ADDIO ALLE URNE | 12 Dicembre 2016

Gentiloni e la tentazione di non andare al voto

Gentiloni nuovo premier. Pd, alfaniani e verdiniani in pole per i ministeri. Il mandato: fare la nuova legge elettorale. Ma la tentazione di durare fino al 2018 è fortissima. C’è il vitalizio dei parlamentari da portare a casa

di ROBERTO BETTINELLI

Gentiloni premier. Ormai è fatta. E non poteva essere diversamente. Renzi ha trattato la sua buona uscita con il capo dello Stato Sergio Mattarella. E il prescelto, alla fine, è stato lui. Il più renziano della compagine governativa se si esclude la bella Boschi, già titolare della Farnesina e ministro di Prodi, rutelliano e fondatore della Margherita. Paolo Gentiloni non è certo un uomo che anima le adunanze di piazza e di certo avrà uno stile più sobrio del predecessore al quale le ansie da prestazione televisiva sono costate care a giudicare dalla batosta del referendum, ma sul fatto che il nuovo premier risponda prevalentemente a Renzi non c’è dubbio.

Un ‘avatar’ del segretario del Pd, così l’hanno definito i 5 Stelle, non sbagliando. Anche se alcuni distinguo sono indispensabili. Gentiloni è recepito come una figura ecumenica all’interno del Pd, capace di farsi garante di un maggiore equilibrio. E’ evidente che su di lui le pressioni della minoranza dem avranno ben altro peso. Il rischio che il Pd interpreti il nuovo esecutivo voluto a tutti i costi da Mattarella come un’opportunità per governare fino al 2018 è assolutamente concreto. D’altronde le basi della maggioranza, dopo le frasi ad effetto di Alfano e Verdini che si dicevano pronti a sostenere a viso aperto la sfida delle elezioni, sono state ricementate alla svelta. Alfano ha visto frantumarsi l’unità dei centristi con la scissione di Ncd e Udc che ha decretato la prevedibile fine dell’esperimento di Area Popolare, mentre il gruppo verdidiano non ha alcuna chance di sopravvivenza se non all’interno del parlamento esistente. E’ difficile ipotizzare, in un eventuale ricorso alle urne, una positiva affermazione degli alfaniani e dei verdiniani che sono il frutto dell’esplosione del Pdl e di Scelta Civica. Si tratta, ormai, di sigle parlamentari prive di un qualsiasi radicamento nell’elettorato.


Niente voto, quindi, ma una rinnovata maggioranza che si fonda sulla stretta alleanza fra il Partito Democratico e i centristi. Il che, sostanzialmente, significa nulla di più di un minimo rimpasto nella squadra di governo. Il mandato è chiaro: una legge elettorale omogenea per Camera e Senato. L’obbiettivo che deve garantire la stabilità di governo. E che ormai viene ripetuto come un mantra da tutte le forze politiche. Soprattutto dal Pd che, alla luce di tali affermazioni, dovrebbe spiegare per quale motivo fino a ieri lo strumento per assicurare la governabilità era la riforma costituzionale che è, notoriamente, cosa ben diversa e più complessa di una legge elettorale. Un cambio di prospettiva che ha dell’incredibile dal momento che Renzi, per imporre al Paese un referendum di cui nessuno sentiva la necessità, ha speso oltre 300 milioni di euro che potevano essere destinati ad azioni maggiormente utili per i cittadini e non ha esitato a paralizzare il parlamento in una discussione perenne sui massimi sistemi della democrazia. Una gravissima perdita di tempo e risorse nel momento in cui l’Italia dovrebbe attrezzarsi per vincere i veri ‘nemici interni’: povertà, disoccupazione, fisco.

Un premier, Renzi, che ora si illude di poter vestire i panni del martire. A sentirlo si descrive come il politico serio che, a differenza degli altri, ha mollato la poltrona. Non è vero. La poltrona ha tentato di difenderla fino all’ultimo e quando, vista l’impossibilità di restare dov’era, ha ripiegato sull’unica soluzione che gli potrebbe consentire un ritorno a breve sulla scena politica. Ossia un governo guidato da un suo uomo di fiducia: Paolo Gentiloni. Se Renzi avesse voluto onorare la promessa fatta agli italiani in caso di sconfitta al referendum, avrebbe dovuto dire addio non solo all’esecutivo ma alla vita politica, dimettendosi dalla segreteria del Pd e rinunciando alla malata idea di candidarsi alle prossime elezioni nazionali come il leader del centrosinistra.

Ma in politica le variabili sono molte e incontrollabili. Bisogna cioè vedere se Gentiloni farà ciò che Renzi si aspetta da lui: la legge elettorale e poi il voto. La data del 24 gennaio, quando la Consulta renderà pubblico il giudizio sull’Italicum, è una tappa inevitabile. Ma potrebbe tranquillamente accadere che il governo non si fermi alla priorità di definire regole del voto unanimi per le due assemblee elettive. La tentazione di arrivare fino a settembre 2017 per mettere in cassaforte il vitalizio dei parlamentari potrebbe prevalere. E, a quel punto, ci sarebbe la finanziaria del 2018 da imbastire. Di mese in mese si arriverebbe, senza colpo ferire, alla scadenza naturale del mandato.

Un percorso che, inutile dirlo, non sarebbe visto di buon occhio dai cittadini che con il ‘no’ al referendum hanno liquidato non solo il governo Renzi ma hanno detto chiaramente di voler tornare ad esercitare il prima possibile il diritto sacrosanto di scegliere i propri governanti.

Sintetizzando al massimo, ma senza andare troppo lontano dal vero, Gentiloni si troverà a breve davanti ad un bivio: assecondare il volere del suo dominus, Matteo Renzi, e puntare alle elezioni il prima possibile per riproporre agli italiani un leader già inequivocabilmente bocciato oppure trasformare un governo di scopo in un governo a tutti gli effetti prolungando l’esperienza di Palazzo Chigi fino al 2018 nella speranza che le azioni politiche varate nel frattempo rendano più efficace la campagna elettorale del Pd.

Le due alternative si escludono vicendevolmente. Ma la sensazione è che se Gentiloni non ridarà al popolo la possibilità di votare in tempi rapidi con l'accortrezza di garantire il connubio di rappresentanza e governabilità, a rimetterci sarà proprio il partito di maggioranza relativa a tutto vantaggio di quelle forze anti sistema che, a partire dal Movimento 5 Stelle, hanno dimostrato con il referendum di essere molto competitive. Sottovalutarle, significa perdere. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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