LA CRISI DELL’UE | 07 Marzo 2017

Germania motore o tomba dell’Europa?

C’è un solo ufficio che conta in Europa, quello della cancelliera tedesca Angela Merkel. E per sapere se l’UE ha davvero un futuro, dobbiamo porci una domanda: Berlino ha la volontà politica di cambiare le cose?

di LUCA PIACENTINI

Il motore dell’Unione Europea è uno solo: la volontà politica della Germania. In quale direzione intende muoversi Berlino? E’ questa la sola domanda che vale la pena porsi. 

Come lo Studio ovale della Casa Bianca è l’unico ufficio che conta negli equilibri politici internazionali, così la cancelleria tedesca è l’unico luogo del Vecchio continente in grado di spostare l’ago della bilancia europea. Il barlume di contrappesi abbozzati nei trattati, come il divieto di surplus commerciale eccessivo violato costantemente dalla Germania in modo clamoroso, si è appunto rivelato tale: un palliativo. 

Difficile sfuggire all’impressione che quel che è accaduto dalla nascita della Comunità economica europea e che sta succedendo ancora oggi mentre Bruxelles si prepara alla Brexit, tutto sommato non sia altro che espressione di un orientamento ‘germanocentrico’. 

Per chiarire il quadro è opportuno riportare qualche fatto (dei più recenti). E’ la Germania che sta conducendo il braccio di ferro al Consiglio europeo con l’obiettivo di mantenere lo status quo e ottenere una riconferma del presidente in scadenza Donald Tusk, nonostante l’ex premier sia espressione del partito polacco di opposizione. Per inciso: si tratta dell’organo più importante dell’UE, l’istituzione che dà gli orientamenti cui tutti, a Bruxelles, devono attenersi in modo scrupoloso. 

Secondo. E’ grazie a Berlino se i riflettori dell’opinione pubblica sono puntati sul futuro dell’Unione nell’ottica di un cambiamento profondo definito necessario. Prima del voto britannico sul ‘leave’, porre a tema un ripensamento radicale nell’assetto istituzionale europeo era un tabù. Non è un caso che i tedeschi cantino il ritornello del cambiamento sotto elezioni nazionali. Ancora: quando nelle sedi che contano l’accento sulla svolta all’UE non è posto da Angela Merkel, è probabile che il leader sorpreso a sollecitarlo finisca nel mirino delle critiche europeiste e venga bollato come nazionalista, nemico della prosperità del continente. 

Terzo, un passo indietro sul surplus commerciale della Germania. Non solo le cronache ma anche le interviste sui fatti europei, nei momenti che contano, come la marcia di avvicinamento alle celebrazioni dei 60 anni dal trattato di Roma, vedono al centro ancora una volta i tedeschi. Quasi che il Paese si muovesse come un sistema compatto. L’ultimo esempio. Martedì 7 marzo il quotidiano Il Messaggero ha pubblicato un’ampia intervista al capogruppo del PPE Manfred Weber. Dalle risposte del politico tedesco, rappresentante del principale partito nell’europarlamento, emerge un messaggio chiaro: l’Europa va cambiata. E, per rendere ancora più convincente l’argomentazione, dà perfino una stoccata alla Germania, tocca il nervo scoperto su cui insistono gli euroscettici, ammettendo che Berlino dovrebbe smetterla di tenere per sé l’enorme surplus commerciale e lanciare un piano di investimenti a beneficio dell’intera Unione. 

Quarto fatto. I ‘grandi’ dell’UE, Germania, Francia, Italia e Spagna, si sono ritrovati a Versailles per dare corpo all’ipotesi di un’UE a più velocità. Il summit ha suscitato qualche mal di pancia nelle capitali dei Paesi non invitati (gli Stati dell’Est, il cosiddetto gruppo di Visegrad), ma tant’è. Chi ha suonato il campanello d’allarme? La cancelliera tedesca.

In che direzione muoversi? Non è chiaro cosa significhi ‘Europa a più velocità’. La percezione diffusa tra gli osservatori è che Berlino punti su ‘più Europa’, cioè ad una maggiore cooperazione, almeno tra gli Stati in grado di tenere in passo. 

Ma la domanda di fondo rimane la stessa: questa UE a più velocità caldeggiata dalla Germania sarebbe una 'piccola Europa' a trazione tedesca? Per cambiare davvero, all’Europa serve la volontà politica di Berlino di farla funzionare sul serio, a beneficio di tutti i Paesi membri.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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