FINTE DEMOCRAZIE | 13 Febbraio 2016

Giulio Regeni, martire della primavera araba

Per i cittadini del mondo come Giulio Regeni non c’è posto nei Paesi della primavera araba dove finte democrazie hanno sostituito le dittature a cielo aperto. Il risultato è che morire oggi in nome della libertà è facile quanto ieri

di ROBERTO BETTINELLI

E’ ancora presto per dire se la ‘lenta morte’ di Giulio Regeni condurrà all’individuazione dei responsabili e del motivo che li ha spinti a uccidere il giovane ricercatore italiano. L’auspicio di tutti è che ciò accada. Ma il fatto che la prima versione della polizia egiziana parli di «un incidente automobilistico» mentre i referti medici dopo l’esame del cadavere denunciano torture e le ultime indiscrezioni sulle indagini sembrano tirare in ballo addirittura il governo di Al Sisi, è la prova che la via della giustizia e della verità è tutt’altro che sicura. 

La barbara uccisione dello studente di Cambridge cade in un contesto politico, come è quello dell’Egitto contemporaneo, che è da inserirsi dentro il pericoloso e ambiguo fenomeno della primavera araba. 

Un movimento che doveva democratizzare il Nord Africa e il Medio Oriente, ma che si è trasformato nel peggiore incubo del diritto e nell’azzeramento delle speranze di sviluppo economico e civile. Le popolazioni che si erano illuse di essersi finalmente liberate dal giogo della dittatura sono costrette a subire una realtà che, oltre alla persistente limitazione della libertà, evidenzia il caos del fondamentalismo, dello spregio delle élite verso i più elementari diritti democratici, del terrorismo, della guerra.

I desaparecidos, i cronisti pedinati e fotografati, il rapimento di Giulio Regeni durante il coprifuoco del 25 gennaio, anniversario degli scontri di piazza Tahir. Il nuovo Egitto è anche questo. 

E se vediamo ciò che succede in Libia, Tunisia, Siria ossia i Paesi che hanno visto nel giro di pochi anni abbattere i governi dispotici per sostituirli con finte democrazie, ci vuole poco a capire che i cittadini non hanno guadagnato l’agognata libertà e un occidentale, a causa dell’esplosione dell’integralismo islamico, non può mai considerarsi veramente al sicuro. 

Giulio Regeni era uno studioso, un attivista dei diritti civili, scriveva sul Manifesto e si occupava preferibilmente di tematiche legate al sindacato e al lavoro. Aveva una formazione internazionale che si era costruito studiando negli Usa e in Gran Bretagna. Era, a tutti gli effetti, un cittadino del mondo. 

Ma la ‘cittadinanza universale’ non è un sentimento, un ideale che genera spontaneamente azioni e comportamenti, è prima di tutto la condizione che consente di esercitare precise libertà personali e collettive. Un diritto, questo, che può avverarsi solo in presenza di determinate garanzie istituzionali e costituzionali. 

La primavera araba, nata per costruire queste garanzie, ha fallito. Un cittadino del mondo non si sarebbe mai sentito libero nell’Egitto di Mubarak, nella Libia di Gheddafi, nella Tunisia di Ben Ali, nella Siria di Assad. A nessun dottorando, per quanto spinto da un forte idealismo, sarebbe mai venuto in mente di condurre ricerche sul campo che avrebbero messo in difficoltà il potere ufficiale. Farlo, avrebbe significato il rimpatrio immediato o più semplicemente la morte.  

Questi Paesi erano dittature a ‘cielo aperto’, consolidate, fondate su un accordo imposto con la forza ma evidente a tutti, soprattutto agli stranieri del ‘mondo libero’ abituati a ben altri standard di tutela del diritto. I regimi offrivano la stabilità in cambio dell’assenza delle libertà politiche. Un accordo infame per noi occidentali, ma che aveva le sue utilità e una di queste era proprio chiarire con nettezza i limiti della contestazione e del dissenso. 

Limiti che sono caduti con le equivoche e silenti democrazie della primavera araba. Il risultato è che morire oggi in nome della libertà è facile quanto ieri. 

 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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