SOGNO AMERICANO | 09 Novembre 2016

Il successo di un magnate venuto dal nulla

Donald Trump è riuscito a far rivivere nella mente degli elettori la poesia del sogno americano. L’uomo che lotta contro tutto e tutti, crede ciecamente nelle sue idee e non molla fino alla vittoria finale

di ROBERTO BETTINELLI

«Come vostro Presidente, insieme renderemo il Sogno Americano più grande, migliore, più forte di quanto sia mai stato prima». Forse è in questa frase da comizio che è racchiuso il successo dirompente e inatteso di Donald Trump, il 45esimo presidente degli Stati Uniti.  

Se c’è una cosa che il magnate ha saputo fare in modo egregio nella campagna per le presidenziali è parlare alla gente in modo franco, diretto, ai limiti della brutalità.

Un approccio essenziale, perfettamente in linea con lo stile rapido e sbrigativo del ‘self made man’ che non si perde in chiacchiere ma ha un’idea in testa e fa di tutto per realizzarla.

Agli operai bianchi ha promesso la sicurezza del posto di lavoro, agli immigrati regolari una lotta ai clandestini, a chi teme l’invasione dei messicani un muro che protegga i confini, agli imprenditori meno tasse e meno leggi inutili, a chi teme per il degrado e la mancanza di sicurezza nei quartieri delle città una risposta dura e implacabile contro il crimine, ai nostalgici della potenza Usa il ritratto di un leader che non è disposto a scendere  a patti con nessuno pur di far valere gli interessi del suo Paese nel mondo.

Ma soprattutto, forte del suo personale curriculum che incarna fino all’osso il sogno americano, ha saputo trasmettere l’idea di un uomo comune che dopo essere diventato il numero uno del settore immobiliare unicamente in virtù del suo fiuto per gli affari e del suo coraggio ha tentato, riuscendoci, la scalata alla carica elettiva più importante al mondo.

Trump, che fin dall’inizio della sua eroica impresa ha voluto descriversi come un anti-politico, è stato percepito come un uomo di azione, stabilendo un netto contrasto con Hillary Clinton. Certamente più colta, equilibrata nei toni e nei contenuti, la moglie dell’amatissimo Bill è stata percepita come una figura lontana dal popolo, edulcorata, esponente di un’élite incapace di calarsi nella testa dell’uomo comune.

Trump, al contrario, proprio per il fatto di portare su di sé i segni evidenti di un successo che non deve a nessun altro se non a sé stesso, frutto di un’ascesa partita dai sobborghi del Queens e che è continuata fino alla conquista della stellare Manhattan, ha catalizzato le simpatie dell’America più silenziosa e ordinaria.

E’ l’America che lavora duramente, combatte con la forza della disperazione, si abbandona alla rabbia e alla ferocia, ammette le proprie colpe, grida la sua frustrazione, piange ingenuamente i suoi soldati dopo averli spediti oltre oceano, esulta con sano egoismo anche davanti alla pena di morte purché sia fatta giustizia.

Un’America pratica, semplice e dove anche la fede è interpretata come un imperativo concreto nella battaglia dell’ordine contro il caos, che ama dirsi le cose come stanno e che non si riconosce nell’establishment ben rappresentato da Hillary Clinton, moglie di un ex presidente, legata a filo diretto con l’amministrazione Obama che ha deluso su entrambi i fronti, nazionale e internazionale, al punto da crollare nel consenso delle minoranze afroamericane ed essere respinta dalla maggioranza della popolazione bianca.

Trump è riuscito a disegnarsi nella mente degli elettori come un leader emerso dal fango di una vita difficile e in salita, capace di affrontare a viso aperto i meccanismi perversi e iniqui della globalizzazione, non limitandosi ad accusare le imprese che delocalizzano per risparmiare sulla manodopera ma promettendo aiuto a chi resta per il bene della patria e scommette sulla rinascita degli Stati Uniti.

Un politico, Trump, che ha saputo al momento opportuno costruire le alleanze giuste colmando abilmente le voragini che si sono aperte nelle fila repubblicane a causa delle sue intemperanze verbali contro donne e immigrati.

Ma soprattutto un uomo che ha reintrodotto nel mondo elitario e privilegiato della politica la poesia del sogno americano, lanciando e vincendo in completa solitudine una sfida che sembrava impossibile che è stata alimentata fino al trionfo proprio dalla straordinaria resistenza che ha incontrato da parte dei media, degli opinion leader e degli esperti dei sondaggi che l’hanno dichiarato battuto dall’inizio alla fine di una campagna elettorale che mai avrebbe potuto essere più sorprendente. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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