AMMINISTRATIVE | 11 Giugno 2018

Governare fa bene a Salvini, non a Di Maio

Elezioni amministrative, vince Salvini che erode il consenso degli alleati ed incassa il successo della nave Aquarius. Male i 5 Stelle, in aumento le critiche per la troppa influenza della Lega. Tiene il Pd grazie agli antirenziani

di ROBERTO BETTINELLI

Governare fa bene a Salvini ma non a Di Maio. E’ questo, in sintesi, l’esito delle amministrative che hanno coinvolto 760 comuni italiani e 7,6 milioni di elettori. Un voto che vale come un banco di prova per l’esecutivo gialloverde e che ha fornito il giudizio tutt'altro che opaco dell’opinione pubblica dopo le elezioni del 4 marzo.

Il primo risultato, innegabile, è la vittoria del leader della Lega che ha visto il suo partito crescere ovunque a spese di Forza Italia. Una formazione, quella azzurra, che invece non riesce a interrompere il declino. La lettera pubblicata sul Corriere e firmata da Silvio Berlusconi, d’altronde, è il sintono di uno smarrimento che dura da troppo tempo e che non sembra poter essere risolto a breve. Forza Italia, allo stato attuale, paga una leadership nazionale debole ed un ceto dirigente poco radicato nei territori. Un possibile rilancio può avvenire unicamente attraverso un rinnovamento integrale ed un ‘bagno democratico’. Se la strada da percorrere è facilmente individuabile al momento mancano però le condizioni per mettersi in cammino. La decisione, infatti, è tutta affidata a Silvio Berlusconi che dovrebbe abbandonare quello che l’amico Confalonieri ha definito il modello monarchico. Per Salvini si aprono dunque praterie che il ministro dell’Interno sta dimostrando di voler sfruttare fino in fondo come dimostra la volontà di chiudere i porti italiani alle navi delle Ong che navigano nel Mediterraneo. Il braccio di ferro con la Tunisia e con Malta fino all’imposizione di una soluzione europea del caso della nave Acquarius con la Spagna a fare da mediatrice, sono tutti segnali di una politica muscolare ma efficace. Una strategia che Salvini ha adottato anche nel corso delle consultazioni quando, sul nodo Savona, non c’è stato un ripensamento tanto che l’economista sardo è riuscito a trovare posto nell’esecutivo. Salvini ha dovuto spostarlo dal dicastero dell’Economia a quello delle Politiche europee ma il taticismo, per quanto scoperto, ha consentito di varare l’esecutivo senza perdere la faccia.

Il Pd ed il centrosinistra hanno mostrato invece un ripiegamento tangibile anche se non si può parlare di una vera e propria rotta. In ogni caso dove la vittoria è arrivata al primo turno, vedi Brescia con il sindaco rieletto Del Bono, a vincere è stato lo schema antirenziano come ha spiegato il diretto interessato dicendo che ha funzionato la formula dell'unità e della 'non arroganza'. Un riferimento neanche tanto velato agli eccessi comunicativi della propaganda renziana, responsabili delle continue disfatte subite dal Pd e della contestuale ascesa del Movimento 5 Stelle.

Che i grillini abbiano sfondato il 4 marzo le linee precedentemente occupate dai dem è cosa nota. Il neoassistenzialismo del reddito di cittadinanza è nato per sedurre il popolo della sinistra con un particolare riguardo al disagio delle regioni del Sud Italia. L’operazione, in ocasione delle politiche, è riuscita ma l’alleanza innaturale con un partito lepenista come la Lega è destinata a far emergere fratture che derivano da discrepanze valoriali oggettivamente insanabili. Il presidente della Camera Fico, a capo dell’ala sinistra del movimento, è già uscito allo scoperto criticando la subordinazione rispetto a Salvini ed è prevedibile che la durezza implacabile del titolare del Viminale sul tema dei migranti produrrà un crescente malcontento. Uno scenario che non sfugge a Luigi Di Maio e alungo andare il ministro del Lavoro non potrà che reagire provando in ogni modo a monetizzare consenso, mettendo mano a soluzioni in linea con il pauperismo e l’antiliberalismo che alimentano le rivendicazioni grilline in sede economica e sociale. Il rischio di un conflitto con la parte nordista dell’esecutivo non è affatto remoto.

Allo stesso tempo Di Maio non può concedere troppa corda a Salvini. Finora l’ha fatto e le urne l’hanno punito. Il contratto di governo è l’espediente che può lenire asprezze e divisioni, ma l’episodio dell’Aquarius con gli oltre 600 migranti bloccati davanti alle coste maltesi mentre le motovedette delle navi italiane inviate dal ministro grillino Toninelli provvedono agli interventi di prima necessità manifesta tutta la precarietà dell’accordo. Un equilibrio che ha in Salvini e Di Maio i propri garanti mentre per il premier Conte si configura un destino da esecutore e non da mandante.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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