GLI SCIVOLONI DEL PREMIER | 07 Novembre 2016

L'autogol di Renzi

Gli attacchi alla minoranza dem e la delegittimazione degli avversari. Alla kermesse fiorentina Renzi tenta il rilancio ma fallisce l’obiettivo, dando l’immagine di un leader livoroso e azzoppato dalle spaccature interne. Contro narrazione della Leopolda

di LUCA PIACENTINI

A Firenze Renzi deve scaldare i cuori, d'accordo. Davanti ai suoi, solo slogan fortemente emotivi e narrazione in grande spolvero. Ma al posto dello slancio ottimistico di cui va tanto fiero il premier, all'indomani della settima Leopolda il messaggio trasferito all'opinione pubblica è tutt'altro. Sostanzialmente uno solo: attacco duro agli avversari, interni ed esterni. Uno scivolone che tradisce il nervosismo e la paura di perdere del capo del governo. Diversamente non si spiega l'errore di avere lasciato che il fantasma della minoranza interna si impadronisse indirettamente del palco nel ruolo di antagonista quasi assoluto - con tanto di «fuori, fuori» dalla platea - dando l'immagine di un leader politico che gioca in difesa, arroccato in un atteggiamento non meno livoroso di quello criticato negli avversari. Un uomo politico zoppo e spaventato, con una dolorosa spina nel fianco. Ecco il Renzi dell'ultima Leopolda.

E dobbiamo rilevare una contraddizione palese: Renzi bolla i critici della riforma costituzionale - la principale frattura formale che oggi lacera gli schieramenti - accusandoli di votare ‘no per il no’, e poi fa lo stesso, colpisce cioè gli oppositori assegnando loro un ruolo nella narrazione - 'i poltronai' - senza minimamente porre l'accento sul merito. 

È inoltre una critica che fallisce il bersaglio, perché se oggi c'è uno che dà l'impressione di essere attaccato alla poltrona è proprio lui, l'ex sindaco della città toscana nominato a Palazzo Chigi senza mai avere affrontato le elezioni politiche e in costante ricerca di legittimazione popolare attraverso i provvedimenti economici a pioggia della legge finanziaria e il referendum costituzionale. 

Un inciso: Renzi ha incredibilmente accusato gli avversari della minoranza dem di strumentalizzare l'appuntamento del 4 dicembre usandolo contro di lui «per la rivincita», quando è stato il premier a brandirlo per primo come arma politica contro gli avversari indicandolo da subito come lo scontro finale, una sorta di armageddon e ultima occasione di cambiare per un paese bloccato e infiacchito dalla crisi. 

L'autogol principale del leader democratico è paradossalmente quello che avrebbe dovuto essere il concetto chiave dell'intervento alla kermesse. Leggiamo le cronache: «Siamo a un bivio - ha detto - c'è un referendum che è un derby tra passato e futuro, tra cinismo e speranza». Ancora: «Dicono di difendere la Costituzione ma stanno cercando di difendere solo i loro privilegi e la possibilità di tornare al potere». Di più: «Il referendum non è tra due Italie. L'Italia è una e indivisibile. E' tra due gruppi dirigenti diversi».

Renzi è ricaduto nell'errore di personalizzare un momento chiave per il funzionamento dell'impianto istituzionale del paese. Ha contrapposto ‘sé’ agli ‘altri’, la presunta ‘nuova classe dirigente’ alla ‘vecchia politica’.

La verità? Anche se si è sforzato di presentare la propria azione come la vera svolta, tutta protesa a svecchiare la classe dirigente e la macchina dello stato, potremmo dire provocatorialmente che è stato Renzi a lasciare che leggi e decreti, licenziati da una maggioranza che gli elettori non hanno voluto né auspicato, pronunciassero una valanga di «no» al vero cambiamento.

Ci sono i «no» nel rapporto con gli altri partiti: «no» al rispetto del Nazareno e rottura con l'opposizione all'elezione del capo dello Stato, «no» al dialogo sulla riforma costituzionale. Ma quelli che pesano di più, sono i «no» di fatto piombati sull’Italia in quasi tre anni di governo. Sono quelli che potremmo definire i «no» delle promesse mancate: «no» alle riforme strutturali, alla riduzione della spesa pubblica, al taglio delle tasse, allo sfoltimento della giungla burocratica, alla contrazione del debito pubblico, alla famiglia, dimenticata dai provvedimenti dell’esecutivo. Insomma: è Renzi ad avere detto «no» alla svolta, che può venire solo da una rivoluzione liberale. Che il premier non ha fatto e non intende fare. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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