ECONOMIA | 26 Gennaio 2015

Gamba tesa sulle banche popolari

Il governo spazza via una consolidata tradizione del sistema del credito italiano. Ma è una mossa ambigua

di MICHELE D'APOLITO

Gamba tesa sulle banche popolari. Il Governo interviene su una parte importante del mondo bancario, quello più tradizionale e radicato nello Stivale, partendo da una considerazione, esposta dal premier e rafforzata dal ministro Padoan: abbiamo troppi banchieri e facciamo troppo poco credito, afferma Renzi; le banche diventeranno più forti e intercetteranno meglio la ripresa, rintuzza il superministro.

A molti sfugge il nesso tra queste considerazioni ed il provvedimento che ne è conseguito, volto ad obbligare le banche popolari, almeno quelle con attivi di bilancio superiori agli 8 miliardi di euro, a trasformarsi in società per azioni entro 18 mesi dall’entrata in vigore del decreto governativo. Ciò implica il voler considerare le Popolari come le principali responsabili della poca efficacia del sistema del credito e del credit crunch degli ultimi anni.

A ben vedere, stando alla Cgia di Mestre, è vero proprio l’opposto. Dal 2011, inizio della stretta creditizia, al 2013 le Popolari hanno aumentato i prestiti del 15,4% mentre gli Istituti di credito sotto forma di SpA hanno diminuito i prestiti del -4,9%, le Bcc del -2,2% e le banche estere del -3,1%.

Dunque, questo aspetto non pare convincente come movente delle scelte dell’Esecutivo.

Ragionando su quanto succede in questi giorni e sulla consecutio dei provvedimenti, con il varo del quantitative easing da parte della BCE (ovvero, la decisione di stampare moneta europea per l’acquisto di titoli di Stato detenuti dalle banche, misura per cui l’Italia è in prima fila tra i beneficiari) pochi giorni dopo il provvedimento sulle nostre Popolari, viene il sospetto di una scelta presa altrove, in un luogo che non è Roma e si trova nel centro dell’Europa. La manovra espansiva proposta da Draghi, volta alla messa in circolo di maggiore liquidità, non può essere vista come un regalo tout court, considerato il fatto che proprio 8 delle 10 banche popolari più capitalizzate sono passate, dal novembre dello scorso anno, sotto il controllo e la supervisione della BCE. Da ultimo, le dichiarazioni del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che ha dichiarato di non sapere nulla del provvedimento poche ore prima del consiglio dei ministri che lo ha varato, tolgono ogni mistero circa la regìa dell’operazione. Altri indizi sono superflui, la sede di questa decisione è a Francoforte, sede della BCE, che mal sopporta le modalità un po’ naif e poco market oriented della gestione delle governance delle Popolari, che possono diventare, una volta trasformate in società per azioni, bocconi prelibati per gruppi più grandi e più “europei” nella concezione del credito. Le Popolari hanno infatti una caratteristica che le rende oggi poco scalabili da investitori non presenti nel tessuto territoriale di riferimento: il voto capitario, per cui il grosso azionista conta come il dipendente che possiede un’azione, ai fini della scelta degli organi sociali. Dunque, chiunque voglia sovvertire l’ordine costituito deve coordinare un numero importante di soci, spesso ancorato a sindacati di dipendenti e di piccoli imprenditori che impongono al management una certa attenzione nelle politiche di gestione, in tema di tagli, di razionalizzazioni e di concessione del credito. Immaginare un banchiere tedesco che si mette a scalfire questi equilibri è evidentemente impossibile, perciò meglio operare di forza, eliminando il problema alla radice.

Tutto è discutibile, intendiamoci, ma che cosa resterà del nostro sistema del credito? Diventeremo succursali di grandi players sovranazionali, che impongono le logiche di concessione del credito prese altrove in modo standard, senza considerare le peculiarità e le complessità del nostro territorio?

L’Italia è un paese con moltissime piccole e medie imprese, spesso molto indebitate e da seguire in modo personalizzato; già gli accordi di Basilea hanno portato molte difficoltà e, pur gestiti all’italiana, hanno ristretto la porta della concessione di finanza. Ora si propone una rivoluzione di quel settore del mondo bancario più vicino al territorio, che ne sente le difficoltà e ne registra le aspirazioni di crescita.

Certo, una parte di ammenda va fatta da parte di tutti, sia banche sia imprese; ma siamo certi che sia questo il modo di riformare il settore? Siamo sicuri che si governi il tutto con un tweet, che spazza 150 anni di storia?


MICHELE D'APOLITO

Dottore Commercialista, Revisore Legale, consulente tecnico per il Tribunale di Cremona. Collabora con Il Sole 24 Ore – Norme e Tributi. È consulente di impresa in materia societaria, tributaria e fiscale, nonché relatore in convegni specialistici in ambito di procedure concorsuali e della ristrutturazione di impresa.

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