatti,  per il prossimo inquilino della Casa bianca i costi politici e di sicurezza di un’eventuale cambio di rotta saranno altissimi». 

Che cosa guadagnerà l'Italia dallo stop alle sanzioni? 
«Guadagneranno tutti i paesi interessati agli scambi con l'Iran. Nel 2003 l’Italia era il paese europeo col più alto tasso di interscambio commerciale, anche se sbilanciato sulle importazioni di idrocarburi. Per l'Italia l'export ha un ruolo fondamentale, deve diversificare le fonti energetiche e ha una storia di buoni rapporti l’Iran: è senz'altro tra i paesi che trarrebbero maggiore vantaggio da una progressiva integrazione della Repubblica islamica nella comunità internazionale»


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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